
Per inaugurare gli approfondimenti di Abitare la Terra 2030 abbiamo deciso di intervistare Pasquale Pugliese. Filosofo e grande conoscitore del pensiero di Aldo Capitini, Pugliese è impegnato da molti anni nel Movimento Nonviolento e fa parte della redazione di Azione nonviolenta, rivista fondata nel 1964 proprio da Aldo Capitini, per la quale cura un blog nell’edizione on line. Con lui abbiamo provato a rileggere il dibattito nato attorno a questa guerra riflettendo sulle diverse strade da percorrere per arrivare alla Pace. VIDEO INTRODUTTIVO
Intervista a cura di Alessandro Graziadei.
Scriveva Bernard Russel che “La guerra non stabilisce chi ha ragione, ma solo chi sopravvive”. L’impressione è che le “ragioni” di questa guerra abbiano monopolizzato il dibattito nato in quasi tutti gli spazi informativi. Ma non ci stiamo dimenticando di chi “sopravvive”?
Nel 1955 Bertrand Russel ed Albert Einstein, preoccupati della sopravvivenza dell’umanità in quella che Gunter Anders definiva la “situazione atomica” dopo Hiroshima e Nagasaki, scrissero congiuntamente il celebre Manifesto Einstein-Russell – sottoscritto da illustri scienziati del tempo, da Max Born a Linus Pauling – di una disarmante attualità, per quanto quasi dimenticato. In esso, appellandosi all’umanità, indipendentemente dall’appartenenza ai blocchi politico-militari contrapposti, scrivevano: “Dobbiamo imparare a pensare in modo nuovo. Dobbiamo imparare a domandarci non già quali misure adottare affinché il gruppo che preferiamo possa conseguire una vittoria militare, poiché tali misure ormai non sono più contemplabili; la domanda che dobbiamo porci è: Quali misure occorre adottare per impedire un conflitto armato il cui esito sarebbe catastrofico per tutti?”. Ossia porsi la domanda fondamentale per garantire la sopravivenza dell’umanità: come affrontare e risolvere, questo in Ucraina – e tuti i conflitti – senza l’antiquato uso della guerra? Domanda sostanzialmente elusa dal dibattito pubblico dominante. O almeno in quello che si svolge sui media, praticamente militarizzati, mentre la preoccupazione è molto presente tra i cittadini, in particolare i più giovani – che in questi giorni sto incontrando a centinaia, invitato nelle scuole e dagli insegnanti – che già nelle manifestazioni dei Friday for Future ci chiedevano di non rubare il loro futuro ed oggi si vedono rovesciare addosso solo discorsi di guerra, da tutti i dispositivi digitali, ventiquattrore al giorno. Come se non ci fosse un domani.
La pace è una scelta e il movimento pacifista ha scelto, non da oggi, di schierarsi a fianco delle popolazioni civili con una “neutralità attiva” nel nome di una “pace positiva”. In cosa consistono e come possono essere realizzate queste proposte?
Le organizzazioni per la pace, la nonviolenza e il disarmo lo hanno spiegato più volte, nei pochi contesti – come questo – nei quali sono invitate ad esprimere direttamente le proprie proposte: non si tratta di “equidistanza” tra l’aggredito e l’aggressore, ma di mettere in campo mezzi coerenti con il fine di risparmiare il sangue, anziché versarne dell’altro in un crescendo di orrore. Si tratta di interrompere da parte del nostro paese e dell’Unione Europea il sostegno al conflitto armato, attraverso l’invio di sistemi militari ad una delle parti, per promuovere una effettiva de-escalation attraverso la via diplomatica e iniziative nonviolente di interposizione, come ci chiedono anche i pacifisti ucraini e gli obiettori di coscienza russi, con i quali siamo in costante contatto. Continuare ad inviare armi al governo ucraino – invece – è funzionale al potenziamento della guerra, che prolunga la sofferenza delle vittime e promuove l’escalation bellica fino alla possibilità del nucleare, alimentando peraltro incredibilmente l’industria delle armi. Sarebbe ben diverso, piuttosto, rinunciare alle forniture di gas russo che rappresentano circa il 38% del gas complessivo importato dal nostro Paese, al costo di un miliardo di euro al giorno, per sottrarre comburente economico all’incendio, invece di inviare armi che gettano combustibile sul fuoco. Entrambe le azioni sono di fatto partecipazioni al conflitto bellico, ma la prima avverrebbe in una modalità nonviolenta attraverso un nostro sacrificio – che obbligherebbe anche ad una drastica conversione ecologica dell’economia – la seconda avviene attraverso il sacrificio ben più tragico degli ucraini. Ed anche dei ragazzini russi spediti nell’orrore.
L’attuale contesto politico mondiale è caratterizzato da una massiccia diffusione di armi, anche atomiche. Questa “situazione atomica” è un limite o una risorsa per avanzare in modo realistico, credibile e costituzionale delle proposte nonviolente per la soluzione delle controversie e dei conflitti internazionali?
Tenere conto della situazione atomica è l’unica modalità razionale di stare al mondo ed agire, politicamente e responsabilmente, all’interno dei confliti. Lo spiegava filosofo Günther Anders nelle Tesi sull’età atomica: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche, è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. Del resto, già alla fine della prima guerra mondiale Max Weber distingueva tra ”etica dell’intenzione” e ”etica della responsabilità”: nella prima ci preoccupiamo solo degli obiettivi da conseguire, agendo per principi generali, considerando legittimo qualsiasi mezzo per raggiungere il fine ritenuto giusto, senza attenzione alle conseguenze; nella seconda, al contrario, bisogna cercare di prevedere e valutare le conseguenze dell’agire, per cui se un obiettivo buono rischia di essere realizzato producendo “effetti collaterali” negativi, è necessario mettere in campo mezzi coerenti con i fini da raggiungere. La prima è l’etica del fine che giustifica i mezzi, che sostiene il vecchio adagio “si vis pacem para bellum” – nella quale siamo ancora inchiodati al passato – la seconda è quella dei mezzi coerenti con i fini che sostiene l’agire nonviolento “se vuoi la pace prepara la pace”, come insegnava Aldo Capitini, che costruisce il futuro. Se questo è vero sempre lo è, a maggior ragione, nel nostro tempo, nel quale il “principio responsabilità” – riformulato da Hans Jonas come “etica per la civiltà tecnologica” – prescrive di agire “in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è ipotecata della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva. Lo sapevano bene i Costituenti – che cominciariono a lavorare alla Costituzione meno di un’anno dopo quella immane tragedia – i quali, nel ripudiare la guerra anche come “mezzo di risoluzione delle controverse internazionali” erano consapevoli che nessun conflitto può ormai essere risolto davvero con la guerra: introdussero l’etica della responsabilità all’interno della Costituzione italiana, aprendo con essa le prospettive della ricerca di risoluzioni delle “controversie internazionali” alternative alla guerra. Sostanzialmente inascoltati, per cui da tempo assistiamo al ripudio della Costituzione, anziché della guerra.
La pace non ha solo connotazioni teoriche, ma anche pratiche. Nel corso della storia in che misura ha contribuito “al sangue risparmiato”?
Più che la “pace”, che è concetto ormai stirato così tanto da ogni lato (dalle “missioni di pace” all’invio di armi nelle guerre, per avere la… pace) che è diventato parte di una inutilizzabile retorica, se non saldamente ancorato a mezzi pacifici, è la gestione nonviolenta e non armata dei conflitti che, nel corso della storia ha contribuito, al “sangue risparmiato”, secondo l’importante categoria storiografica introdotta da Anna Bravo (La conta dei salvati, 2013). Ci sono molteplici esperienze storiche concrete ed efficaci di lotte nonviolente condotte anche all’interno di strenui conflitti violenti. Tra tutte non si può non citare la resistenza danese durante l’occupazione nazista: il governo decise di non contrapporre alla potenza di fuoco della wehrmacht il piccolo esercito danese ed il popolo organizzò una grande e significativa resistenza non armata. Ne scrive anche Hannah Arendt ne La banalità del male: “L’aspetto politicamente e psicologicamente più interessante di tutta questa vicenda è forse costituito dal comportamento delle autorità tedesche insediate in Danimarca, dal loro evidente sabotaggio degli ordini che giungevano da Berlino. A quel che si sa, fu questa l’unica volta che i nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare che quelli di loro che vi si trovarono coinvolti cambiarono mentalità. Non vedevano più lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia. Avevano urtato in una resistenza basata su saldi principi, e la loro durezza si era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur timido, di un po’ di vero coraggio. (…)”. Su questa storia – che salvò, unico paese in Europa, il 98% degli ebrei danesi (ndr), continua Arendt – “si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte le università ove vi sia una facoltà di scienze politiche, per dare un’idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva, anche se l’avversario è violento e dispone di mezzi infinitamente superiori”. Il punto è che queste lezioni non si tengono, ne all’università ne a scuola e, quasi sempre, la storiografia registra ancora solo il susseguirsi di vicende di sangue versato. Come se la violenza fosse un destino dell’umanità e non una scelta preparata, organizzata, finanziata.
Il pacifismo che ci hai raccontato non sembra una proposta utopistica, ma un metodo per stare all’interno dei conflitti e della complessità del Mondo. Eppure davanti a questa guerra il ragionamento spesso si polarizza e la pace sembra essere diventata materia per “utili idioti”. È possibile in qualche modo smilitarizzare anche le menti e il linguaggio di questo dibattito?
Si, stiamo assistendo ad una straordinaria militarizzaizone del linguaggio e delle menti, per un verso peraparata in due anni di pandemia – affrontata in Italia, ossessivamente, con un martellante paradigma bellico (come provo a spiegare nel libro Disarmare il virus della violenza, 2021) – per altro verso evocando, di fatto, il clima culturale e informativo dello schiamazzo “interventista” alla vigilia dell’ingresso in guerra dell’Italia tra il 1914 e il 1915 che – nonostante la contrarietà degli italiani e della maggioranza del Parlamento – godette anche dei massicci finanziamenti che aziende produttrici di armi facevano nei confronti della stampa italiana affinché spingesse l’opinione pubblica refrattaria verso l’interventismo. Sappiamo come andò a finire: oltre 16 milioni di morti complessive (“inutile strage”, fu chiamata da papa Benedetto XV. E benedetti siano i papi che condanno le guerre), con la generazione, come conseguenza diretta, del fascismo e del nazismo, il cui portato fu la “seconda guerra mondiale” con gli oltre 60 milioni di morti, i campi di sterminio, le bombe nucleari sganciate su Hiroshima e Nagasaki dagli statunitensi e quanto ne è conseguito con la successiva corsa agli armamenti. Oggi ripresa più che mai, anche con la recente decisione governativa di aumentare strutturalmente la spesa pubblica militare, insieme allo stillicidio di guerre infinite in giro per il mondo, compreso – di nuovo – il cuore dell’Europa. Per queste ragioni – oltre all’obiezione politica alla guerra ed alla solidarietà con le vittime – è necessaria quella che ho chiamato una “critica della ragione bellica”, volta ad arginare il bombardamento delle menti e svelare la banalità del male della guerra, attraverso un rinnovato impegno culturale ed educativo per disarmare il pensiero. Rimettendo al centro dell’attenzione e del discorso pubblico le importanti e responsabili consapevolezze di cui abbiamo detto, oggi colpevolmente rimosse, e decostruendo le fallacie di una ragione che, indossando l’elmetto, rinuncia all’esercizio critico. Cioè all’uso dell’intelligenza. Non a caso, Martin Luther King diceva che “o impareremo a convivere come fratelli o periremo insieme come idioti”.


