Questa settimana gli approfondimenti di Abitare la Terra 2030 sono dedicati allo Sportello Antidiscriminazioni di Trento. Si tratta di un servizio nato per iniziativa di un gruppo informale di cittadine e cittadini per rispondere alla mancanza sul territorio di un servizio di contrasto delle forme di discriminazione di ogni natura (etnica, religiosa, sessuale, economica, di genere, per disabilità o per età) ma soprattutto dei casi in cui esse si verificano simultaneamente nei confronti di una persona assumendo la forma della discriminazione intersezionale. Lo Sportello Antidiscriminazioni Trento partecipa anche al progetto europeo INGRID avviato un anno fa. Ci facciamo raccontare come è nato e cosa fa questo importante servizio da tutto il gruppo di lavoro dello Sportello Antidiscriminazioni che ha risposto collettivamente alle nostre domande.
Intervista a cura di Alessandro Graziadei.
Lo Sportello Antidiscriminazioni di Trento nasce per iniziativa di un gruppo informale di cittadine e cittadini.Come e perché avete avuto questa idea?
L’idea nasce quattro anni fa da un’esperienza vissuta in prima persona da una delle fondatrici dello Sportello. Dopo aver subito un’aggressione verbale di stampo razzista, si era rivolta alle Forze dell’ordine per denunciare il fatto. Anziché offrirle sostegno e ascolto, hanno minimizzato l’accaduto. Ha quindi cercato un servizio di ascolto sul territorio per segnalare la discriminazione subita e si è resa conto che non esisteva niente di simile nella nostra provincia.
A partire da ciò, e mettendo assieme le energie di più persone, si è pensato che fosse necessario dare vita a un’esperienza a cui le persone che subivano o assistevano a episodi discriminatori potessero rivolgersi.
Qual è stato il percorso formativo che avete affrontato prima di diventare operativə?
Ci siamo confrontatə su come e cosa dovesse essere questo servizio di ascolto e raccolta delle segnalazioni. Abbiamo cercato realtà, nazionali e internazionali, a cui potessimo ispirarci, e abbiamo cominciato a formarci. Ad esempio abbiamo contattato l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali) per comunicare il nostro progetto di aprire uno sportello e concordato con loro un percorso di formazione propedeutico. Nel marzo 2019 abbiamo quindi seguito la loro formazione sulle discriminazioni, su come riconoscerle e sugli strumenti normativi e operativi per contrastarle nel modo più efficace. Da allora abbiamo continuato a formarci, consapevoli del fatto che la discriminazione è un fenomeno molto variegato e in continuo mutamento ed è quindi essenziale tenersi sempre aggiornatə.
Come è organizzato il vostro servizio e chi lo sostiene?
Lo Sportello opera a più livelli, perché siamo convintə che le discriminazioni vadano affrontate su diversi fronti: dalla sensibilizzazione, collaborazione e informazione, infine all’ascolto e all’orientamento per chi è vittima/testimone di discriminazioni. Ad oggi, in attesa di una sede che ci consenta di attivare un front office a cui le persone possano liberamente accedere, lo Sportello può essere contattato telefonicamente (in specifiche fasce orarie e giorni) oppure online tramite email o con un form da compilare. Tutte queste informazioni si possono trovare sul nostro sito web: https://www.antidiscriminazioni.trento.it/ o sulle pagine social (FB: Sportello Antidiscriminazioni Trento, IG: @sportelloantidiscriminazionitn).
Il vostro approccio alle discriminazioni è intersezionale. Cosa significa e come vengono affrontate le discriminazioni con questa prospettiva?
Audre Lorde diceva che non esistono lotte a compartimenti stagni perché le nostre vite non sono a compartimenti stagni. Ci siamo presto accortə che una discriminazione difficilmente avviene per un unico motivo, per un’unica ragione, ma anzi spesso le persone vengono discriminate sulla base di più caratteristiche, e per questo talvolta subiscono forme di discriminazione differenti da chi, magari, condivide con loro solo una di queste specificità. L’intersezionalità significa quindi affrontare la complessità di questo fenomeno in modo da ricomprendere le varie ragioni delle discriminazioni per una maggiore efficacia dell’intervento. Caratterizza tanto il nostro approccio all’ascolto, che dà atto della molteplicità, quanto la nostra modalità di azione, che viene adattata alle necessità e richieste specifiche della persona che si rivolge a noi.
Con quale intento avete scelto il fumetto e Ingrid come strategia comunicativa su Instagram?
Ci siamo interrogatə su un modo di comunicare in modo semplice un tema così complesso e delicato che riuscisse ad essere inclusivo e arrivare a più generazioni e target di persone. Osservando come venivano comunicati temi anche molto delicati attraverso Instagram nelle storie di @eva.stories, ci è piaciuta subito la loro franchezza e la freschezza. Ci è sembrato un ottimo modo di creare empatia e interesse. È stato quindi semplice immaginare la nostra Ingrid alle prese con alcune situazioni quotidiane, ma che spesso passano inosservate agli occhi di chi non le vive. La costruzione dei personaggi e delle situazioni è sempre frutto di un confronto corale tra persone di varie identità e con varie caratteristiche personali.
Viviamo in una società che non sempre si dimostra così inclusiva. La realtà trentina come si presenta sotto questo punto di vista?
Dall’esperienza che stiamo accumulando ci sembra di poter dire che la realtà trentina da questo punto di vista è brava a mostrarsi inclusiva e attenta, ma appena sotto la patina si trovano un sacco di cose che non vanno. Vediamo un gran margine di lavoro, che dovrebbe partire dal riconoscimento del fenomeno delle discriminazioni, dal dirsi che siamo una società almeno in parte, e talvolta inconsapevolmente, razzista, abilista, sessista, omobitransfobica (elenco ovviamente non esaustivo), e da qui iniziare a creare occasioni per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto strumenti che possano tutelare le vittime.
Esistono discriminazioni evidenti ed esistono discriminazioni meno evidenti, ma altrettanto pericolose, spesso legate a un sistema sociale e culturale difficile da smascherare. Cosa è possibile fare per farle emergere e come possiamo accorgerci e scardinare questi meccanismi sociali?
Il nostro lavoro si propone proprio di far emergere i casi di discriminazione. Riconoscere le discriminazioni e chiamare le cose con il proprio nome rappresenta il primo passo fondamentale per contrastarle, per avviare il lavoro di rimozione delle discriminazioni. Chi si oppone politicamente e culturalmente a questo obiettivo non dichiara di essere a favore delle discriminazioni o di essere contro la rimozione delle discriminazioni, ma afferma che le discriminazioni non ci sono, nega l’esistenza delle discriminazioni. Noi vorremmo prima di tutto fare emergere il sommerso, ma per farlo c’è bisogno di risorse, di persone competenti, di una collaborazione capillare con le istituzioni e le diverse realtà del territorio, pubbliche e private, che a vario titolo operano per l’inclusione. Da questo punto di vista, siamo solo all’inizio. In Trentino e in Italia c’è ancora moltissimo lavoro da fare.
Quanto alla seconda parte della domanda, e cioè come possiamo accorgerci e scardinare i meccanismi sociali che producono discriminazioni, a volte il punto di partenza è capire che alcune delle cose che diamo per scontate e immutabili sono in realtà vere e proprie discriminazioni. Già questo consentirebbe di vederle diversamente e iniziare a farci i conti. Non è affatto semplice riuscire a modificare schemi mentali, comportamenti e atteggiamenti radicati, e sicuramente non lo si può fare dall’oggi al domani. Non abbiamo una ricetta né una soluzione. Sicuramente si potrebbe prestare più ascolto a chi subisce le discriminazioni, riconoscere alle minoranze il diritto di raccontare la propria esperienza, la propria versione della storia, di rappresentare il mondo con occhi e sensibilità differenti. Ascoltando veramente il vissuto altrui si comincia a mettere in discussione anche le convinzioni più radicate e si può comprendere la necessità di creare spazi di azione ed empowerment per chi fino a quel momento è statə tenutə ai margini della vita sociale.
Appartenenze ed identità sono concetti che a volte sembrano monolitici ed impermeabili, quasi fossero premesse di possibili discriminazioni. Ma è veramente così?
No. Innanzitutto è importante comprendere che le identità, per quanto possano essere intimamente radicate nelle persone, non sono né univoche né immutabili, ma bensì contestuali (possono variare in base al contesto e vengono co-costruite nell’incontro con altre identità, per cui nessuna identità potrebbe esistere in mancanza di una o più altre identità). In secondo luogo, non sono le caratteristiche personali (siano esse legate alla religione, al genere, all’orientamento sessuale, alla disabilità, ecc.) la causa delle discriminazioni. La cause della discriminazione è sempre il pensiero (o, peggio, l’azione) escludente, sia esso deliberato o inconsapevole. Facciamo un esempio preso dall’esperienza degli abitanti di Martha’s Vineyard (un’isola degli Stati Uniti). Per questioni legate all’isolamento fisico (e quindi genetico), l’isola si è trovata a essere, per più di 200 anni, la casa della più grande comunità di persone sorde al mondo, con una percentuale di persone con sordità congenita molto più alta del resto degli Stati Uniti. Questa caratteristica, tuttavia, non è mai stata considerata una disabilità da parte degli abitanti dell’isola, perché il linguaggio comunemente usato per ogni comunicazione era una particolare lingua dei segni (specifica dell’isola, denominata Martha’s Vineyard Sign Language, o MVSL), usata indifferentemente sia dalle persone sorde che da quelle udenti. L’uso della lingua dei segni era talmente diffusa che gli abitanti stessi non sapevano indicare con certezza chi, tra loro, fosse sordə e chi no. Questa situazione cambiò radicalmente nel corso del ‘900 a seguito dei crescenti contatti con la popolazione continentale, fino ad arrivare alla completa estinzione della MVSL negli anni ‘50. Crediamo che questo esempio mostri, in maniera piuttosto evidente, che non è tanto una specifica caratteristica fisica o personale a determinare una maggiore o minore possibilità di partecipazione alla società, quanto l’organizzazione che la società stessa decide di darsi. Non esistono, cioè, delle differenze discriminanti di per sé, ma tutte possono diventarlo se la società non si impegna per dare spazio e risposta alle esigenze di tuttə.
La forbice tra ricchi e poveri sempre più ampia ha ricadute anche su fenomeni discriminatori non strettamente economici?
In un’ottica intersezionale, la povertà è una degli assi su cui si muove la discriminazione. Le persone povere sono maggiormente a rischio marginalizzazione, e viceversa le persone marginalizzate sono maggiormente a rischio povertà. Una delle questioni in cui questo aspetto emerge in maniera più evidente è il problema abitativo: per le persone straniere è più difficile ottenere una casa in affitto, o accendere un mutuo per poterne comprare una, o ancora accedere alle graduatorie ITEA (contrariamente a ciò che comunemente si pensa, infatti, le persone straniere non comunitarie che accedono agli alloggi a canone protetto sono circa lo 0,1%, senza contare che la nuova norma provinciale, dichiarata illegittima anche dall’Autorità Giudiziaria, prevede ben 10 anni di residenza come requisito per poter fare domanda). Considerato che gran parte dei servizi pubblici richiede come requisito minimo la residenza, è facile immaginare quanto possa essere difficile per una persona senza casa soddisfare anche le proprie necessità di base.
Questo importante progetto a novembre compie il suo primo anno di attività. Nel ringraziarvi per questo vostro fondamentale impegno ti chiedo quali sono le sue prospettive future?
Quello che vorremmo ottenere nel futuro più prossimo è una sede accessibile dove poter offrire un servizio più diretto, ampliando anche le fasce orarie. In quest’ottica stiamo cercando fondi (pubblici e privati) e supporto, in particolare da parte delle istituzioni pubbliche, che riteniamo debbano farsi carico, nel rispetto dell’art.3 della Costituzione, di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori [e le lavoratrici, e i non-lavoratori e le non-lavoratrici, aggiungiamo noi] all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Grazie e buon lavoro!


