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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Agiamo in nome della vita

Prima parte dell’intervista a Stefano Musaico, attivista di XR Trento. La seconda parte la trovate qui. Di Emanuele Pastorino

“Siamo i narratori di una storia più bella che appartiene a tutti noi, agiamo in nome della vita”: si legge questo nella pagina di presentazione sul sito di Extinction Rebellion Italia, parte di un movimento globale tra i più affermati nella lotta ai cambiamenti climatici e alla costruzione di società più eque e giuste.  

Abbiamo scelto, quindi, di intervistare Stefano Musaico, ingegnere informatico e attivista di XR Trento, proprio a partire da questa necessità di agire in nome della vita: e già, in parte, la biografia di Stefano aiuta ad inquadrare di cosa stiamo parlando. Dopo la laurea, ha iniziato a lavorare a Bologna per poi trasferirsi a Trento “per amore verso la natura e lo sport in montagna”. Qui, poi, è maturata una “seconda crisi” attorno al suo lavoro: “ho sempre lavorato per aziende di informatica, principalmente di consulenza, che avevano vari clienti in base alle esigenze” mi racconta. “Ho sempre fatto, parallelamente, attivismo – soprattutto – ambientale ma poi anche politico. Soprattutto ultimamente mi trovavo però a partecipare ai venerdì di Fridays For Future, a partecipare ai Block Fridays contro il consumismo e poi tornavo in ufficio e dovevo aumentare le vendite di un’azienda perché c’erano i Black Fridays o i saldi. In quei casi, mi trovavo molto in crisi: sapevo di essere un ingranaggio, che potevo fare tutto il volontariato che volevo però quelle quaranta ore la settimana stavo aiutando il sistema nelle sue logiche classiche di crescita economica”. 

E.: Quindi cosa hai fatto?

S.: Nel 2020 ho deciso di iscrivermi al Master in Gestione di Impresa Sociale, mi sono licenziato e ho fatto questo salto nel vuoto: tramite il tirocinio di quel Master ho iniziato in Consolida, il consorzio delle cooperative sociali trentine, e, da lì, con alcuni contratti ho iniziato a lavorare e sono ancora lì. Mi occupo di Economia Solidale: gestisco il Centro per l’Economia Solidale che è gestito da Consolida e quindi mi occupo comunque di queste tematiche e, essenzialmente, di inclusione sociale per persone fragili. 

E.: Quell’incoerenza che hai sentito rispetto al tuo precedente lavoro rispetto alla consapevolezza climatica e all’attivismo che ne deriva mette in parte anche in crisi il modo forse “tradizionale” di fare volontariato, come strumento per tentare di sopperire le mancanze di un sistema che, anche con le nostre ore di lavoro, contribuiamo a incrementare. In base alla tua esperienza, come si riordinano – se si riordinano – questi aspetti?

S.: Ci sono sempre speranze. Dopo la pandemia si parla delle Grandi Dimissioni, di persone che forse – complice la pausa forzata – hanno iniziato a riflettere sul modello di lavoro: sono sempre abbastanza scettico, devo dire. In realtà, il mio percorso di cambiamento è lungo: tutto è partito, per me, da un libro di Simone Perotti “Adesso basta!” in cui parlava di downshifting. Questo è un fenomeno nato in Inghilterra e significa scalare marcia: persone come lui, che lavoravano in grandi aziende, si accorgevano che i ritmi sostenuti non erano particolarmente consoni al benessere generale. Decidevano, quindi, di fermarsi a riflettere, di quali fossero i loro bisogni e i loro desideri. Nel farlo, si licenziavano e cambiavano lavoro provando a seguire le proprie passioni. 

Penso che sia una cosa che in tanti – per quanto questi tanti siano pochi rispetto alla massa di lavoratori e lavoratrici – sentiamo: uno dei problemi è proprio il tempo. Non ci si ferma a pensare, a riflettere, e anche quando si parla di tempo libero la visione capitalistica è entrata anche in questo tempo libero, che dobbiamo consumarlo, utilizzarlo e se ti fermi anche solo per un attimo provi disagio, perché “stai sprecando del prezioso tempo libero”. E, quindi, lo riempiamo di eventi di qualsiasi tipo, anche culturali magari o vacanze last minute e attività varie. Anche una persona che ha tempo libero spesso non si ferma mai.

Quindi, da qui l’importanza di scalare marcia, di rallentare, per fermarsi a riflettere e provare a capire se il nostro stile di vita è consono. È difficile dire da dove si parta, insomma, ma deve comunque esserci una visione più ampia.

Certo bisogna tenere in considerazione le condizioni di partenza: ero abbastanza fortunato, quando ho fatto questa scelta. Non avevo mutui, non avevo figli a carico e ho potuto fare questo salto. Però non è vero che questa dimensione è disponibile solo per chi è ricco: ci sono storie che raccontano di persone e famiglie che hanno fatto scelte in questo senso.  

E.: Tra il 2018 e il 2019 alcuni movimenti, partendo dalle premesse che hai raccontato tu, vanno a ragionare su scala globale quale sia il downshifting da fare. Fridays For Future ed Extinction Rebellion hanno avuto questo grande merito: dal tuo punto di vista di attivista di XR cosa è successo in questi cinque anni? Qual è la tua impressione sul vostro ruolo nel dibattito pubblico, a una pandemia di distanza? 

S.: Lo ritengo fondamentale, sulle singole persone ancor prima che sul dibattito pubblico nel complesso: penso a quello che è successo a me. Avvicinarmi a XR ha influenzato un mio ritorno all’attivismo: oltre la mia storia personale, però, è evidente come quel momento e questi movimenti abbiano caratterizzato una riattivazione collettiva e generale andata in parallelo sia con l’affermarsi di questi movimenti che con il presentarsi di molte più catastrofi. Se non ci fossero state queste catastrofi, magari gli appelli sarebbero rimasti un po’ lì: è drammatica l’impressione per cui l’uomo capisca solo fintanto che è con la melma al collo.   

Crollo

E.: Con il Comune di Trento si è costruito un dialogo più stretto che va ad influenzare il modo di fare politica e politiche, cercando di anticipare il momento in cui la melma arriva al collo: come è nato e come sta andando?

S.: Siamo contenti di questo dialogo che è nato da uno sciopero, un rebel of one dove un attivista di XR è andato davanti al Comune di Trento, con un cartello, per porre l’urgenza di agire per attivare le assemblee cittadine. Da lì, alcuni consiglieri della maggioranza comunale hanno scelto di iniziare un percorso per attivare queste assemblee: di questo percorso si sta occupando un gruppo interno a XR che si è messo al lavoro in dialogo con il Comune e, poi, con il MUSE e l’Università di Trento. 

Questa iniziativa si è costruita e allargata grazie alle pressioni che abbiamo fatto come Extinction Rebellion: il MUSE, in tempi recenti, ha avuto alcune collaborazioni con ENI, in reazione alle quali abbiamo fatto azioni e pressioni. Ci hanno ascoltato e da lì hanno voluto investire tempo su questo progetto: attraverso i Simposi Langer, il MUSE ha contribuito a far nascere questo tavolo di regia che coinvolge noi, MUSE, Università di Trento, Comune di Trento e Associazione Yaku. 

La mozione, in Consiglio comunale, è stata approvata ad aprile 2022 e il Comune si era impegnato a formulare un regolamento per la gestione delle Assemblee entro un anno: siamo un po’ in ritardo ma stiamo andando avanti,continuiamo il dialogo fiduciosi.

Il dialogo – tornando a quello che dicevo prima – ora che siamo un po’ più conosciuti è sicuramente più possibile.

E.: Il dialogo che state aprendo sulle ASUC guardando al monte Bondone affonda le sue radici in un percorso lanciato a marzo con The Outdoor Manifesto e una serie di marce che, in tutta Italia, miravano a sensibilizzare sia sulla crisi idrica che stiamo vivendo che, soprattutto, sull’insostenibilità di alcuni modelli turistici basati sullo sfruttamento delle montagne per lo sci di discesa. Queste marce, infatti, si sono svolte in tutta una serie di luoghi dove, in un passato più o meno recente, erano presenti impianti che oggi sono inattivi proprio a causa della mancanza di neve. Come sono andate?

S.: Tutto questo filone è nato in Panarotta: siamo stati coinvolti da The Outdoor Manifesto per questa mobilitazione e abbiamo scelto di spingere questa mobilitazione ad andare anche lì. La manifestazione nazionale era incentrata sul proporre forme di turismo alternative e, soprattutto, sul fermare progetti di nuovi impianti sciistici che, in Panarotta, ad oggi non ci sono. Non solo: quest’anno il comprensorio ha scelto di non aprire gli impianti, soprattutto per il rincaro dell’energia. È un contesto, insomma, un po’ diverso e va spiegata questa diversità: abbiamo fatto una piccola rete di realtà attive sul territorio (noi, Fridays For Future Trento, Associazione RAM, Associazione GAS e il Comitato permanente per la protezione delle acque del Trentino) e abbiamo organizzato questa semplice passeggiata. Il risultato è stato positivo. 

La Panarotta è importante perché può essere un esempio: la chiusura di quest’anno poteva rappresentare la fine di tutto ma non è stato così. La Panarotta era piena di persone appassionate di sci alpinismo o di altre forme di presenza sulla montagna e anche gli operatori turistici dell’area, come il gestore del rifugio, dicono che comunque la stagione è stata positiva. Tutto questo mostra come questa necessità costante di investire sullo sci da discesa non esista perché un’alternativa è possibile. Investendo su piccoli interventi che rendano più evidenti queste altre forme di turismo, questi risultati possono anche migliorare.

A Pergine si è attivato un dialogo per capire se questa alternativa, oltre che possibile, può essere realizzata: manca una regia pubblica e quindi la paura è che si vada verso la solita logica, peraltro rafforzata da un progetto per la realizzazione di un nuovo bacino artificiale, finanziato dalla Provincia. 

E.: Allo stesso tempo, il ragionamento sul Bondone si deve scontrare con una serie di dati che alimentano una narrativa opposta: quest’anno, è notizia di qualche settimana fa, è stato un anno record per quanto riguarda gli incassi legati proprio allo sci di discesa sul monte della città di Trento. Come sta andando questo lavoro?

S.: Condividiamo con la rete di associazioni del territorio la voglia di non disperdere le energie: abbiamo pensato di riproporre l’iniziativa sul Bondone dove molte di queste questioni si ripresentano, dalle ipotesi sul bacino artificiale a quelle sulla funivia. Quest’ultima, purtroppo, può essere spacciata come forma di mobilità sostenibile ma senza dialogo a monte, senza una visione comune con residenti e operatori, potrebbe non avere alcun senso. Banalmente, se non viene chiusa la strada per risalire, le persone non spenderanno mai il prezzo del biglietto se con 5 euro di benzina arrivano in cima. 

Da tutto questo è nata la voglia di allargare la cerchia: è un peccato quando tante associazioni remano nella stessa direzione ma non collaborano. Attraverso un po’ di contatti raccolti anche in Panarotta, abbiamo contattato altre realtà (Legambiente, WWF, Italia Nostra, Lipu e diverse altre). In Panarotta c’era anche Tommaso Bonazza, del Comitato permanente per la tutela delle acque in Trentino: lui è un contatto fondamentale, da cui abbiamo imparato moltissimo. Sui bacini è fondamentale fare chiarezza: di fronte alla siccità, uno potrebbe dire “facciamo più bacini”. Però non è così semplice: anzitutto, se l’acqua viene usata per la neve artificiale, non viene usata per l’agricoltura. Questa guerra per l’utilizzo dell’acqua sarà sempre più forte. In più i bacini artificiali hanno impatti importanti: nella costruzione ma anche nella gestione dell’acqua, che ristagna e vede nascere sostanza organica che può generare anche notevoli danni agli ecosistemi. In più, se non piove, per riempirli bisogna portarla l’acqua né vanno a ricaricare le falde acquifere. Per risolvere il problema della siccità, stiamo imparando da persone come Tommaso Bonazza, è fondamentale ricaricare le falde acquifere: per farlo, bisogna rallentare i corsi d’acqua che, complice la canalizzazione, scorrono sempre più veloci e non vanno a permeare il terreno, ricaricando le falde. Questo per dire che ci sono interventi anche più semplici e più economici che, proprio per questo, fanno circolare meno denaro e creano malumor. 

E.: Emergono due temi – far circolare le informazioni e pianificare di più e meglio – che tornano anche sulla questione legata all’area di San Cristoforo dove, da una parte, la pianificazione è stata spesso inesistente o guidata da altri fattori e le informazioni anche risultano un po’ frammentate. Cosa sta succedendo? Cosa state facendo voi? 

S.: A Pergine ci sono diversi imprenditori edili che hanno voglia di investire. La politica dovrebbe un po’ gestirli e l’impressione è che non lo faccia troppo bene. Il Comune di Pergine, su stimolo dell’imprenditore privato, ha voluto tentare di risolvere una questione ossia quella del Teatro Tenda, stabile abbandonato in pieno centro storico di proprietà di questo imprenditore, Pallaoro. Il Comune vorrebbe riutilizzare quello spazio: Pallaoro ha proposto al Comune di fare una perequazione tra alcuni terreni agricoli, presenti nell’area di San Cristoforo, con quello su cui si trova il Teatro Tenda. La perequazione è uno strumento che, in sostanza, consente di “scambiare” lo status di edificabilità di due terreni, dove quello edificabile (se ha già delle strutture costruite) dovrà essere naturalizzato. 

Già solo questo pone un primo problema: un terreno, in centro storico e totalmente impermeabilizzato dal cemento, può essere realmente naturalizzato?  

Tenna between lake Caldonazzo and lake Levico

Questa storia ha innescato la vera questione: l’area di San Cristoforo è un territorio molto fragile, con due biotopi protetti che rappresentano gli ultimi habitat “originali” del lago di Caldonazzo che sono spesso a rischio sia per incendi che per interventi dell’uomo. Oltre a questo, nell’area ci sono diversi edifici abbandonati da decenni: parte di questi edifici e terreni sono di proprietà di Pallaoro il quale sta provando ad investire e avere nuovi guadagni da quel territorio. Il Comune ha accettato questa perequazione, che ha già avuto un primo parere negativo dell’Ufficio Urbanistico della Provincia  essendo in contrasto con l’art. 18 della legge 15 del 2015 sulla limitazione del consumo del suolo (questione peraltro centrale nella lotta contro la siccità). Questo ha fatto sì che la questione venisse riproposta in Comune a Pergine che ha approvato nuovamente la misura a marzo: sono partiti immediatamente i lavori che hanno visto, ad oggi, l’abbattimento di un boschetto di pioppi presente nell’area e in una sostanziale desertificazione di quel terreno, con effetti importanti su l’ecosistema dell’area. 

A rendere il quadro più complesso c’è anche la vicenda giudiziaria relativa ad uno degli edifici dell’area costruito dallo stesso imprenditore qualche anno fa e che è ancora in corso.

Noi cerchiamo di fermare questo scempio aggravato dal fatto che, su quei terreni, l’idea è di costruire un grandissimo centro commerciale con parcheggi annessi: sarebbe l’ottavo nell’area di Pergine e non se ne sente davvero il bisogno. Partecipiamo, insomma, al dibattito pubblico locale, cercando di stimolare la cittadinanza e coinvolgendo di nuovo la rete di associazioni con cui stiamo lavorando di più. 

E.: Studiare per conoscere, informare per dare accesso a tutti, pianificare sul lungo: mi sembra che potrebbero essere questi tre slogan con cui sintetizzare il vostro sguardo verso la politica. 

S.: Senza informazione non c’è democrazia: prendiamo i bacini artificiali. Se uno ha la pretesa di risolvere la siccità in due righe, invocherà i bacini artificiali. Purtroppo, però, non funziona così: ci vuole tempo. 

La seconda parte dell’intervista a Stefano Musaico la trovate qui