TUKO PAMOJA – SIAMO INSIEME ANCHE IL TUO AIUTO E’ PREZIOSO

TUKO PAMOJL’epidemia di Covid 19 sta creando In Kenya un’emergenza sanitaria ed alimentare. Alla limitata disponibilità di acqua pulita si aggiunge la difficoltà di reperimento di saponi, disinfettanti e mascherine. Inoltre molte famiglie vivono di piccoli commerci e lavori a giornata che le restrizioni causate dall’epidemia di Covid-19 hanno diminuito drasticamente o bloccato del tutto. Il Saint Martin CSA, L’Arche Kenya e Talitha Kum si stanno mobilitando per aiutare 230 famiglie che vivono situazioni di particolare necessità. Fondazione Fontana Onlus è al loro fianco per trovare le risorse per alleviare gli effetti dell'emergenza sui più poveri e vulnerabili. CONTRIBUISCI ANCHE TU! Per donare: con bonifico: Banca Popolare Etica IBAN IT18S0501812101000011033263, intestato a Fondazione Fontana Onlus causale: TUKO PAMOJA – Emergenza Covid-19 in Kenya; con Paypal cliccando a questo link.

 

Proteggiamo chi cura

covid itasAnche ITASolidale scende in campo con una raccolta fondi per risponde alla necessità emergenti di questo particolare periodo. I beneficiari di questa iniziativa sono le organizzazioni di Terzo settore impegnate a garantire la prosecuzione in sicurezza di servizi essenziali (come assistenza a disabili, malati, anziani, minori in comunità, case famiglia, persone senza fissa dimora). In questo momento l’urgenza delle associazioni e cooperative che lavorano con le persone più fragili è di proteggere i propri volontari. Qual è l’obiettivo della raccolta fondi? 10.000€ in 10 giorni, raggiungibili solo grazie al contributo tutti. Questa somma permetterà a circa 2.000 persone di operare in sicurezza per 7 giorni! Come saranno utilizzati i fondi? I fondi raccolti sono destinati all’acquisto di dispositivi di protezione per i volontari di tutto il territorio italiano delle realtà aderenti a CNCA, il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza. Sarà CNCA a distribuire poi le mascherine secondo criteri di emergenza tra le sue associate. Perché CNCA? La scelta del CNCA nasce in Trentino da un confronto tra noi e ITASolidale, il Comitato per il volontariato d’impresa di ITAS MUTUA. Supportare operatori e volontari impegnati in strutture di accoglienza in tutta Italia e portare così i valori della mutualità oltre i confini dell’impresa. CNCA infatti, agisce a favore di organizzazioni che operano in linea con i principi e i valori di ITASolidale su tutto il territorio nazionale: perché la solidarietà non ha confini. CNCA è un coordinamento nazionale – può monitorare e rispondere alle emergenze in modo più efficiente rispetto a noi – identificando le associazioni più bisognose in tutta Italia; Supporta l’operato di queste persone preveniamo il fatto che l’emergenza sanitaria si trasformi anche in emergenza sociale; Garantisce la continuazione di servizi di assistenza a disabili, anziani e persone fragili significa permettere al sistema di occuparsi solo dell’emergenza. DONA ORA! Per ogni euro donato, ITAS Mutua si impegna a versare altrettanto. Bonifico intestatario: Solidea onlus – Gruppo ITAS codice iban: IT 39 G 035 9901 8000 0000 0130 355 causale: PROTEGGIAMO CHI CURA.

Tagliare subito le spese per le armi

armi turchia 720x348 300x145Nel drammatico momento che stiamo vivendo in Italia e nel mondo intero, sentiamo il bisogno umano e civile di levare la nostra voce contro lo scandalo gigantesco delle spese militari, su cui come sempre i più tacciono. Non dobbiamo tacere. In questo momento come mai è giusto e doveroso chiedere al nostro Governo di tagliare subito le spese per armamenti e destinare quanto risparmiato ai bisogni della sanità e a quelli di chi dovesse perdere il lavoro. Si tratta di somme ingenti. E molto cresciute in questi ultimi anni mentre si tagliavano le spese per la sanità. Nel 2018 la spesa militare italiana è stata di 25 miliardi di euro, pari all’1,45 del Pil, in aumento rispetto al 2017 del 4%. Ma sono cifre pazzesche in tutto il mondo, vedi i dati sul sito del Sipri di Stoccolma. Quella destinata ai soli armamenti nel 2018 è stata di 5,7 miliardi, aumentata di ben l’88% nelle ultime tre legislature, dice lo studioso Francesco Vignarca, secondo il quale “Tra i programmi di riarmo nazionale in corso i più ingenti sono le nuove navi da guerra della Marina, tra cui una nuova portaerei, nuovi carri armati ed elicotteri da attacco dell’Esercito, i nuovi aerei da guerra Typhoon e gli F-35”. In particolare questi ultimi, gli F-35, sono da anni molto contestati dal mondo del pacifismo: una spesa enorme, oltre 50 miliardi di euro complessive, per un aereo con “difetti strutturali” (secondo vari esperti) e comunque un armamento d’attacco e al servizio di strategie d’attacco, in ciò sostanzialmente in chiaro contrasto con il dettato dell’art. 11 della nostra Costituzione. Un “inutile spreco di risorse” denuncia da tempo la campagna “Taglia le ali alle armi”. Quanto sarebbe utile dirottare questi miliardi verso il contrasto al surriscaldamento globale e ai cambiamenti climatici, quindi alla nostra salute? Non dimentichiamo poi che nelle spese militari italiane ci sono quelle a supporto delle basi americane in Italia (con bombe atomiche) e non ultima c’è pure la spesa per i cappellani militari (circa 200, con un costo di 15 milioni tra stipendi e pensioni). Un taglio sostanzioso a queste spese potrebbe essere subito deciso da Governo e Parlamento. Non sarebbe razionale oltre che giusto, soprattutto in questo momento? Si pensi che un solo aereo F-35 costa la bellezza di 130 milioni di euro. Già il Governo Monti nel 2012 aveva ridotto da 131 a 90 gli aerei da comprare, perché non si procede subito almeno con un’altra bella sforbiciata? Quale forza politica si potrebbe opporre in questo drammatico momento? Quante le rianimazioni, quanto altro personale si potrebbero avere con il costo di un solo di questi aerei? Non bisogna dimenticare poi che in questi ultimi anni la sanità italiana è stata massacrata da tagli lineari enormi: con Monti nel 2012 ci fu un piano di tagli per 25 miliardi in tre anni e la spesa per la sanità fu portata dal 7,1 al 6,7% del Pil; il governo Letta proseguì con un taglio di 2,6 miliardi e coi tagli continuarono il governo Renzi e la ministra Lorenzin. Negli ultimi 10 anni il Servizio sanitario nazionale ha subito un taglio di 37 miliardi di euro, col risultato di migliaia di posti letto in meno (siamo scesi sotto la media europea, 3,5 per 1000 abitanti contro 5), spese per il personale ridotte di 2 miliardi tra il 2010 e il 2018, persi 42,800 posti a tempo indeterminato, deficitaria la prevenzione. E ancora, il raddoppio della quota dei più poveri che rinunciano alle cure e la enorme crescita del divario sanitario tra nord e sud (con la complicità delle classi dirigenti del sud). Un massacro. Tutto nonostante i tichet, il cui gettito è passato da 1,8 miliardi del 2008 a 3 miliardi nel 2018. Oggi piangono tutti, nel Palazzo, ma ieri? La crisi del coronavirus impone di ripensare la nostra quotidianità ma anche i nostri stili di vita e i nostri modelli di sviluppo, non c’è dubbio. Perché non anche le priorità di spesa dei governi? Ripensare le spese militari è un tassello prioritario del nuovo mondo da immaginare e concepire ove sia finalmente messa al bando la guerra e le spese degli Stati destinate a strumenti di vita anziché a strumenti di morte. Uno Stato lo sta facendo, è il Costarica. E’ possibile, è conveniente. Chiediamolo in molti, chiediamolo tutti: Tagliare subito le spese per le armi. Per sottoscrivere inviare mail con nome, cognome, città a: sanita.noarmi@gmail.com.

Diritti umani e stato d’emergenza: l’appello della rete In Difesa Di al CIDU

In difesa diLa rete “In Difesa Di – Per i diritti umani e chi li difende” ha inviato una lettera al Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), per chiedere che le Nazioni Unite siano notificate al più presto sulle misure eccezionali approvate per far fronte all’emergenza COVID-19 e che venga attuato un monitoraggio sulle deroghe ai diritti umani fondamentali. La drammatica ed eccezionale situazione che stiamo vivendo, e la necessità di salvaguardare il diritto alla salute e alla vita, autorizza infatti gli Stati ad approvare misure drastiche che prevedono la limitazione o la sospensione – seppur temporanea – di alcuni diritti fondamentali, tra cui quello di movimento, di assemblea, di organizzare e partecipare a manifestazioni, o alla privacy. Sin da subito è stato evidente il rischio che lo stato di emergenza a livello globale possa trasformarsi – soprattutto nei paesi governati da regimi autocratici e con deriva autoritaria – in uno stato d’eccezione permanente o che possa divenire il pretesto per limitare ulteriormente gli spazi di agibilità civica e le libertà civili. Per questo già il mese scorso vari esperti delle Nazioni Unite e l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet hanno esortato gli Stati a garantire un approccio basato sul rispetto dei diritti umani, ad approvare soltanto misure proporzionate e temporanee, e a garantire il diritto alla salute a tutte e tutti, incluse le persone più vulnerabili e marginalizzate. Il diritto internazionale prevede situazioni, come le pandemie, in cui le deroghe ai diritti civili e politici sono consentite, ma allo stesso tempo indica anche alcuni contrappesi e garanzie. Tra questi, l’obbligo di notificare ai treaty bodies (gli organismi di monitoraggio) delle Nazioni Unite le misure approvate e le deroghe ai diritti civili e politici in atto. Secondo quanto stabilito dal Patto Internazionale sui diritti civili e politici, ogni deroga dovrà infatti essere limitata alla misura strettamente richiesta dalla situazione e gli Stati devono poter giustificare ogni misura presa. La proclamazione dello stato di emergenza inoltre non deve prescindere da criteri di trasparenza e accountability. È proprio in questa situazione emergenziale che sarebbe stata fondamentale l’azione di monitoraggio e supervisione dell’Autorità nazionale indipendente sui diritti umani, non ancora istituita in Italia nonostante i numerosi appelli della società civile. La rete In Difesa Di chiede pertanto al CIDU innanzitutto di notificare immediatamente alle Nazioni Unite la dichiarazione dello stato di emergenza, le misure prese, e come esse impattino sui diritti fondamentali. In secondo luogo il CIDU è chiamato, in assenza di un’autorità nazionale indipendente sui diritti umani, ad assicurare un monitoraggio costante e pubblicamente accessibile sulla compatibilità di queste misure con le Convenzioni internazionali sui diritti umani. Infine l’Italia, in quanto membro del Consiglio ONU per i Diritti Umani, dovrebbe adoperarsi con ogni mezzo a sua disposizione affinché la situazione di emergenza non diventi un pretesto per giustificare violazioni dei diritti umani e attacchi contro i difensori e le difensore dei diritti umani in altri paesi del mondo, come sottolineato anche nella comunicazione dei Relatori Speciali dell’ONU. Informazoni

 

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