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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Lentezza, territorio e l’incarico della cura

Intervista ad Anna Benazzoli, a cura di Emanuele Pastorino (seconda parte)

La prima parte della chiacchierata con Anna Benazzoli la trovate a questo link.

Il lavoro di costruzione di comunità passa attraverso moltissime dimensioni diverse: in questo anno, con Abitare la Terra 2030, ne abbiamo raccontate alcune. Questa settimana, in particolare, abbiamo fatto una lunga chiacchierata con Anna Benazzoli: di lei dicono che è una costruttrice di comunità effimere e che è quella che fa sì che le cose succedano. Lavora, opera, fa attivismo a cavallo tra cultura e cura dei territori e delle comunità, viaggia molto, facilita e costruisce progetti insieme a tantǝ altrǝ.

Oltre ad aver parlato di beni comuni, dei mercatini e del modello di Trentino che raccontano, con lei abbiamo guardato anche a come il lavoro e l’attivismo culturale possono modificare il nostro sguardo sugli ecosistemi dentro i quali viviamo: lo abbiamo fatto parlando anche di turismo invernale, filiera enogastronomica e costruzione di comunità differenti. 

E.: Partiamo dal discorso legato al turismo invernale: i commenti che si leggono in giro in queste settimane descrivono un quadro mediamente positivo, complice l’apparente superamento della dimensione pandemica. Allo stesso tempo, la neve è arrivata tardi, è stato un anno caratterizzato da siccità, ci sono comprensori che non apriranno (Panarotta 2002, ad esempio). Tu per attivismo e per lavoro ti occupi di montagna, tra turismo, esplorazione, cultura e paesaggio. Uno dei progetti con cui lo fai è OHT e la Scuola Nomadica Little Fun Palace: di cosa si tratta, perché la cultura va in alpeggio e, soprattutto, qual è il modo in cui raccontate, vivete, sperimentate la montagna?

A.: OHT è una compagnia e studio di ricerca indipendente che si occupa di teatro e arti visive. È una realtà che ho incrociato nel momento in cui Filippo Andreatta – che è fondatore e regista – stava studiando il tema del paesaggio alpino. Aveva già prodotto due lavori – uno è Curon e l’altro 19 luglio 1985 – che riguardavano alcune tragedie alpine dove l’intervento umano ha causato disastri ambientali. In quello stesso anno stava lavorando su un terzo lavoro di questa sorta di trilogia sul paesaggio alpino che si chiama Rompere il ghiaccio che ha molto a che fare con il tema dell’inverno liquido. Lo spettacolo parla anche dello scioglimento di un ghiacciaio che traccia il confine tra Austria e Italia e di come l’ambiente segna una trasformazione rispetto ad una linea tracciata dall’uomo. 

Intorno a questi lavori è nata la scuola di OHT che si chiama Little Fun Palace che ha l’obiettivo di portare in montagna un gruppo di persone provenienti da diversi luoghi del mondo con l’intento di condividere lo spazio alpino per interrogarsi sul ruolo dell’umano in ecosistemi complessi, in cui non c’è una gerarchia precisa tra elemento umano, ambientale e sociale.

Quell’esperienza nasce per cambiare gli sguardi sulla montagna – oltre che per sperimentare forme di pedagogia radicale – superando il modo ordinario di intendere il turismo montano e per scardinare l’idea che un paesaggio debba essere “letto” come sfondo alle attività umane, e possa invece essere inteso come spazio in cui la vita è condivisa con altrз. Tutto questo lavoro riprende, a livello teorico, una definizione di design involontario dell’antropologa Anna Tsing applicato al paesaggio che descrive come elementi diversi, in modo involontario, influenzino la formazione del paesaggio senza sapere, di per sé, come sarà questo paesaggio.

Portare la scuola in montagna, per noi, da una parte significa portare la cultura fuori da spazi tradizionali e scardinare questo sistema di fruizione; dall’altra, ci porta a costruire sguardi nuovi, provando a decentralizzare l’umano. È un percorso molto politico che prova a mettere in discussione questo antropocentrismo di fondo con cui abbiamo a che fare.

E.: Questo approccio divergente rispetto al modo di intendere la montagna e la sua fruizione come interagisce con il turismo più tradizionale? È un lavoro parallelo che ha l’istinto di diventare convergente e di andare a trasformare il turismo più tradizionale oppure il rischio è quello di rimanere su un binario parallelo?

View from capanna viote to the tre cime

A.: Abbiamo scelto, nei primi due anni, di stare in un luogo – ad oggi – poco turistico, ossia le Viote del Bondone. Un posto che è inteso come la “montagna dei trentini (di Trento)” e che, almeno finché non si costruiranno megaimpianti, ha questa modalità di fruizione ancora “riservata”. 

Quest’anno, invece, siamo statǝ al Rifugio Vajolet, a fine giugno, con l’idea che non fosse un periodo ad altissima frequentazione turistica. Ecco, non è stato così: il Rifugio, dove pernottavamo, era straripante anche durante la settimana. Questo impatto è stato disorientante: noi cercavamo un collegamento più diretto con il paesaggio in sé che con chi vive i paesaggi. Questo non significa che non ci potrà mai essere una convergenza ma che la dimensione che cerchiamo di sperimentare è molto diversa da quella della fruizione attuale.

Torri del Vajolet

Questo aspetto spesso lo sottolineano anche lǝ partecipanti alla scuola: questo “stare” cambia la percezione di sé rispetto allo spazio naturale e quel cambiamento può avvenire solo con tempi più lunghi, perché non basta l’effetto “wow”. 

Quindi: convergenze, al momento, non ne vedo. Questo non vuol dire che non ci possa essere: il punto di equilibrio, però, va inquadrato. La montagna non deve essere inaccessibile: il concetto della montagna da scalare e conquistare non è più adatto a descriverla. Allo stesso modo, vivere questi spazi con l’intensità turistica non è comunque sensato: vale per la montagna ma vale anche per città come Venezia.

E.: L’effetto “wow” è lo stesso alla base di “Respira, sei in Trentino” che la promozione tradizionale utilizza e che ha portato alla massima accessibilità di questi spazi. Allo stesso tempo, è anche la dimensione di mercificazione estrema del territorio. E questo si lega anche al tema del cibo e della filiera enogastronomica, “clava” usata in ogni contesto di promozione turistica. Tu ti sei occupata anche un po’ di questo. Ne richiamo giusto due: i Vignaioli del Trentino e Orto San Marco_Setàp. Il modo diverso di fare filiera enogastronomica come si rapporta con un modello turistico che, comunque, è in caduta?

A.: L’esperienza dei Vignaioli del Trentino è un po’ borderline: ci sono sempre stati e ci sono tutt’ora piccoli vignaioli, piccoli produttori, hanno come prospettiva necessaria quella della vendita ma anche, in qualche modo, si sono dati la funzione di prendersi cura del territorio. Tutto questo, si deve relazionare con la cooperazione che, in questo territorio soprattutto, ha avuto un ruolo e una funzione storica. Oggi le grandi cooperative hanno cambiato direzione e il prodotto si è omologato, standardizzato, e quindi il lavoro di chi si prendeva cura della terra è diventato meno rilevante rispetto alla necessità che i terreni rendessero di più. Ci sono molti vignaioli che vogliono cambiare questo modello di produzione: spesso sono figli e figlie di generazioni precedenti che erano conferitori alle grandi cooperative. 

Quando ho conosciuto questo mondo mi veniva da dire che l’aspetto “bello” di questo prodotto era il fatto che dietro ci fosse la mano di un artigiano. Poi, ho sentito parlare Eugenio Rosi, che è un vignaiolo ma anche un po’ un filosofo della Vallagarina, e che una volta ha detto che “senza il territorio in cui noi operiamo, quel vino non esisterebbe”. Insomma, non è solo la mano del vignaiolo che trasforma quel vino ma è anche il posto in cui sta. Questo mi sembra si colleghi con il modo in cui proviamo a raccontare il paesaggio con OHT: non si tratta di scomporre le singole parti ma di tenerle assieme.

Questo modello: quello dei Vignaioli, ma anche di altre piccole realtà produttive, all’interno di un turismo massificato, viene spesso inserito come attrattivo senza però raccontarlo né far sì che venga ben recepito dal turista: questo perché – e i mercatini di Natale ne sono un esempio – questo modello turistico così intenso non permette la narrazione di prodotti come questi che assumono valore anche perché narrati, e perchè portatori di un significato.

E.: Quando dici che questi vignaioli si sono presi “l’incarico della cura” mi verrebbe da chiederti in che modo questo rapporto con il territorio corrisponda con lo stare in una comunità. Questa “presa in carico” è condivisa con quelle comunità?

A.: Queste persone sono strettamente inserite dentro il contesto comunitario. Un po’ perché la conformazione morfologica del Trentino fa sì che molti vignaioli si trovino a lavorare in “zone eroiche” e questo ha fatto sì che dovessero entrare a contatto con le comunità attorno. Allo stesso tempo, sono le comunità a riconoscere in modo più immediato il valore della cura del territorio operata da questi produttori, anche attraverso processi “visibili” come possono essere i terrazzamenti che caratterizzano molte delle nostre vallate. 

vite 02

Anche Orto San Marco è un tentativo di lavoro sulle comunità: l’intento è quello di riportare la produzione agricola all’interno dei centri urbani, per mettere in discussione la divisione tra area urbana e area agricola. Il progetto nasce anche con l’idea di costruire una comunità a partire dall’agricoltura, sia in termini didattici, educativi e formativi che di fruizione dello spazio: recuperare uno spazio, peraltro di proprietà del Comune di Rovereto, ha un senso non solo se lo spazio ha una funzione ma anche se questa funzione viene riconosciuta da parte della comunità. 

E.: In entrambi casi, il tema della narrazione è centrale. Ci tocca comunicare, diciamo così, ma la narrazione – non intesa solo come storytelling commerciale – è un elemento che riesce, nella transizione da un modello economico ad un altro, a fare la differenza. Progetti come questi, come si rapportano con la necessità di darsi una narrazione?

A.: Il problema della comunicazione turistica istituzionale è che, ad oggi, ha perso un po’ di aderenza con le realtà territoriali: il loro coinvolgimento è stato, nel tempo recente, una necessità delle APT più che di chi opera nei territori. 

Con un’aggravante: se una volta quella comunicazione era legata al paesaggio, oggi sembra sempre più focalizzata su cosa le persone possono fare – spesso intendendo il fare in termini di consumo – in quel paesaggio. Nel comunicare, insomma, stiamo codificando quello che le persone verranno a fare qui e come lo faranno. 

Parallelamente, c’è una sorta di contronarrazione: passa su altri canali, legati a strumenti più antichi o alla conoscenza diretta del territorio, di chi ci opera. Pensando ai Vignaioli del Trentino, loro fanno parte della più grande famiglia della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, dentro la quale c’è conoscenza reciproca la quale innesca una sorta di movimento di persone. Non so se sia turismo o se sia, invece, esplorazione del territorio.

La sfida dovrebbe essere quella di cambiare la narrazione del sistema dominante: su un territorio come il nostro, con un impatto turistico – in termini di presenze e indotto – così forte, avere una narrazione diversa sarebbe essenziale. Certo, poi quello stesso indotto è anche la scusa per cui “niente può cambiare”: i mercatini si devono fare perché l’indotto che portano quegli eventi non dà un’alternativa. E questo ha portato il Trentino a strutturare il suo sistema economico in un certo modo e ad essere, ogni anno di più, una sorta di eventificio.

Va proposto e costruito un modello diverso: questo territorio si presterebbe a questo ripensamento. In questo momento non è facilissimo arrivare in Trentino: non c’è un aeroporto, ad esempio. In un territorio in cui arrivi con lentezza puoi stare con lentezza, secondo un tempo più disteso e con una fruizione diversa.

Una narrazione così potrebbe avere senso e potrebbe parlare anche alle generazioni che verranno dopo di noi, che penso – o forse spero – avranno un’attenzione diversa all’impatto delle persone sui territori. 

E.: Il tema del tempo è centrale: vivere questo territorio in modo più disteso significa contemporaneamente che il turista – nello stereotipo – milanese deve sapere che quando sceglie il Trentino non può farlo nello spazio dell’unica settimana di ferie che ha nel giro di sei mesi secondo il modello di lavoro che in questo momento è dominante e che rispecchia il turismo per come lo conosciamo. Questo pone una serie di problemi anche rispetto all’accessibilità, salvo non modificare radicalmente tutto il modello.

A.: Certamente: non possiamo pensare di mettere in discussione un sistema senza mettere in crisi tutti gli altri. Sono cosciente del fatto che potremmo anche dire semplicemente “via i mercatini”, “via gli impianti di risalita”. Fatto in questo modo, però, l’effetto sarebbe quello di far crollare il sistema economico di un territorio che, ad oggi, su quello ha costruito il suo modello.