di Marzio Fait
Da Trento a Belém ci abbiamo messo quasi ventitré ore. Siamo partiti all’una di notte, con qualche grado sopra lo zero, e siamo atterrati dall’altra parte del mondo alle sette di sera, ora locale, in un clima che sembrava appartenere a un altro pianeta rispetto a quello a cui eravamo abituati… più di trenta gradi e un’umidità vicina al cento per cento.
Siamo qui con Agenzia di Stampa Giovanile, progetto editoriale di Viração & Jangada che da oltre dieci anni porta un gruppo di giovani alla COP, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. L’obiettivo è raccontare cosa accade dentro gli spazi negoziali, ma soprattutto condividere con i nostri coetanei come la società civile, da ogni parte del mondo, si mobilita per affrontare la crisi climatica.
Fino al 21 novembre potrete seguire i nostri aggiornamenti sul sito di Agenzia di Stampa Giovanile, sul nostro profilo Instagram e sul T quotidiano.
In questi giorni intensi, caotici ma entusiasmanti, siamo ospitati negli spazi di UNIPOP, l’Instituto Universidade Popular, un’associazione di Belém nata negli anni della dittatura militare brasiliana, che offre opportunità formative e culturali legate alla pace, ai diritti umani e alla giustizia climatica.
A noi, oltre a un’accoglienza calorosa, sta offrendo ogni giorno pasti caldi e una quantità enorme di stimoli interessanti. Ci sembrava giusto ringraziarli, prima di cominciare a raccontarvi cosa succede qui, alle porte dell’Amazzonia.

La delegazione trentina di Agenzia di Stampa Giovanile alla Cupola dos Povos.
Una COP diversa dalle altre
Questa COP è simbolica per diversi motivi. È innanzitutto la trentesima edizione, dalla prima conferenza del 1995 a Bonn. Ma è anche la COP che arriva a dieci anni dall’Accordo di Parigi, l’intesa che nel 2015 ha fissato l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Un numero che rappresenta molto più di una soglia tecnica, visto che è il limite oltre il quale gli impatti della crisi climatica rischiano di diventare più gravi, più frequenti e più difficili da gestire, soprattutto per chi vive già situazioni di vulnerabilità.
Inoltre, questa COP si svolge alle porte dell’Amazzonia, un luogo centrale per la stabilità climatica del pianeta e allo stesso tempo uno dei territori oggi più minacciati. E segna anche il ritorno pieno della società civile, dopo tre anni di conferenze ospitate in Paesi in cui il dissenso era di fatto ridotto al minimo. A Belém è tornata una presenza tangibile, che non rischia ripercussioni sulla propria incolumità fisica e psicologica come accadeva in Egitto, a Dubai o in Azerbaigian, dove qualsiasi forma di protesta o dissenso era fortemente limitata all’interno delle mura della COP.
Lo si è visto martedì scorso, quando un gruppo di persone indigene e non indigene è riuscito a entrare nella zona blu, l’area dei negoziati riservata a chi possiede un pass. Gridavano slogan per chiedere più spazio nei processi decisionali, una tassa globale sui grandi patrimoni e la fine delle trivellazioni petrolifere in Amazzonia, criticando apertamente anche il presidente Lula, che le avrebbe autorizzate.

Alcune imbarcazioni della barqueada sul fiume Guama (foto Marzio Fait).
La stessa energia attraversa la Cúpula dos Povos, il vertice parallelo organizzato alla Universidade Federal do Pará. Gli spazi dell’università ospitano attività culturali, momenti di confronto e una fiera di prodotti e manufatti indigeni. Qui, tra le altre cose, si parla di razzismo ambientale, di questioni di genere, dei legami tra crisi climatica e conflitti armati. Temi che spesso fanno fatica a entrare nel cuore delle discussioni ufficiali, ma che non possono essere ignorati.
A questo proposito, l’apertura della Cúpula è stata segnata da un momento molto evocativo, la barqueada, una flotta di oltre cento imbarcazioni che ha attraversato il fiume Guamá fino alla Baia de Guajará. A bordo c’erano più di cinquemila persone, rappresentanti di movimenti sociali provenienti da tutto il mondo, che accompagnavano simbolicamente l’arrivo dei leader delle popolazioni originarie e dei difensori della foresta.
Tra quelle cinquemila persone c’eravamo anche noi, su una piccola imbarcazione che ospitava i rappresentanti di un’associazione impegnata nella protezione degli attivisti che difendono la foresta amazzonica. È stata un’occasione preziosa per scattare foto, incontrare persone, registrare interviste e fare in modo che più persone possibili, soprattutto giovani, possano rimanere aggiornate su ciò che sta accadendo qui.
Uno sguardo alle trattative
Nel frattempo, le trattative ufficiali stanno entrando nel vivo. Ecco alcuni aggiornamenti.
Nei giorni scorsi, l’agenda negoziale è stata approvata ufficialmente e, come racconta Italian Climate Network (ICN), sembra che le parti stiano lavorando per assicurare alla COP una cover decision, una dichiarazione politica collettiva che potrebbe essere approvata nella plenaria finale. Negli ultimi anni questa pratica era diventata comune, fino allo stallo incontrato l’anno scorso a Baku. A tal proposito, la Ministra brasiliana Marina Silva starebbe guidando consultazioni continue, in contatto con il presidente Lula e con il presidente della COP, Correa do Lago.
Sembra inoltre che Brasile e Cina stiano raggiungendo un’intesa preliminare sulla direzione da dare a questo documento. L’idea è provare a far convergere tutti i Paesi su un nuovo mandato politico sotto l’Accordo di Parigi, con un percorso a tappe definito per l’uscita graduale dai combustibili fossili entro un decennio, basata sulla scienza e sugli impegni già assunti alla COP28 di Dubai.
Non sarà semplice trasformare questa intenzione in un accordo credibile, che metta d’accordo le varie posizioni. Ma riteniamo che la presenza forte della società civile qui a Belém, e l’attenzione di chi segue da casa, possano influenzare in maniera decisiva le trattative tra le Parti.


