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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Una Scuola di Pace a Rovereto

di Marzio Fait

 

Ci sono tematiche che a scuola, per ragioni storiche e politiche, non vogliono essere affrontate, nonostante rappresentino occasioni preziose di confronto e approfondimento per ragazze e ragazzi. Lo abbiamo visto a ottobre, quando in Commissione Cultura della Camera è arrivato il via libera a un emendamento che impedirebbe, di fatto, le attività di educazione affettiva fino alle scuole medie, estendendo così, se il provvedimento venisse approvato dal Parlamento, il divieto già previsto dal ddl Valditara per le scuole dell’infanzia e la primaria.

Questo vale anche per altri temi fondamentali che, per ragioni simili, continuano a essere considerati dei tabù. La politica, per esempio, intesa non solo come comprensione del mondo, dei conflitti armati e delle loro responsabilità, ma anche come consapevolezza del modo in cui le decisioni prese altrove ricadono sulla nostra vita quotidiana. Parlare a scuola di ciò che accade intorno a noi, delle ragioni che sottendono alle grandi crisi globali, delle sfide che dovremo saper gestire o di ciò che si può fare nel proprio contesto non è semplice e spesso accade solo grazie all’iniziativa di insegnanti che tengono particolarmente a queste tematiche.

E se è vero che la qualità con cui questi argomenti vengono trattati può risultare disomogenea – perché può capitare che l’approccio rifletta più le convinzioni personali, da sinistra o da destra, che un quadro formativo solido – sarebbe utile prevedere dei percorsi strutturati che aiutino i ragazzi ad approfondirli, vuoi attraverso una formazione dedicata per docenti o attraverso l’intervento di professionisti esterni. È così che si permette ai giovani di crescere consapevoli e, magari, attivarsi per la propria comunità.

Per fortuna, in Trentino, si registrano alcuni segnali positivi, sia sui temi dell’affettività che della pace. Ad ottobre, è partita la raccolta firme per sostenere una proposta di legge di iniziativa popolare che punta a introdurre nelle scuole l’educazione relazionale, la parità e il rispetto delle differenze di genere. A Rovereto, invece, quest’estate ha preso il via la Scuola di Pace, un’iniziativa rivolta agli studenti e alle studentesse delle scuole superiori lagarine per approfondire i valori della pace e i principi della cittadinanza globale e della convivenza.

Ne abbiamo parlato con Federica Manfrini, responsabile di MLAL Trentino Onlus, organizzazione che si occupa di educazione alla cittadinanza globale, tra le promotrici della Scuola.

 

Federica Manfrini. Cos’è la Scuola di Pace?

La Scuola di Pace è un’iniziativa promossa dal Comune di Rovereto insieme al Forum trentino per la pace e i diritti umani e realizzata da MLAL Trentino. Nasce con l’idea di avvicinare i giovani ai temi della pace, di far conoscere i suoi valori e di lavorare su comportamenti consapevoli, cittadinanza attiva e partecipazione.
Il percorso era rivolto agli studenti delle scuole superiori roveretane, dai 14 ai 19 anni, e per questa prima edizione si sono iscritti in dieci, tra ragazzi e ragazze.

 

Che cosa prevedeva questa prima edizione?

I ragazzi e le ragazze della Scuola di Pace in Comune a Rovereto.

I ragazzi e le ragazze della Scuola di Pace in Comune a Rovereto.

La prima edizione della Scuola si è tenuta a luglio e ha alternato momenti di formazione frontale ad attività pratiche e ludiche tenute da esperti e professionisti. Le ragazze e i ragazzi hanno partecipato a molte proposte: tra le prime che mi vengono in mente ci sono un laboratorio teatrale sul dialogo, alcuni approfondimenti su diritti umani, pace e disarmo, e un lavoro mirato sull’uso delle parole. Abbiamo anche sperimentato la creazione di contenuti social legati al tema della pace e approfondito il ruolo degli operatori e delle operatrici di pace nei contesti di crisi e di conflitto armato.

L’attualità, in particolare Gaza, li ha colpiti molto. Vedere e ascoltare in diretta che cosa stava accadendo grazie all’intervento online del giornalista palestinese Al Hassan Selmi, e non solo attraverso la mediazione della televisione o dei social, ha avuto un impatto fortissimo.

Il percorso ha previsto anche un’esplorazione del territorio e delle realtà locali impegnate sui temi della pace. Abbiamo visitato il Centro Pace, il Consiglio comunale, dove abbiamo incontrato la Sindaca, e abbiamo concluso la settimana assistendo a una performance teatrale alla Campana dei Caduti, che ha salutato il gruppo con i suoi rintocchi.

 

Come valuti la partecipazione dei ragazzi? Pensi ci sia stata una ricaduta positiva su di loro? E sul territorio?

Ragazzo scuola di Pace intervista attivista John Mpaliza. In primo piano un microfono.

Marco, della Scuola di Pace, intervista l’attivista congolese John Mpaliza.

La partecipazione è stata molto positiva, tanto che abbiamo deciso di continuare a lavorare insieme. Dalle riflessioni raccolte nelle settimane immediatamente successive alla scuola è emerso il desiderio, da parte dei ragazzi e dell’amministrazione comunale, di proseguire il percorso.

Da settembre a dicembre ci siamo incontrati ogni due settimane, in presenza o online. La partecipazione è stata eterogenea: alcuni ragazzi hanno seguito gli incontri con grande continuità; altri, pur essendo presenti in modo meno regolare, si sono comunque attivati per creare un’assemblea su questi temi nella propria scuola.

In questi tre mesi post-scuola, i ragazzi hanno avuto l’opportunità di incontrare diverse persone impegnate nella cooperazione internazionale, tra cui l’attivista Gennaro Guidetti e alcuni operatori e operatrici di Operazione Colomba che lavorano in Colombia.

Successivamente hanno scelto di collaborare alla co-organizzazione dell’evento del 10 dicembre a Rovereto, dedicato alla Giornata dei diritti umani, in cui sono intervenuti Salvatore Attanasio, padre dell’ambasciatore Luca Attanasio, e John Mpaliza. Il gruppo ha contribuito realizzando la locandina, informandosi sul tema, registrando un podcast con gli ospiti e presentando la serata. Alcuni di loro hanno curato anche un momento di incontro con le classi al Liceo Filzi, organizzato per la mattina dello stesso giorno.

 

Sei soddisfatta di com’è andata questa prima edizione? Quali sono le prospettive future per la Scuola di Pace?

L’esperienza è stata molto positiva, soprattutto perché si trattava della prima Scuola di Pace per ragazzi che si organizzava qui in città. In passato a Rovereto erano attive realtà come l’Università della Pace e altre iniziative simili, ma non erano rivolte ai giovani. Partire da zero è stato impegnativo, ma il gruppo si è rivelato davvero valido.

Abbiamo avuto la conferma che, quando si dà fiducia ai ragazzi e si intercettano davvero i loro interessi, emergono energie che spesso restano invisibili. Molti cercavano da tempo coetanei con cui confrontarsi su questi temi e si sono stupiti nel trovare altre persone con la stessa motivazione. È stato significativo vedere ragazze e ragazzi – che spesso vengono descritti come superficiali da noi adulti – con un desiderio così forte di approfondire.

Guardando avanti, c’è certamente spazio per migliorare. L’idea è di continuare anche l’anno prossimo, magari lavorando in maniera più continuativa durante l’anno per portare questi temi nelle scuole e poi svilupparli insieme nelle settimane estive della Scuola di Pace.

Ogni incontro con i ragazzi della Scuola di Pace ci arricchisce con idee nuove e con i ricordi di quella settimana insieme. La speranza è mostrare alla comunità che esiste una generazione con una grande voglia di crederci.

La sfida, invece, è riuscire a raggiungerli sempre di più e sempre meglio: capire come farli partecipare – accettare le assenze, non pretendere troppo, rispettare i loro tempi e restare al loro fianco, perché vivono in un periodo complesso – ma anche come dare loro voce e farli sentire valorizzati.