di Marzio Fait
Il Ciad è uno dei Paesi più vulnerabili al mondo in termini di sicurezza alimentare: il 44% della popolazione soffre di insicurezza alimentare temporanea o cronica, mentre l’80% delle famiglie dipende dall’agricoltura di sussistenza, un sistema messo a dura prova dalle condizioni socio-economiche, dalla scarsità di risorse e dalle conseguenze della crisi climatica.
In occasione della Giornata internazionale delle donne rurali e della Giornata mondiale dell’alimentazione, previste per il 15 e il 16 ottobre, abbiamo intervistato la volontaria trentina Elisa Agosti per farci raccontare la sua esperienza di volontariato in Ciad con l’Associazione di Cooperazione Cristiana Internazionale (ACCRI).
Tra le varie progettualità in corso in giro per il mondo, ACCRI lavora per promuovere l’autosufficienza alimentare e rafforzare la resilienza delle comunità nella regione del Mayo Kebbi Ovest, nel sud del Ciad, con un’attenzione particolare al ruolo delle donne impiegate nella raccolta e nella lavorazione delle noci di karité.

Il Ciad. La provincia del Mayo-Kebbi si trova nel sud-ovest del Paese (Foto di Canva)
Elisa, che situazione hai trovato in Ciad e quali criticità sta affrontando il Paese?
Sono in Ciad da marzo, da quando è iniziato il progetto. La situazione politica, vista con gli occhi di una persona europea, appare molto critica. Il governo è quasi assente e non garantisce i servizi di base: l’accesso all’istruzione e al mondo del lavoro sono estremamente limitati e i servizi sanitari non sono accessibili a tutti. Le persone evitano di criticare pubblicamente il governo per paura di ritorsioni.
Detto ciò, devo dire che le persone ci hanno accolto molto bene (i volontari di ACCRI che operano in Ciad sono due nda). Da parte loro c’è tanta curiosità in merito al nostro operato e alle nostre vite. Soprattutto all’inizio, ci sono state domande culturali che ci hanno sorpreso, domande che in Europa non ci aspetteremmo: “Cosa fai qui da sola? Non hai paura? Dov’è tuo marito?”. Per molti è difficile immaginare che una donna possa viaggiare da sola o che non abbia una famiglia tutta sua. In Ciad, invece, per le ragazze è comune sposarsi presto e dedicare gran parte della vita alla cura della casa.
In ogni modo, è importante affrontare e raccontare questi incontri con apertura, senza pregiudizi culturali.

Casa delle volontarie a Gagal (Foto di ACCRI).
In che cosa consiste il progetto che state portando avanti?
Operiamo principalmente nella regione del Mayo-Kebbi Ovest, vicino alla città di Pala. Qui ci sono due parrocchie principali, Gagal e Keuni, situate in un’area dove le infrastrutture sono carenti, con strade sabbiose e piene di buche, che complicano la mobilità e lo sviluppo territoriale.
Il progetto si sviluppa su diverse attività: il nostro obiettivo consiste nel supportare le comunità attraverso l’insegnamento di tecniche agricole più efficaci, che possano contribuire a migliorare i raccolti e a rafforzare l’autosufficienza agricola delle famiglie.
Quali sono le principali difficoltà che avete incontrato?
Una delle sfide principali è la gestione economica dei raccolti. I contadini tendono a concentrarsi sul breve termine: coltivano, raccolgono e vendono tutto immediatamente, senza mettere da parte una quota per i periodi di necessità, la cosiddetta soudure. La soudure è il periodo che intercorre tra l’esaurimento delle scorte alimentari e la maturazione del nuovo raccolto. Durante questo tempo critico, le famiglie riescono a sopravvivere a fatica ricorrendo alla caccia, alla raccolta di prodotti spontanei dalla savana e, quando possibile, all’acquisto di prodotti agricoli sul mercato. Tuttavia, l’accesso al mercato dipende fortemente dalle risorse economiche disponibili. La durata della soudure varia a seconda dell’abbondanza dei raccolti precedenti: può durare da poche settimane fino a un mese. In questo periodo, lo stato nutrizionale delle comunità peggiora drasticamente e può renderle particolarmente vulnerabili.
Il clima, poi, rappresenta un’altra grande difficoltà. In Ciad ci sono solo due stagioni: quella secca e quella delle piogge. La stagione delle piogge è la più favorevole per la coltivazione, ma c’è sempre il rischio che l’acqua sia insufficiente o, al contrario, eccessiva, con conseguenze disastrose per coltivazioni come miglio e mais, che non tollerano troppa umidità.
Per questo motivo, la formazione è fondamentale, sia dal punto di vista tecnico che economico. Qualche tempo fa, ad esempio, alcuni operatori della Caritas, che sono partner del progetto, hanno organizzato una formazione sull’uso del compost, perché molti agricoltori, ancora oggi, tendono ad utilizzare fertilizzanti chimici, che sono costosi e impoveriscono il suolo nel lungo periodo.

Noci di karité (Foto di ACCRI)
Una parte del progetto prevede un supporto diretto alle donne rurali, con un focus particolare sulla filiera del karité. In che cosa consiste?
Sia a Gagal che a Keuni ci sono molti alberi di karité. La raccolta delle noci inizia tra maggio e giugno, quando i frutti maturi cadono naturalmente dagli alberi. Le donne li raccolgono al mattino presto e li portano nei villaggi, dove inizia il processo di lavorazione. Questa attività rappresenta una fonte importante di reddito integrativo per le donne, perché dalle noci, una volta lavorate, si possono estrarre l’olio e il burro di karité.
Nella zona del Mayo-Kebbi, l’olio di karité non è utilizzato spesso in cucina, dove si preferisce quello d’arachidi, che viene prodotto localmente in grandi quantità. Anche per questo motivo, sarebbe interessante promuovere la lavorazione del karité per la produzione e la vendita di cosmetici, che potrebbero contribuire ad integrare ulteriormente il reddito delle donne, le quali si occupano prevalentemente di piccole attività agricole, come la sgranatura delle leguminose, e della cura della famiglia.
Tra le altre cose, il progetto prevede anche l’acquisto di attrezzature e di un mulino per facilitare la frantumazione delle noci di karité, due azioni che potrebbero rendere il processo meno faticoso e più efficiente.
Che impatto ha avuto il progetto sulla comunità locale? Può essere considerato un progetto di empowerment femminile?
Il progetto è ancora nelle fasi iniziali: in questi primi mesi ci siamo occupati soprattutto di osservare la situazione, quindi per ora è difficile parlare di impatti concreti.
Il supporto materiale, come l’acquisto di attrezzature per la lavorazione del karité, può migliorare la vita delle donne raccoglitrici, ma non ci sono i presupposti per parlare di empowerment.
In ogni caso, stiamo sicuramente contribuendo a un miglioramento delle loro condizioni lavorative.
Secondo te quali sono gli ingredienti alla base dell’empowerment femminile?
Tutto inizia dalla liberazione della parola. Nella zona di intervento del progetto, per molte donne è ancora difficile esprimersi in presenza degli uomini, perché la società è profondamente gerarchica e patriarcale. Qualche mese fa, avevamo organizzato un incontro con le donne raccoglitrici di karité, ma gli uomini che le accompagnavano le zittivano e parlavano al loro posto.
Per cambiare bisogna partire dalle giovani ragazze, che sono curiose e si interrogano sulla propria condizione. Ma serve anche garantire l’accesso all’istruzione e percorsi di formazione dedicati: spesso le donne non possono studiare perché hanno gravidanze già da molto giovani o perché le famiglie non se lo possono permettere.
Questo è un ostacolo enorme all’emancipazione, ma con il tempo e la giusta consapevolezza le cose possono migliorare.


