Intervista a Stefano Bleggi. Di Emanuele Pastorino.
Stefano Bleggi è uno degli attivisti che fa parte dello sportello “Una casa per tutt*”, nato durante l’estate del 2022 come reazione ad una serie di stimoli raccolti in diverse assemblee sui territori svolte fin dalla primavera di quell’anno e in cui era stata intercettata l’esigenza di dare informazioni e fare advocacy verso quelle famiglie e quelle persone che, passato il periodo della pandemia, si trovavano in seria difficoltà rispetto alla tutela del diritto all’abitare.

Da giugno 2022, secondo il report consegnato a inizio febbraio al Consiglio provinciale, lo sportello ha supportato 19 nuclei familiari, per un totale di 89 persone, di cui 45 minori, 2 disabili al 100% (uno minore), una al 75% e uno affetto da tumore tra il territorio dell’Alto Garda e il Comune di Trento.
Partirei guardando al contesto da cui è nato lo sportello: i dati che avete raccolto, le storie che avete intercettato e le azioni che avete intrapreso si inseriscono in un contesto provinciale – quello trentino – in cui il tema della casa è oggetto di discussione da molto tempo. Dal vostro punto di vista, quali sono le ragioni che hanno portato all’attuale emergenza, tanto rispetto l’evoluzione del “sistema casa” in Trentino?
Come Sportello abbiamo iniziato a prendere in considerazione la situazione post-Covid: durante il periodo del lockdown, durante il periodo immediatamente successivo, è evidente a tutti come alcune problematiche già presenti siano emerse con tutta la propria drammaticità.
Durante il lockdown molte persone hanno perso il proprio posto di lavoro, c’è stata una crisi economica evidente.
Il Trentino non aveva gli anticorpi sociali e politiche economiche in grado di mettere un argine a questa situazione: anche qui sono state dati piccoli sostegni sotto forma di bonus che hanno coperto solo una piccola fascia di popolazione e solo una tantum.
Ci siamo accorti – anche durante le azioni di distribuzione dei beni di prima necessità durante la pandemia – come una serie di famiglie (e questa era una novità rispetto agli anni precedenti) si trovasse in estrema difficoltà nel riuscire a far fronte tanto ai costi dell’affitto quanto rispetto alla precarietà abitativa, con nuclei familiari di 3, 4 o 5 persone che vivevano in pochissimi metri quadrati e con difficoltà oggettive, ad esempio, per i propri figli di seguire le lezioni online.
Oltre a tutto questo, le modifiche del mercato della casa erano già visibili prima del Covid, con un mercato degli affitti privati sempre più direzionato verso gli universitari, con un aumento costante dei costi.
Il contesto, insomma, è mutato in proporzione al mutare della società trentina. L’Università, progressivamente, è diventata sempre più attrattiva, sono state incrementate le facoltà e i corsi universitari: questo ha portato vivacità nella città, idee nuove, ha migliorato la qualità culturale della città, creando molte opportunità ma, dall’altra parte, nel momento in cui è aumentata la composizione universitaria gli appartamenti sono stati dati a loro, senza riuscire nemmeno a coprire tutta l’esigenza, con molti universitari – oggi – che lamentano la mancanza di alloggi o l’aumento dei costi.
In mancanza di politiche che mettano in discussione la rendita privata, è chiaro che chi ha a disposizione molti appartamenti è riuscito ad aumentare di molto i propri profitti. In questo, notiamo come di pari passo a fronte di queste trasformazioni, le politiche pubbliche sono rimaste invariate, se non alcune cose sono addirittura peggiorate: la trasformazione di ITEA in società per azioni ha portato l’ente preposto alla gestione dell’edilizia pubblica a ragionare come se fosse una realtà privata e non più come ente di pubblica utilità o come un ente sociale che dovrebbe preoccuparsi di quelle fasce di popolazione maggiormente in difficoltà.
Con Melting Pot osservi anche dinamiche più larghe, che vanno oltre il Trentino: quali pratiche vedi emergere, nel bene e nel male?
Il problema dell’abitare è strutturale: c’è un’assenza complessiva di politiche abitative (nazionali o regionali); mancano gli investimenti nel welfare e, anzi, è costante la dismissione del patrimonio pubblico rispetto ai privati (basta pensare alle vicende di ATER in Veneto).

Si è rotto il patto sociale novecentesco in cui una persona lavorava otto ore e, finito di lavorare, era importante avesse un luogo in cui dormire e riposarsi. Dare un alloggio pubblico o una casa popolare era funzionale al sistema produttivo, a far star meglio il lavoratore o la lavoratrice funzionali al capitalismo di allora.
Oggi siamo totalmente in un’altra fase: quel patto sociale si è rotto, il fatto che non ci siano più istituzioni che si preoccupino come un tempo della situazione abitativa delle persone è un problema.
I cambiamenti del sistema economico, non più basato sulla produzione ma sulla rendita, ha favorito l’emergere di fenomeni come il capitalismo delle piattaforme o la turistificazione delle città (basta pensare a come funzionano Booking, Airbnb o tutte quelle piattaforme utili alla rendita privata, soprattutto degli alloggi): spesso manca interesse – da parte delle politiche pubbliche – nel fare investimenti legati al diritto all’abitare.
Oltre alle iniziative che porta avanti lo Sportello (qui) qual è il dialogo con le istituzioni e il terzo settore che si occupa di questi temi?
Lo Sportello si sta occupando esclusivamente di nuclei familiari, quasi tutti con due o più figli. La maggior parte delle persone è di origine straniera ma molte di loro hanno cittadinanza italiana: si tratta di famiglie che sono qui da tanti e tanti anni, sono inserite nel tessuto sociale in cui vivono, hanno relazioni, i figli vanno a scuola. Rischiano, però, di essere espulse: questo è l’elemento che stiamo provando a spiegare alle istituzioni. Abbiamo avuto incontri su vari livelli: nella zona dell’Alto Garda e Ledro, abbiamo incontrato la vicepresidente della Comunità di Valle Betta oltre che alcuni incontri con i servizi sociali.
A Trento, abbiamo cercato di avere incontri con i servizi sociali, attivando anche in quasi tutte le occasioni il Garante dei minori, il cui ruolo è fondamentale per tutelare il best interest dei e delle minori coinvoltǝ. Come sappiamo ogni sfratto ha, come unica alternativa all’individuazione di un altro alloggio idoneo, la separazione del nucleo familiare: la madre con i minori vengono collocati in strutture preposte, i padri in altre soluzioni, spesso in luoghi diversi rispetto a quello di residenza. Questo genera moltissime resistenze, in quanto le famiglie non vogliono essere separate.
A dicembre abbiamo avuto anche un incontro con l’assessora alle Politiche Sociali Segnana che, al tempo, aveva anche la competenza sull’abitare: a quell’incontro hanno partecipato anche la presidente di ITEA Francesca Gerosa, il dirigente Ruscitti e la dirigente Rovri.
Infine, giovedì scorso (9 febbraio ndr) abbiamo incontrato i e le capigruppo del Consiglio provinciale: siamo stati accolti solamente dal presidente Kaswalder e da alcuni capigruppo di opposizione (Paolo Zanella per Futura; Lucia Coppola per i Verdi; Alex Marini per il Movimento 5 Selle).
Le famiglie che stiamo seguendo vogliono avere un’interlocuzione con le istituzioni, portare loro i loro problemi e capire se, dall’altra parte, c’è qualcuno che è disposto ad ascoltare: abbiamo sempre creato delegazioni che tenessero assieme tutte le istanze, convinti che il lavoro di sportello non sia limitato a dare informazioni, trovare i legali o bloccare gli sfratti ma anche quello di trovare momenti di condivisione con le famiglie, incontri e riunioni in cui provare a mettere assieme persone che si ritrovano in situazioni simili, per dare l’opportunità a ciascuno di riconoscersi nell’altro.
Questa cosa, progressivamente, sta portando a buoni risultati: c’è uno scambio tra le famiglie, alcune delle quali non si conoscevano, e questo dà forza.
Un elemento che abbiamo notato e che credo sia importante è che in molte famiglie, soprattutto gli uomini, si vive un senso di vergogna e fallimento, soprattutto se sono in Italia da tanti anni. Subire uno sfratto, trovarsi con quella incertezza li mette in grandissima difficoltà, tanto dal punto di vista psicologico quanto di autostima: con lo sportello cerchiamo di dare un supporto anche a questo, se non altro dal punto di vista della solidarietà.
Il primo passaggio, secondo noi, rimane quello di contrastare questo senso di fallimento, far capire che non è colpa del singolo se si vive questa situazione: che non è colpa loro se rischiano di finire per strada. Questo è molto importante: queste persone rischiano di avere reazioni anche molto forti. Abbiamo conosciuto un nucleo familiare, nell’Alto Garda, che si è trovato da un giorno all’altro – non siamo riusciti a intercettare questo sfratto in tempo – a vivere in macchina. Questa famiglia ha scelto di mandare la madre e la figlia a vivere nel Paese d’origine, in Pakistan: la figlia, in particolare, è nata e cresciuta in Italia, stava frequentando la scuola e così, da un momento all’altro, ha dovuto rinunciare ai suoi amici, alla scuola. Il lavoro dello Sportello, in questo caso, è indirizzato a riportare la figlia e la moglie in Italia, trovando soluzioni, anche perché il contraccolpo che rischia di subire essendo nata e cresciuta qui potrebbe essere molto molto duro.
Una domanda che allarga un po’ il campo e che esce dal discorso sullo sportello riguarda la distinzione tra volontariato e attivismo: dal mio punto di vista non è particolarmente convincente. Con il Centro Sociale, l’Assemblea Antirazzista ma anche con la scuola di italiano Libera la Parola coinvolgete persone molto diverse tra loro. Questa distinzione tu la vedi? Ti convince?
Mi sembra spesso una contrapposizione sterile: penso sia molto importante il volontariato se fatto con consapevolezza, competenza e formazione. Non basta voler fare volontariato ma serve anche formarsi per farlo: diventa una risorsa se non si sostituisce al pubblico ma cerca, nel proprio lavoro, di stimolarlo a fare meglio, a fare in modo diverso.
L’attivismo dovrebbe portare al cambiamento dello stato delle cose, dovrebbe portare a migliorare la situazione, ma se diventa autoreferenziale, se non è in grado di interfacciarsi con realtà diverse, con il mondo del volontariato, con i soggetti reali, allora non ha nessuna utilità.
Se il volontariato – invece che stimolare una riflessione attorno alle politiche pubbliche o attorno al contesto che ci circonda – si limita a fare quello che non fa il pubblico, credo che sia poco utile.
Entrambi devono provare a valorizzare fino in fondo il protagonismo dei soggetti coinvolti: non – come un po’ sto facendo io adesso – parlare al posto loro ma amplificare le loro voci e, nel momento in cui si relazionano con soggetti che vivono situazioni di fragilità o negazione dei loro diritti, avere un atteggiamento non paternalistico, non vittimizzante ma, invece, lavorare sulla loro autodeterminazione.


