L’Obiettivo 3 dell’Agenda 2030 si propone di garantire la salute e di promuovere il benessere per tutti e a tutte le età. Questo target si focalizza su diversi ambiti di intervento: ridurre la mortalità materno-infantile, debellare le epidemie, contrastare le malattie trasmissibili e le malattie croniche, promuovendo il benessere e la salute mentale. Dal 2003 è attiva Jonas Italia e successivamente è nata anche Jonas Trento, una realtà di professionisti che si impegnano a portare la salute mentale attraverso la psicoanalisi nel sociale, attivando collaborazioni con le istituzioni del territorio quali, ad esempio, scuole, istituti ospedalieri e penitenziari, comunità terapeutiche e associazioni culturali. I professionisti di Jonas offrono consulti psicologici e percorsi di psicoterapia, individuale o di gruppo, a orientamento psicoanalitico per la cura del disagio psichico contemporaneo a tariffe sostenibili e accessibili a tutti. Da sempre, infatti, la mission di Jonas è quella di aprirsi alle città offrendo, a chiunque lo domandi, la possibilità di intraprendere un percorso psicoterapeutico. Ne abbiamo parlato con la sede di Trento.
Di Alessandro Graziadei
Grazie mille per la vostra disponibilità. Jonas Italia nasce da un’intuizione dello psicanalista Massimo Recalcati. Quale?
JT: Come testimoniato dai testi fondativi, l’istituzione Jonas è stata fondata il 28 Gennaio 2003 con la volontà di proseguire il lavoro iniziato da Massimo Recalcati e altri colleghi in ABA (Associazione Bulimia Anoressia) di Milano, ma in un contesto istituzionale diverso e con una prospettiva clinica ampliata, tale da andare oltre la cura dei disturbi alimentari. Questo passaggio ha permesso un lavoro inedito di ricerca nel campo della clinica del disagio contemporaneo in tutte le sue manifestazioni endemiche (attacchi di panico, depressioni, anoressia e bulimia, dipendenze).
L’intuizione di Recalcati la possiamo allora isolare in due movimenti. Il primo, quello di allargare l’orizzonte clinico al di là dei soli disturbi alimentari, i quali condividevano con altri disturbi contemporanei il fatto di essere irriducibili alla logica che presiede alla costituzione nevrotica del sintomo. Il secondo, quello di ‘restringere’ il campo teorico che da quel momento si rifà prettamente ad un orientamento lacaniano. Il testo del 2002 La clinica del vuoto è rappresentativo di un modo inedito e ancora di grandissima attualità – tant’è che recentemente è stato ristampato – di applicare la teoria lacaniana per interpretare fenomeni e sintomi che riguardano i soggetti contemporanei secondo una logica molto rigorosa che consente di inquadrare con grande precisione queste manifestazioni di malessere che sono anzitutto manifestazione di un malessere del discorso sociale. Quest’ultimo infatti da decenni promuove una centralità del godimento degli oggetti (Lacan parla di Discorso del capitalista) a discapito della promozione classicamente edipica dell’Ideale con l’effetto generalizzato di dar luogo a soggettività fragili dal punto di vista narcisistico, eminentemente chiuse in modo autistico e monolitico attorno alle proprie pratiche di godimento e incapaci di entrare in una relazione sessuata con l’Altro.
Quale è il programma e quali le logiche di funzionamento di Jonas?
JT: Jonas si radica sull’obiettivo di portare avanti una pratica clinica orientata dalla psicoanalisi, sfida perseguita a partire dagli anni Duemila, epoca in cui si assisteva al dilagare delle terapie cognitivo-comportamentali. Nell’anno della fondazione, il 2003, sono nate varie sedi: Trieste, Bologna, Como, Ancona, Gubbio, Verona e Milano, negli anni successivi ne sono state fondate altre, fino alle attuali 28 diffuse in tutta Italia. Jonas, crescendo, ha poi dato vita a delle gemmazioni, i Centri Telemaco, che si occupano di clinica psicoanalitica dell’adolescenza, attualmente 6 in varie città italiane, ed un Centro Gianburrasca, che si occupa nello specifico di clinica dell’infanzia, a Milano. Nell’organizzazione attuale tutte le sedi afferiscono a Jonas Italia, che le coordina, e tra loro condividono un costante confronto teorico sulla clinica, che diventa la base di un reciproco arricchimento e della formazione degli analisti che vi esercitano, oltre che di una produzione editoriale che costituisce un prezioso bagaglio di produzione teorica nascente dal costante confronto con la clinica contemporanea, essenziale per i clinici e per gli studiosi di psicoanalisi.
Cosa si intende per impegno clinico sociale?
JT: L’impegno clinico-sociale non è una semplice estensione della pratica psicoterapeutica verso territori ai margini. È, prima di tutto, una postura etica. Un modo di stare nella cura che si rifiuta di essere privilegio, che si sottrae all’autoreferenzialità, che prende sul serio la solitudine e il disagio dell’altro quando questi non trovano più parola nei luoghi istituzionali o quando, peggio ancora, non hanno nemmeno accesso alla possibilità del discorso.
L’esperienza di Jonas, in questo senso, rappresenta un tentativo concreto di incarnare un’idea diversa di psicoanalisi: non più confinata al perimetro borghese dello studio privato, ma capace di attraversare il sociale, di farsi prossimo nei luoghi dove il sintomo esplode in forme disordinate e silenziate. Lì dove la sofferenza assume i tratti dell’emarginazione, della precarietà, dell’invisibilità, lì dove la parola manca o non è stata mai ascoltata, la psicoanalisi è chiamata a esserci. Non come dispositivo interpretativo astratto, ma come presenza incarnata, come gesto che accoglie, che rispetta, che sa attendere.
Impegno clinico-sociale significa, allora, prima di tutto, accessibilità. Economica, certo, ma anche simbolica. Vuol dire pensare il setting non come dogma immobile ma come struttura mobile, capace di adattarsi senza perdere rigore. Significa entrare nelle periferie, non solo quelle geografiche ma anche quelle psichiche ed esistenziali, portando con sé non una tecnica da applicare, ma una disponibilità a lasciarsi interrogare dal reale dell’altro.
Quali forme contemporanee di sofferenza psichica trattate?
JT: Le forme che il disagio psichico assume non sono costanti ma variano nel corso delle epoche storiche, in base al contesto sociale e culturale. Negli ultimi decenni nella clinica si è assistito alla diffusione di problematiche quali disturbi alimentari, anoressia-bulimia e obesità, attacchi di panico, ansia, depressione, dipendenze, fenomeni psicosomatici, fatiche nel legame sociale, disagio infantile, adolescenziale e familiare, di cui ci occupiamo noi in Jonas, caratterizzate da un fondo di sentimenti di vuoto e di profondo dolore melanconico, a cui Recalcati ha rivolto la propria attenzione giungendo ad elaborazioni teorico-clinche ricche e profonde.
Quanto è importante rendere economicamente e socialmente accessibili le cure alla sofferenza psichica?
JT: Stiamo attraversando un’epoca di forte incidenza della sofferenza psichica, soprattutto tra le fasce giovani e deboli della popolazione. Riteniamo così essenziale che Jonas possa offrire una possibilità di ascolto e di parola ad ogni soggetto che soffre, nella logica che nessuno debba rinunciare alla cura per ragioni economiche.
A livello sociale e politico come è cambiata la consapevolezza di questo problema dal vostro osservatorio trentino?
JT: Dal nostro osservatorio trentino, possiamo dire che negli ultimi anni si è sviluppata una maggiore sensibilità rispetto al tema della salute mentale, sia a livello istituzionale che nella percezione collettiva. La pandemia da Covid-19 ha senza dubbio accelerato questo processo: ha reso visibile ciò che prima spesso restava in ombra, e cioè che il disagio psichico attraversa tutte le età, tutte le condizioni sociali, e che ha un impatto profondo non solo sulla vita individuale ma anche sulle relazioni e sul tessuto sociale.
In questo contesto, strumenti come il bonus psicologo hanno rappresentato un segnale positivo, una prima forma di riconoscimento concreto del fatto che prendersi cura della salute mentale è un bisogno diffuso e legittimo. È un passo che ha aperto la strada a un dialogo più ampio e meno stigmatizzante, permettendo a molte persone di accedere per la prima volta a uno spazio di ascolto.
Detto questo, siamo ancora in una fase di costruzione. Le iniziative messe in campo sono un inizio, ma richiedono continuità, coordinamento e radicamento nei territori. Il bisogno c’è, ed è reale: riguarda giovani e adulti, famiglie, scuole, servizi. E proprio da qui nasce la necessità di rafforzare il lavoro in rete, di creare ponti tra istituzioni, terzo settore, clinici, educatori. La salute mentale non può essere affidata a singoli interventi isolati, ma va sostenuta da una visione condivisa e integrata.
Nel nostro lavoro quotidiano vediamo come, anche in Trentino, ci siano esperienze molto positive: scuole attente, servizi aperti al confronto, comunità disponibili ad accogliere forme nuove di presenza clinica sul territorio. Si tratta ora di valorizzare queste esperienze, di sostenerle nel tempo, di riconoscerle come parte di un impegno più ampio che riguarda tutti: perché la cura, in fondo, non è solo un atto terapeutico, ma anche un gesto di cittadinanza.
Offrire percorsi di cura accessibili non è l’unica attività che vi vede impegnati sul territorio locale…
JT: Esattamente, offrire percorsi di cura accessibili è certamente una parte fondamentale del nostro lavoro, ma non esaurisce il senso della nostra presenza sul territorio. La nostra idea di clinica è, fin dalle origini, intrecciata con una visione culturale e sociale più ampia, che ci spinge a cercare connessioni, dialoghi, aperture anche al di fuori del setting terapeutico tradizionale.
Nel concreto, questo significa essere presenti nelle scuole con progetti di ascolto e prevenzione, sostenere studenti, insegnanti e famiglie nei momenti di difficoltà, ma anche contribuire alla creazione di spazi in cui la parola abbia diritto di cittadinanza. Significa organizzare momenti pubblici di riflessione, conferenze, incontri culturali, occasioni in cui la clinica può entrare in dialogo con la società e con i suoi linguaggi.
Accanto a questo, ci impegniamo in attività di supervisione clinica e sostegno a operatori sociali, educatori, figure che ogni giorno lavorano a contatto con situazioni complesse e che spesso portano sulle spalle il peso emotivo di una responsabilità silenziosa. Collaboriamo con realtà del privato sociale, partecipiamo a progetti territoriali, ci mettiamo in rete con chi condivide una visione della cura come atto comunitario, come forma di costruzione del legame.
Oggi avete 35 sedi in tutta Italia e un progetto editoriale, questo significa che parlare di salute mentale e di cura è più facile o è ancora difficile?
JT: Dal nostro punto di vista parlare di disagio psichico e di cura è fortunatamente sempre più possibile, negli ultimi anni infatti, in particolare in seguito alla crisi pandemica, il tema della salute mentale è diventato in generale sempre più riconosciuto nella sua centralità, perdendo progressivamente il suo stigma e vedendo così diminuire in chi soffre la reticenza a riconoscerlo, a chiedere aiuto e ad accedere alla cura. Se parlare di salute mentale è in generale più facile, noi di Jonas rileviamo la necessità di promuovere una riflessione sulla concezione di cura e di salute mentale stessa, sforzandoci ogni giorno per portare avanti e diffondere un approccio clinico che metta al centro il soggetto e l’ascolto della particolarità della sua storia e della sua sofferenza, affinchè possa ricercarvi una spinta trasformativa, così che la cura non si limiti ad essere una pratica di riadattamento dell’individuo.
Citando uno dei maestri di Recalcati, Jacques Lacan “Essere psicoanalista è semplicemente aprire gli occhi a questa evidenza che non c’è niente di più pasticciato della realtà umana.”. È proprio così e questo “pasticcio” può essere sbrogliato?
Sì, quel “pasticcio” si può trasformare. Ma non si tratta di un’operazione ordinata, lineare, come se bastasse rimettere ogni cosa al suo posto per ottenere finalmente pace. Lacan lo dice con lucidità: la realtà umana è impastata di desideri contraddittori, di ferite, di fantasmi, di ciò che sfugge alla comprensione immediata. E proprio per questo non può essere semplicemente “risolta” come un’equazione. Ma può essere attraversata. Può essere detta. E nel tempo dell’ascolto, nella trama della parola condivisa, può trasformarsi.
Quello che chiamiamo sintomo, infatti, è spesso una forma attraverso cui il soggetto tenta – pur nel dolore – di esprimere qualcosa della propria singolarità. È un modo, magari distorto, magari muto, di dar voce ad alcune contraddizioni che lo abitano, spesso inconsce. La psicoanalisi non cancella queste contraddizioni: le riconosce, le accoglie, le mette al lavoro. E così facendo permette che il conflitto interiore non sia più solo un inciampo, ma diventi punto di appoggio, occasione di cambiamento, soglia da cui ripartire.
Più che sbrogliato, quel pasticcio può essere impastato di nuovo. Rimodellato, riscritto, restituito alla vita come forma singolare del proprio desiderio. Perché non sempre ciò che è disordinato va scartato: a volte, è proprio da quel disordine che nasce un’opera. E allora il pasticcio non è più il problema: diventa materia prima. Da lì si può ripartire.
Grazie per il vostro tempo e il vostro prezioso impegno individuale e sociale per una cura accessibile a tutti!


