Proseguiamo le interviste di questa settimana di Abitare la Terra 2030 con le ACLI Trentine una delle realtà protagoniste del progetto “Destinazione val di Cembra”, un cammino che coinvolge diverse Comunità del territorio cembrano che hanno deciso di valorizzare e riscoprire le radici locali provando a proiettarle nel futuro sperimentando nuove pratiche di trasformazione sociale e modelli innovativi di sviluppo locale. Come? Scopriamolo assieme!
Di Alessandro Graziadei
Come nasce il progetto “Destinazione val di Cembra” e con quali obiettivi?
ACLI: Il progetto nasce dall’incontro fra il Circolo ACLI di Cembra è alcune persone interessate alla valorizzazione del territorio cembrano in un’ottica di riscoperta e di sviluppo del turismo sostenibile. Il tema dei cammini e del camminare rappresenta del resto una novità molto apprezzata sia per quanto riguarda la riscoperta del valore naturalistico e storico di tanti territori, sia come “mezzo” per riprendere il filo, interrotto da alcuni decenni, dell’identità e del ritrovarsi come comunità. Le ACLI, da questo punto di vista, si sono messe al servizio di questa idea, svolgendo un ruolo di accompagnamento e sostegno.
Chi sono i soggetti che sono stati coinvolti in questo percorso?
ACLI: Sono semplicemente delle persone che amano la loro valle e vogliono dare un loro contributo per rafforzarne lo spirito comunitario e creare un percorso in cui tutti possano riconoscersi. E’ stato costituito un gruppo spontaneo di cittadini che ha scelto di chiamarsi “Destinazione Val di Cembra”, ma non si tratta ancora di una struttura organizzata e codificata da uno statuto.
Che ruolo hanno in questo progetto le istituzioni culturali, come i Musei etnografici e quali i privati cittadini?
ACLI: Come detto i privati cittadini sono l’elemento centrale di questa iniziativa, mentre per quanto riguarda gli Ecomusei posso dire che il confronto è aperto. Con loro abbiamo organizzato una delle sette serate di presentazione del progetto alla quale hanno partecipato Giuseppe Gorfer, Presidente della Rete degli Ecomusei del Trentino e Antonella Mott di UMSe, la Rete etnografica di piccoli musei ed ecomuseale.
Uno degli obiettivi del percorso è dare vita ad un cammino che unisca in un percorso ad anello tutti i comuni della valle passando attraverso i luoghi più significativi dal punto di vista storico-culturale e rurale. A che punto è lo sviluppo di questo cammino?
ACLI: Terminata nel giugno scorso la prima fase, quella relativa ad un primo approccio di condivisione con la comunità locale con momenti di riflessione e informazione dedicati alle valenze storico-artistiche, ambientali e naturalistiche, nonché all’identità e allo spirito di coesione della valle; abbiamo dato vita ad un seconda fase caratterizzata in primo luogo dall’allargamento del gruppo promotore e da due traiettorie di sviluppo a cui corrispondono due gruppi di lavoro. Da una parte abbiamo un gruppo che lavora sui temi e i contenuti dell’identità e della cultura, mentre dall’altra ne abbiamo uno che lavora sul percorso fisico-naturalistico vero e proprio. Del resto, fin dall’inizio, abbiamo sostenuto che si tratta di un vero e proprio “processo” all’interno del quale convivono due anime: una fisica, relativa al sentiero, e una culturale, relativa ai contenuti. La sintesi fra le due dovrebbe portare, questo il nostro auspicio, al rafforzamento della comunità locale, della sua coesione interna e della sua identità. Un ultimo aspetto riguarda il reperimento di risorse per sostenere un lavoro che potrà contare ancora per poco sul volontariato, ed avrà sicuramente bisogno di un supporto tecnico per ottemperare a tutte le fasi di realizzazione del cammino.

Tutto il percorso si basa sull’ascolto e il confronto attraverso processi decisionali democratici, l’inclusione e la partecipazione delle persone. Quali sono le difficoltà che avete incontrato e quali i punti di forza di questo percorso partecipato “dal basso”?
ACLI: Il punto di forza è sicuramente rappresentato dal fatto che siamo un gruppo spontaneo di cittadini e, a parte una piccola risorsa messa a disposizione dalle Acli per sostenere il lavoro di accompagnamento iniziale, tutto si basa sul volontariato. La difficoltà risiede nel fatto che oggi il volontariato viene vissuto da tante persone come una sorta di atto dovuto, come se le ACLI o altre associazioni non profit fossero un’emanazione dell’ente pubblico. Ma a parte questo, va detto che le persone che hanno partecipato ai primi incontri sono rimaste entusiaste delle nostre iniziative, manifestando spesso la voglia di partecipare. Certo, non abbiamo la fila per entrare, ma le persone hanno dimostrato di avere molto interesse per la riscoperta del territorio e della comunità. Altra difficoltà è rappresentata come detto sopra dal reperimento delle risorse necessarie all’organizzazione del processo partecipativo ed esecutivo del progetto, tema questo che ci vedrà impegnati anche nei prossimi mesi con la partecipazione a bandi e con richieste di sostegno specifiche.
Cosa sono le “Comunità intraprendenti” individuate nel vostro percorso e come cercano di rispondere ai cambiamenti sociali ed economici che sempre più realtà rurali e urbane stanno attraversando?
ACLI: Direi che, in generale, questa è la vera sfida della politica del nostro tempo. Le comunità intraprendenti sono quelle comunità che assumono un loro destino senza subirlo e che decidono di reagire al processo di omologazione imposto dalle politiche neoliberiste e del cosiddetto deep state. Politiche che si traducono nella cementificazione del territorio, nella riduzione dello stesso a mere direttrici di traffico, a valli dormitorio senza un effettivo modello economico che faccia tesoro delle vere risorse e competenze del territorio. Oggi i luoghi sembrano subire anziché condizionare il modello di sviluppo e le comunità intraprendenti rappresentano una risposa di consapevolezza verso i rischi di una deriva di spogliazione ed omologazione della montagna in favore dell’egemonia delle città e della pianura.
Ci spiegate cosa vuol dire e che importanza ha la “restanza” in un percorso come questo che vuole valorizzare i territori attraverso la promozione dei talenti e le risorse locali?
ACLI: Come afferma giustamente Vito Teti nel suo celebre saggio, la restanza intende definire un nuovo senso dei luoghi attraverso la partecipazione dei cittadini. Ma per fare questo è necessario un percorso di consapevolezza del valore alternativo rappresentato dalla prospettiva locale in chiave politica, amministrativa, culturale e ideologica. Se non si comprende questo, la restanza rischia di fermarsi alla testimonianza individuale, all’esacerbazione individualistica e caratteriale seguendo le quali la montagna rischia di diventare il rifugio dei naufraghi dello sviluppo senza la prospettiva di contaminare e trasformare realmente i luoghi e le loro comunità. La restanza è pertanto un atto politico di consapevolezza, ma anche di mediazione con la comunità locale, con i montanari ed è soprattutto un’assunzione di responsabilità che necessità di una visione e di uno sguardo complessivo sulla montagna per assumere sia un postura politica generale, sia la totalità dei problemi che promanano dal territorio. Senza questa visione, la restanza rischia di tradursi nella ricerca di un rifugio su misura per pensionati in cerca di autenticità e come tale rischia di essere un atto egoistico anziché di nuovo inizio.
Il turismo generato da percorsi come questo può essere considerato sia sostenibile che relazionale?
ACLI: Certamente, sono esattamente questi gli obiettivi che ci siamo posti.
A che punto è il percorso di costruzione e costituzione di questo modello innovativo di sviluppo locale e quali saranno i vostri prossimi appuntamenti e obiettivi?
ACLI: I prossimi obiettivi riguardano il passaggio da gruppo informale a associazione strutturata, l’individuazione di un budget adeguato per poi passare alla fase esecutiva di definizione cartografica del percorso, segnaletica, comunicazione e manutenzione dello stesso.
Grazie per la disponibilità, per le spiegazioni e speriamo di vederci presto, con “Destinazione Val di Cembra”!


