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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Per una piena cittadinanza: let’s Pride together!

Intervista a Shamar Droghetti, presidente di Arcigay del Trentino. Di Emanuele Pastorino.

“Non rinunciamo alla lotta” si legge nel documento politico del Dolomiti Pride 2023 “siamo una comunità discriminata e combattente, e ciò che per noi non può cambiare è la radicalità di una rivolta che nasce dal margine, abbattendo le barriere sociali, politiche ed economiche che opprimono le nostre esistenze”. 

Ho chiesto a Shamar Droghetti, il presidente di Arcigay del Trentino, di incontrarci per parlarne. Shamar arriva in roller blade, tra una telefonata e l’altra. La macchina organizzativa del Pride sta entrando nelle fasi finali del lungo percorso di avvicinamento al 2 e 3 giugno 2023, un percorso fatto di assemblee e incontri, di eventi pubblici e di partecipazione.

E.: Come stai?

S.: Sto molto bene [ride]. Per essere a meno di 26 giorni dalla partenza, reggo bene il colpo.

E.: Più o meno un’anno fa, per la decima edizione di Liberǝ di essere avevamo parlato delle città visibili e di quelle invisibili. Un anno dopo, come vanno le cose in Trentino e in Italia?

S.: Un anno dopo, in fatto di diritti, siamo sicuramente più sotto attacco. È cambiato un governo, la Provincia è rimasta dello stesso colore ma il cambio di governo ha fatto sì che si accentuassero gli attacchi verso le persone e le soggettività LGBTQUIA+ e, di conseguenza, ci si sente più sotto attacco. Ci sono stati atti indegni, anche qua in Trentino: da questo punto di vista, il cielo è un po’ più scuro.

E.: Accanto agli attacchi ci sono anche le dimostrazioni di sostegno: il Dolomiti Pride arriva ad una seconda edizione: qual è la situazione?photo 2023 05 11 13 08 42

S.: Rispetto a cinque anni fa registriamo, sicuramente, un maggiore coinvolgimento da parte del Comune di Trento. Già nel 2018 era presente ma quest’anno si è speso anche di più nel supporto a livello organizzativo, nel patrocinio, che è diventato non solo di forma ma anche di sostanza, con un supporto maggiore al Dolomiti Pride e al calendario di eventi di avvicinamento.

Sicuramente c’è stato un diverso approccio anche da parte dei Comuni vicini e, quindi, i patrocini quest’anno sono fioccati maggiormente: oggi [lunedì 8 maggio, ndr] ne abbiamo registrati altri quattro, in una sola giornata. Anche Comuni più piccolini si sono prodigati a scriverci, ancor prima che partissero le lettere, per dirci “è arrivato il momento di dire da che parte stare: noi vogliamo dirlo. Possiamo mandare il patrocinio anche se siamo un piccolo Comune?”. Ecco: questo è stato, secondo noi, un bel segnale.

E.: Più sostegno dai Comuni e più presenza nei territori decentrati: questo è anche frutto dei presidi territoriali che stanno nascendo intorno ad Arcigay. Che ruolo hanno, un anno dopo, dentro le comunità locali? 

S.: Sono essenziali: non siamo nemmeno riusciti a portare un evento in ogni Comune in cui ci è stato chiesto di riuscire ad organizzare degli eventi perché il calendario è già molto fitto così. Da questo punto di vista c’è stata tanta volontà di mettere a disposizione spazi ed energie.

Questi sono anche presidi importantissimi perché permettono alle persone LGBT di riconoscere, oltre i grandi centri, luoghi che fanno delle politiche di inclusione una pratica costante.

E.: Si sta rompendo un po’, in questo, la dicotomia (a volte un po’ accentuata, complici mille stereotipi) città-valli?

S.: Forse si riuscirà ad uscire da questa dicotomia centro urbano-valle o, comunque, centro-periferie (ben sapendo che sono tante, le periferie anche nei nostri centri urbani più grandi). La nostra speranza è che anche con il Pride si possano scuotere le comunità più piccole e periferiche, per mostrare che non siamo alieni, non siamo marziani o uraniani – come si diceva una volta. Siamo persone che chiedono la piena cittadinanza.

Uno dei modi migliori è riuscire ad attraversare questi contesti più periferici mettendo la nostra visibilità al centro. È chiaro che in quei contesti portiamo eventi e iniziative pensati per prenderci per mano e fare passi in avanti nella giusta direzione insieme alle comunità presenti. È chiaro che non si può pensare di trasformare in un solo evento un contesto: si può però indicare quale sia la direzione che vogliamo prendere, per costruire una piena cittadinanza per le persone LGBTQUIA+.

E.: Il Gruppo Rainbow ha appena fatto 10 anni: quali sono le vostre attività verso le persone più giovani come registrano il polso della situazione?

S.: Noi abbiamo due servizi – perché nella pratica quello sono – che ragionano su direttrici in parte diverse: uno è il gruppo giovani, che ha i suoi appuntamenti settimanali orientati in una logica di pearness tra ragazzǝ fino ai 30 anni d’età circa; l’altro è il Gruppo Rainbow che ha compiuto da pochissimo 10 anni. In questi anni di attività sul territorio, sono passate centinaia e centinaia di persone che hanno trovato e dato. Hanno trovato quello che cercavano e dato quello che altrǝ cercavano in un percorso di sussidiarietà e mutuo scambio. 

Questo spazio è cambiato con la pandemia: abbiamo ripensato il servizio con la persona che cura quello spazio, nel momento in cui il bisogno di pensare spazi anche virtuali era fondamentale. Oggi attraversa fasi alterne: si è passatǝ in modalità mista, con un appuntamento online e uno in presenza, proprio per cercare di venire incontro a chi è in condizione di solitudine, di fragilità o di marginalità e vive nelle valli, da dove raggiungere Trento con i mezzi pubblici è difficile. 

E.: Emily Clancy ha ricordato il valore di “contratto sociale” della nostra Costituzione, commemorando le vittime omossessuali del nazifascismo. Un contratto sociale in cui si fonda la piena cittadinanza di cui mi hai parlato. Lì si radica anche l’Autonomia che darebbe a questo territorio un potere – in senso buono – di molto maggiore. Quanto in più si potrebbe fare, grazie all’Autonomia, per dare concretezza ai diritti di tuttǝ? 

S.: L’Autonomia è uno strumento potentissimo. Se agito correttamente e con visione, con programmazione, potrebbe permettere anche di essere quel campo di sperimentazione e di faro per il resto d’Italia. Qui si potrebbe avere la possibilità di fare di più, di fare meglio: non viene agita da questo governo provinciale, oggi; veniva in parte agita meglio precedentemente ma, dal mio punto di vista, non con una visione così strutturata e ampia come avviene in Alto Adige/Südtirol. Lì sono sempre statǝ un po’ un passo avanti e questo divario, oggi, si nota un po’ di più proprio perché gli ultimi 4 anni sono stati bloccati. Un’Autonomia non agita ci ha riportatǝ indietro: questo è pericoloso. Ci si disabitua ad avere una visione e una programmazione e si sfilaccia così il tessuto sociale: quando non riusciamo a rispondere alle richieste di coesione sociale, quando la Provincia non investe e si vede l’emergenza abitativa in cui versiamo – nonostante si sia una Provincia ricca e con l’Autonomia – ci sono probabilmente dei problemi.

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E.: Prima, parlando delle vostre iniziative con lǝ giovani, le hai definite “servizi”: quanto rischia di innescarsi un meccanismo sostitutivo nei confronti del ruolo dell’ente pubblico da parte di organizzazioni che si occupano di questi “servizi”?

S.: Potremmo chiamarla, con una battuta, “l’Agenda Droghetti” [ride]. Mi è sempre stato abbastanza chiaro che, anche laddove i servizi territoriali sono diffusi la nostra specificità e i nostri bisogno specifici sono difficilmente demandabili. Da questo punto di vista, ne stiamo ragionando tanto anche dentro il comitato: in questo momento la grande sfida è il Pride e il risultato da portare a casa è quello. Chiaramente, però, la nostra visione non si ferma qui: quella parte di servizi non demandabile completamente al pubblico e al Servizio Sanitario Nazionale è fondata su una serie di bisogni specifici che molto spesso non sono attraversati correttamente o verso i quali non c’è un’adeguata formazione del personale sul territorio.

La nostra proposta è quella di ragionare in modo complessivo attorno ai bandi UNAR per ragionare sulla possibilità di realizzare strutture come le case accoglienza o i centri antidiscriminazione. Vorremmo costruire in Trentino un centro antidiscriminazioni multiservizi in cui trovare l’assistenza psicologica, affianco al supporto alle persone che vogliono iniziare un percorso di affermazione di genere, affianco all’assistenza legale, allo sportello di assistenza legale o al punto in cui poter ricevere le punture per le persone che sono in terapia ormonale; un supporto a chi cerca di entrare nel mondo del lavoro, con uno sportello nuovi diritti in collaborazione con i sindacati.

È chiaro che il supporto del volontariato è una base di partenza importante ma su cui c’è bisogno di qualcosa in più. Non basta il volontariato a strutturare e mantenere questi servizi ma c’è bisogno di pagare le professionalità, le competenze e le figure professionali che serve coinvolgere.

Come rendere tutto ciò sostenibile? Accanto ai bandi UNAR (che però sono troppo suscettibili di rallentamenti) occorre un diverso ragionamento sul rapporto pubblico-privato: avere un meccanismo di donors che permetta di co-finanziare queste strutture è sicuramente un passaggio da fare. Però, poi, un pezzo fondamentale riguarda il ruolo dell’amministrazione pubblica nel garantire questa sostenibilità: in questo viene in gioco la Provincia, i singoli Comuni oppure reti di Comuni. Non siamo arrivatǝ ad un disegno attuativo ma la nostra idea è quella di mettere le basi, all’interno di questo mandato, per costruire questo centro antidiscriminazioni.

E.: Tutto questo chiama in causa direttamente il rapporto con la politica e l’avere rappresentanze politiche consapevoli, alleate, pronte a condividere queste lotte. Come è cambiata la situazione e come ci si sta avvicinando, dal vostro punto di vista, alle prossime provinciali?

S.: Sicuramente è cambiato lo scenario: alcune cose che non potevano essere immaginate un anno fa, oggi sono dati di fatto. L’entrata di una segreteria a trazione Schlein, che sposta un po’ a sinistra anche il Partito Democratico in tutti i contesti (nazionale e locale), è un cambiamento di fatto: vedremo come andrà nel concreto, ma i segnali e il linguaggio – che fa pratica politica – sono diversi e segnano una differenza importante rispetto al recente passato.

Noi ci stiamo preparando con l’obiettivo di riuscire a stimolare una parte politica: dall’altra, ci è abbastanza chiaro, i margini per ragionare sono pochi perché la distanza tra le nostre istanze e il nostro modo di guardare al mondo e quello del centrodestra è troppo grande. Vogliamo stimolare il centrosinistra, portando le nostre istanze e chiedendo a chi si candiderà di firmare una loro presa in carico in modo vengano tradotte in atti capaci di cambiare la Storia o, comunque, le possibilità che abbiamo anche qui in Trentino.

Siamo anche dell’idea che non si possa delegare tutto: è venuto il momento di prendersi un po’ di scena. Non saremo sicuramente in silenzio, nei prossimi mesi: il Pride avrà sicuramente una eco mediatica ma non faremo mancare le nostre riflessioni, le risposte punto su punto, per cercare di stimolare l’opinione pubblica e di indirizzare il ragionamento verso l’inclusione, la libertà, l’uguaglianza, la piena cittadinanza delle persone LGBTQIA+. Ci sentiamo in dovere di essere parte attiva del dibattito pubblico, non lasciando completamente la rappresentanza ai partiti.