Intervista a Olha Vozna, a cura di Emanuele Pastorino.
Arrivo all’Hotel Oasi di Trento in bici. Piove da un paio di giorni, le ciclabili che costeggiano le strade trafficate di questo pezzo di città, tra capannoni abbandonati e caseggiati popolarissimo, sono umide.
Posata la bici entro nel vecchio albergo, nato a nuova vita grazie alla cordata guidata da IPSIA Trentino, l’associazione delle Acli Trentine che opera nella cooperazione internazionale e che ha trovato, in questo albergo, un progetto ambizioso su cui investire qui a Trento. Luogo di accoglienza, rifugio per chi vive momenti di fragilità e albergo low cost: un incrocio di bisogni e desideri che costruisce un luogo diverso, inedito per questa città e non solo.
Dentro l’atrio è colmo di scatoloni e persone al lavoro. “È l’ultimo giorno della distribuzione, c’è un po’ di trambusto”: mi accoglie Olha Vozna, che per le Acli e con IPSIA lavora e con l’Associazione Rasom è al centro della macchina dell’accoglienza e della solidarietà che, da Trento, guarda all’Ucraina in guerra e ritorno.
Come stai?
OV: [Ride] Che domanda! Ho iniziato a rispondere che sto bene perché, tanto, è impossibile descrivere come si sta. È difficile proprio perché essendo ucraina, però vivo lontano, però faccio parte anche di un tessuto sociale qui in Trentino, è tutto complicato. Si fondono una serie di cose e, allora, da qualche settimana a questa parte dico: sto bene.
Dove siamo? Cos’è l’Hotel Oasi?
OV: L’Hotel Oasi è, attualmente, un albergo sociale anche se non era stato pensato totalmente in questo modo. Lo scorso anno, IPSIA nazionale aveva acquistato questo albergo insieme ad alcuni investitori privati: questo immobile era vecchio e decaduto e allora abbiamo deciso di trasformarlo in uno spazio da condividere, con una parte sociale e una turistica. Il secondo piano era dedicato – e lo è tutt’ora – a persone senza dimora mentre il primo piano era pensato per la parte turistica. Lo abbiamo inaugurato il 18 dicembre dello scorso anno e, da lì, nei primi mesi del 2022 sono entrate, al secondo piano, le persone con Fondazione Comunità Solidale che hanno iniziato a vivere qui.
Bisognava aprire, piano piano, anche la sezione turistica: è stata creata una società a cui è stato dato in gestione l’albergo – società composta dalle stesse persone di IPSIA – e mentre stavamo finendo la parte burocratica è arrivata la guerra.
A quel punto sono andata da Nicola Manica, l’amministratore delegato, e gli ho detto ‘arrivano profughi, dobbiamo ospitarli’. Il 5 marzo sono arrivate 14 persone: adesso è totalmente un albergo sociale, con la struttura del primo piano che è entrata nel circuito Cinformi.
Quante persone sono accolte? Sono sempre le stesse?
OV: Come profughi, sono accolte 15 persone. Al secondo piano sono tra i 15 e i 20: qualcuno va, qualcuno viene. In totale c’è una quarantina di persone.
Nel progetto per i senza dimora ci sono persone che cambiano: loro hanno un periodo in cui possono stare in questi alloggi che vengono dati per un periodo di tempo utile a trovare un luogo dove stare. Sono tutte persone con un lavoro, che hanno difficoltà a trovare casa ma che possono essere messe nelle condizioni di farlo. Ci sono degli operatori che si occupano del progetto quindi non so bene quanti siano transitati.
In questo numero di Abitare parliamo di “disordine”: l’Hotel è nato con queste premesse, la reazione di IPSIA alla guerra me l’hai raccontata. Volevo chiederti, subito dopo, della reazione dell’ecosistema che sta attorno ad IPSIA.
OV: L’interazione tra le persone di qua e i profughi è difficile: non parlano l’italiano e non abbiamo abbastanza volontari per tradurre tutto. Noi dobbiamo occuparci prima di tutto delle difficoltà, dei problemi, non abbiamo il tempo per tradurre una conversazione semplice.
La barriera linguistica c’è, esiste, e magari non li fa diventare amici ma ci sono volontari che insegnano l’italiano e quindi si è creato un rapporto. I bambini vanno a scuola, e anche lì si crea un rapporto con i ragazzi delle scuole: abbiamo cercato, fin da subito, di dire a tutti di mandarli a scuola perché è un modo per entrare nella comunità in cui vivi.
Gli adulti fanno più fatica: di solito sono madri, di solito con bambini piccoli e hanno difficoltà ad interagire, specie quando non parlano italiano e non parlano inglese. Fra volontari italiani e le associazioni, invece, non ci sono problemi: non abbiamo, magari, tutto il tempo per gestire tutti i volontari, perché se arriva una persona bisogna dedicarle del tempo, però le cose procedono.
Quando ti ho contattata per questa intervista tu mi hai proposto di venire a parlare qui, sicuramente perché questo è il posto dove avete accolto tante persone che dall’Ucraina sono scappate, in questi mesi, e persone che lì stanno tornando. Qui vive la tua doppia anima e quindi ora ti chiederei qualcosa di Rasom: cos’è l’Associazione e cos’è per te? Quanto è cambiato del mondo-Rasom dal 24 febbraio ad oggi?
OV: Anzitutto Rasom vuol dire “insieme”: ormai questo lo abbiamo raccontato a tutti. Perché nasce questa associazione e perché si chiama così? Sono arrivata in Italia nel 2003, alla fine di quell’anno: nel 2004 ho iniziato a studiare qui, in seconda media. Arrivo da Leopoli, città di più di un milione di abitanti, e sono arrivata in una piccola frazione di Segonzano, dove c’erano 30 case e non c’erano giovani tranne i nostri vicini di casa, marocchini, con cui non riuscivamo a dialogare. Shock totale: per mezzo anno abbiamo vissuto lì ed eravamo totalmente tagliati fuori dal mondo, attorno c’erano solo montagne.
Mia mamma è arrivata in Italia nel 1999, come tante persone in quel periodo: ha fatto la badante senza documenti ma lei è una cantante lirica, molto attaccata alla propria cultura e ci ha sempre insegnato – a me e mia sorella – le nostre tradizioni, i nostri canti, tutto quello che aveva a che fare con la nostra identità. Lei cercava di mantenere e crescere questi aspetti. Quando arriviamo qui nel 2003 – e nel 2004 ci siamo trasferite vicino a Trento – mia mamma e altri gruppi di famiglie che sono arrivate qui in quegli anni con il ricongiungimento familiare decidono di mettersi insieme e creare uno spazio per mantenere la cultura, la lingua, le nostre tradizioni, per darci uno spazio in cui trovarci e avere un momento di “casa”.
Sono vissuta in questa associazione. Settimana dopo settimana ci incontravamo, sono cresciuta con tanti ragazzi – nostri coetanei – che ora hanno anche loro figli e figlie: alcuni facevano fatica a riconoscersi come ucraini, dopo un po’. Sono diventata anche io presidente dell’Associazione che è un’associazione culturale che ha come scopo principale quello di portare avanti le nostre tradizioni: ho iniziato a insegnare ucraino ai bambini nati qui, facevamo eventi culturali per noi e per le comunità italiane, andavamo in casa di riposo. Poi nel 2014 c’è stata la Rivoluzione Arancione e anche qui abbiamo fatto qualche manifestazione, sostenuto nostri connazionali in Ucraina: arrivano richieste di aiuto e, allora, insieme alla Chiesa cercavamo di raccogliere qualcosa e spedirlo lì.
Dopo la Rivoluzione ci siamo accorti di dover cambiare attività: abbiamo portato qui soldati feriti a Maidan e in guerra e abbiamo attivato una parte più sociale, facendo da interpreti ai soldati ricoverati e tenendo loro compagnia.
Da lì è entrato questo sentimento di nostalgia ma anche di grande tristezza perché è arrivata la guerra. Ricordiamolo: è dal 2014 che la guerra è in Ucraina, noi non ci siamo mai dimenticati di questa situazione e abbiamo portato, anno dopo anno, il nostro sostegno alle situazioni più fragili.
Dal 24 febbraio, non potevamo neanche immaginare di dover rivedere le nostre priorità e di fare tanto: siamo diventati logisti, siamo diventati qualsiasi cosa. All’inizio volevamo occuparci solo della raccolta di beni di prima necessità: abbiamo scritto un volantino in cui c’era il mio numero, quello di mia mamma e di altre persone. Abbiamo ricevuto più di 500 chiamate al giorno e non sapevamo più come gestire questa cosa: piano piano, nei mesi scorsi abbiamo imparato come fare.
Poi, sono arrivati i profughi. E con loro altri problemi da risolvere: le persone vengono da noi, dobbiamo trovare delle soluzioni. Non dobbiamo farlo per forza ma ci sentiamo “in dovere”, in realtà, pensando a quello che stanno pensando le persone in Ucraina.
È un po’ una missione che ci siamo date da sole: da quel momento è cambiato tutto nuovamente. Se prima avevamo la questione della guerra sempre in testa, adesso la guerra c’è dalla mattina alla sera. Ti svegli con il pensiero della guerra e vai a dormire con il pensiero della guerra. Ti svegli pensando ‘oh mio Dio, spero che non abbiano bombardato altro’ oppure ‘magari è finita questa guerra’ e poi vai a dormire cercando di pensare in positivo, anche se poi vedi le foto – adesso arriva di tutto – delle persone mutilate (non dico neanche di morti) ma di quelle persone che dalla guerra in poi avranno una vita difficilissima. La guerra c’è sempre.
La domanda che mi verrebbe da farti, se ti va di rispondere, è se voi volontari e volontarie delle associazioni di nazionalità ucraina, riuscite a trovare forme di sostegno che vada al di là del sostegno umano, reciproco, e quindi anche dal punto di vista professionale. Quello che sta succedendo è devastante per persone che non hanno quell’identità, quella conoscenza, quel rapporto familiare con quel popolo, quella terra, quelle città. E già così ci raccontiamo moltissimo gli effetti psicologici di questa guerra su di “noi”: da questo punto di vista, proprio perché vivete dal mattino alla sera questa condizione, esiste una forma di sostegno del genere?
OV: Sì sì, per fortuna noi non siamo soli: ci sono tantissime organizzazioni, istituzioni, volontari singoli che si sono proposti e danno una mano in modi diversi. Ci sono psicologi, persone che ci chiamano – professionisti – per proporci il loro aiuto in modo gratuito.
Ci sono organizzazioni sportive, ludiche, che propongono attività per bambini per rendere la loro vita qui un po’ più normale e non far pensare loro a quello che succede.
È vero, però, che noi – persone che vivono qua, come me, come Stefania, come Alessia – le persone che si dividono un po’ il lavoro e poi parlano con tutti gli altri per eseguire quello che c’è da fare dobbiamo continuare ad essere forti e la cosa diventa sempre un po’ più difficile.
Davanti ai profughi che arrivano non puoi essere debole e piangere insieme a loro: devi essere quella persona che tira su il morale.
Davanti alle altre persone che arrivano da te, volontari o persone che passano, ti esprimono solidarietà ma lo fanno in tanti modi diversi: c’è chi ti dice ‘mi dispiace’ ma qualcuno inizia anche emotivamente a fare discorsi anche abbastanza difficili e tu devi continuare ad essere forte, mantenere la stabilità e la lucidità mentale perché hai un sacco di altre cose da fare. Devi fare un po’ un muro e cercare di gestire il tutto: siamo molto stanche.
Non siamo sole, non siamo le uniche: facciamo parte di una rete di ucraini in tutto il territorio italiano che discute delle problematiche principali che emergono e a livello nazionale vediamo che i problemi sono un po’ sempre gli stessi (cambiano, magari, da nord a sud) ma hanno la stessa origine.
Spesso queste situazioni vedono le persone più giovani in prima linea: le persone che hanno dai 50 in su hanno vissuto più esperienze di noi in Ucraina, quindi la vivono in modo ancora più pesante. Magari pensano ai loro genitori, che sono ancora lì, o pensano alle case – tante badanti hanno investito tutto quello che hanno guadagnato qua, lì e non solo sono preoccupate per i figli ma anche per quello che hanno messo via.
Prima facevi cenno al fatto che la struttura del primo piano rientra nella rete Cinformi: questa migrazione è molto diversa da quella degli ultimi 10 anni e non assomiglia, per certi versi, nemmeno a quella proveniente dalla ex Jugoslavia. Qui, l’impressione è che le persone che arrivano siano consapevoli di restare per poco tempo, di non aver bisogno – per certi versi – di gettare radici in prospettiva di un immediato ritorno. Qual è la situazione?
OV: Eravamo in grandissima difficoltà, all’inizio, con le istituzioni perché era successo tutto all’improvviso e l’ondata dei profughi è arrivata subito. È vicinissima, l’Ucraina: nessuno era pronto e anche il Cinformi non era pronto. Non sapevamo cosa fare.
Sull’ondata emotiva abbiamo sistemato le persone che arrivavano così, senza fare troppe domande.
Piano piano, il Cinformi e tutte le istituzioni hanno trovato soluzioni: adesso va tutto bene ma è anche vero che le persone non arrivano più. Anzi, stanno andando a casa.
Chi è venuto qui lo ha fatto perché non voleva essere ucciso in guerra ma si tratta di persone che non lasceranno i loro mariti, le loro case: tante persone ci hanno detto che torneranno se troveranno una casa, appena la situazione sarà un po’ più sicura. Tanti pensano che sia già più sicuro e altri stanno tornando anche perché non possono più permettersi di stare qui: per dirti, un euro vale 30-33 grivnia. Quello che guadagna in Ucraina una persona normale lo spenderebbe qui in pochi giorni e tante persone non hanno avuto aiuti da qualcuno. Anche questo diventava difficile: aspettando gli aiuti, tanti sono tornati perché non riuscivano a mantenersi in Europa.
Adesso tutto funziona meglio: il Cinformi dà l’alloggio, dà il vitto e un pocket money per le piccole spese. Non si sa quanto durerà: queste persone non pensano di vivere qui per sempre.
La costruzione di progettualità più lunghe diventa così ancora più complicata, anche perché il nostro sistema – con luci e ombre – era focalizzato in un’altra direzione, quella dell’integrazione. Quali sono i presupposti di queste progettualità? Qual è la risposta di amministrazioni abituate invece a progettualità diverse?
OV: Le progettualità che noi pensiamo sono per le persone che rimarranno qui più a lungo ma la maggior parte dei progetti saranno in Ucraina, alla fine della guerra: quello che abbiamo raccolto lo stiamo investendo e conservando in vista di quel momento. Questi progetti si rivolgeranno alle persone più fragili: bambini, anziani, disabili, famiglie in difficoltà. In questo momento stiamo inviando beni materiali, in particolare per gli ospedali: questa è la priorità.
Il tuo punto di osservazione, tra il lavoro di IPSIA e quello di Rasom, è particolare: hai modo di avere uno sguardo a 360° sulle due forme di immigrazione irregolare che stanno interessando l’Italia e il Trentino – da una parte, dall’Ucraina e in rientro, dall’altra lungo la rotta balcanica. La prima domanda, dunque, è se stai percependo nelle comunità che hai attorno un cambio di sguardo verso le migrazioni irregolari che provengono dalla rotta balcanica oppure no.
OV: IPSIA si è sempre occupata di Europa balcanica: quando ho iniziato a lavorare con loro, anche io ho iniziato a scoprire quel mondo, di cui si parla pochissimo.
Sapevamo che non era facile entrare in Europa e che anche l’Italia era parte di quel meccanismo lungo la rotta balcanica: cosa succede dall’inizio della guerra? Ti dirò: non lo so. Non ho più avuto tempo per seguire quella parte: i nostri progetti vanno avanti, anche grazie al lavoro fatto con il Forum e con altre associazioni in Trentino.
Mi ha colpito moltissimo che si sia iniziato a parlare di “profughi di serie A” e “profughi di serie B”: mi ha fatto riflettere ma anche arrabbiare. Quella che stiamo vivendo è una situazione totalmente diversa. Ovviamente anche secondo me non ci sono differenze tra chi arriva dall’Ucraina e chi da altri percorsi migratori: non ha senso parlare di una maggiore vicinanza con le persone che fuggono dall’Ucraina perché c’erano le donne ucraine che lavoravano in Italia. È un discorso che non sta in piedi: se sei solidale, lo sei con tutti. Allo stesso tempo, a chi diceva ‘eh ma voi siete passati attraverso la frontiera e nessuno vi ha fermati e poi siete stati accolti’ mi verrebbe da chiedere se anche gli ucraini dovevano stare nei campi e subire la stessa situazione.
Probabilmente vogliono l’esatto opposto, ossia che ci sia un sistema di accoglienza diverso per tutti e tutte.
OV: Esattamente: per quanto siano ingiuste queste politiche, il tema andava posto in modo diverso, senza “incolpare” i profughi ucraini per queste scelte. Ho visto varie persone che sono arrivate a negare la situazione della guerra, sui social, anche per questi motivi. Mi ha colpito il fatto che in molti stranieri abbiano maturato sentimenti negativi verso gli ucraini perché sono stati trattati meglio di loro.
Questi sentimenti negativi sono indotti da un diverso trattamento. La rivendicazione che si intercetta di più è legata al fatto che lo Stato abbia adottato non solo due pesi e due misure ma due norme differenti: per l’Ucraina è stata attivata la direttiva per la protezione temporanea, per tutte le altre migrazioni no, anche per situazioni per le quali la mobilitazione della società civile è stata gigantesca (penso all’Afghanistan ad agosto). Sicuramente il sentimento negativo quando rientra nella “lotta” tra chi soffre queste situazioni è tanto immediato quanto ingiusto ma è l’effetto di una scelta sbagliata da parte di chi ha il potere.
OV: Assolutamente sì: non voglio passare come una persona scettica. Ho visto moltissima ipocrisia anche nella reazione dei trentini alla guerra in Ucraina: se fino a ieri mi dicevi ‘via tutti gli stranieri’ e oggi apri casa tua per profughi che sono comunque stranieri… Vorrei che questo possa essere di buon auspicio, che sia l’inizio di un’apertura mentale anche verso le altre forme di migrazione ma non penso che sarà così.
Questa apertura deriva dall’idea che noi ucraini siamo comunque “parte dell’Europa”: cosa significa? Vorrei che questa situazione, che questa grande solidarietà, porti le persone a pensare, anzitutto, di non dover ripetere la grande solidarietà e di lavorare sulla questione della pace, sul modo in cui le persone percepiscono il mondo, sul perché nascono i conflitti e anche quelli all’interno di una stessa casa.
E così anche per i sentimenti negativi verso altre persone, che sono profughe e che magari vengono dall’Africa: bisogna iniziare a capire il perché queste persone scappano, perché vogliono arrivare qui.
Sono straniera e anche io ho vissuto momenti di razzismo: certo, in modo diverso perché sono nata in Europa, vengo dall’Europa e non sono nera. Vorrei che questa situazione – per gli europei, per gli italiani e per i trentini – facesse riflettere un po’ di più: non solo per “dare quello che possono” perché dare tre sacchetti di qualcosa è importante ma non basta.
È il momento di coltivare qualcosa di diverso nei pensieri, di lavorare per costruire la pace e non continuare a dover avere sempre e solo a che fare con gli effetti della guerra.


