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Chi siamo

Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Empatia, quarta dimensione

Prossimità, disordine, tempo, spazi, vacanze, persone, potere: queste le prime sette parole di questo piccolo percorso di nove che, con Abitare la Terra 2030, abbiamo pensato potessero essere lo spunto per raccontare il senso con cui si muovono le comunità, oggi, l’insieme delle coordinate che, dal nostro osservatorio, ci sembrano guidare i mondi del volontariato, del terzo settore e della cooperazione. L’ottava parola, quella di questa settimana, è empatia. 

Di Emanuele Pastorino

empatia

Non è una parola nuova, nell’ambito della progettazione di comunità: anche noi, nel nostro piccolo, l’abbiamo già incontrata a maggio, parlando di prossimità. È uno strumento che fa parte della cassetta degli attrezzi di chi, dentro le diverse comunità, sta e si muove: rappresenta una dimensione fondamentale che rende l’agire comunitario una pratica a sé stante rispetto ad altre (dalla fornitura di servizi fino all’esercizio commerciale), indica una postura di base da tenere quando si ha a che fare con i temi della progettazione.

È una parola che ha molto a che fare – che lega, da un certo punto di vista – altre che abbiamo già incontrato: prossimità con tempo e spazi; potere con persone. 

Empatia, prossimità, tempo, spazi

Nel primo caso, empatia è un filo rosso che unisce i puntini della progettazione di comunità, che rappresenta un modo e un senso con cui si può interpretare questa pratica. Ecco, allora, che riguarda il modo in cui ascoltiamo ore e ore di chiacchiere, il senso con cui affrontiamo la mappatura dei bisogni di un quartiere, i problemi e i desideri di una comunità di montagna che lotta contro lo spopolamento, la difficoltà nell’organizzare un evento o una gita.

Progettare empaticamente è una modalità che difficilmente verrà fotografata dal testo di un bando, non troverà una voce di costo nella rendicontazione di fine progetto ma costituisce lo scarto reale con cui si può misurare l’effetto delle nostre iniziative in un dato territorio e periodo di tempo. 

pandeemia

L’empatia, in questo senso, somiglia a tutta una serie di esperienze che appartengono alla normalità della nostra convivenza: è quella caratteristica personale, quella capacità e propensione all’ascolto attivo, che traslata nella progettazione di comunità è in grado di dare alle azioni, agli spazi, ai modi con cui agiamo in questi contesti il volto e i linguaggi delle persone che coinvolgono.

Si tratta di quell’elemento di base cui attinge il mondo commerciale, quella capacità emotiva che appartiene a molte pubblicità che è un po’ diversa per ciascunǝ di noi, che ci colpisce: prestata al “lato chiaro”, questa caratteristica della progettazione comunitaria è quella che rende efficace e duraturo un risultato, che lo trasforma – in una certa misura – in impatto. Se la valutazione dell’impatto sociale, infatti, assomiglia a “quell’attività che permette di misurare e dare valore al cambiamento generato dalle attività di un ente di Terzo settore, sia in termini economici che sociali”, la sua capacità di attecchire al tessuto sociale e culturale su cui si muove dipende molto da una categoria “astratta”, non direttamente misurabile, come l’empatia.

Potere e persone: empatia come trasformazione

Empatia fa rima – almeno per me – con mutualismo: questa parola ha a che fare con molte cose ma – almeno per me – affonda le sue radici in un contesto culturale e politico estremamente preciso. 

Come ha osservato Antonio Alia intervistando Maria Grazia Meriggi, “è stato, anche se in maniera contraddittoria, presupposto delle prime organizzazioni di classe”: non parlo quindi di buoni sentimenti, né di generali richiami ad avere relazioni “buone”. Progettare empaticamente, quindi, è anche una forma di resistenza rispetto ad ampi tratti della nostra cultura: in un contesto in cui la scarsità di risorse non fa che produrre ulteriori disuguaglianze, l’agire empatico – l’agire mutualistico – si pone come approccio alternativo, conflittuale e creativo per “sortire assieme dai problemi”. 

Ring

Da questo punto di vista, l’empatia dà forma a quella matrice comune sulla quale costruire un progetto, una mobilitazione, uno sciopero, una raccolta fondi, una lotta: Ezio Manzini, che su questi temi lavora moltissimo, ha osservato come i sistemi a governance collaborativa (se volete, semplificando, diverse modalità di esercizio del potere da parte delle persone) “per non tradire i suoi valori originali richied[ano] una certa dose di attenzione, empatia e disponibilità all’azione. Cioè, in definitiva, di cura”.

Quarta dimensione

Da un certo punto di vista siamo abituatǝ a ragionare, da tantissimi punti di vista, secondo tre dimensioni: bisogni (che chiamiamo anche obiettivi, raramente desideri) a cui dover rispondere; azioni con cui condurre la nostra progettazione; risultati, che sono – nel migliore dei casi – risposta ai bisogni da cui si è partiti.

L’empatia è una quarta dimensione della progettazione di comunità: è l’urgenza con cui quei bisogni vengono individuati, la capacità di diffondere il senso delle azioni che vengono messe in campo, l’insufficienza dei risultati raggiunti se lasciati a loro stessi. Empatia, da questo punto di vista, è la scelta di porsi su un piano di condivisione di linguaggi e modi, di posti, benefici e scomodità. È il riconoscimento di un privilegio, dove esiste, e l’azione per mitigare, prima, e superare, subito dopo, le disuguaglianze che caratterizzano un contesto prima dell’agire progettuale. In questo, almeno dal mio punto di vista, l’empatia non è un buon sentimento, neutro o neutrale rispetto a un contesto: è una scelta di campo, chiara, radicale, votata ad un mutualismo che è resistenza. Dentro la progettazione di comunità, è l’elemento capace di fare la differenza tra gentrificazione e trasformazione, tra un qualsiasi – washing e una realtà trasformata.