Di Emanuele Pastorino
Kelly Redmond, nel 2002, ha definito la siccità come “insufficienza idrica per soddisfare i bisogni”. Una definizione particolarmente intuitiva per un fenomeno che viene descritto, dalla climatologia, come ricorrente, temporaneo e, tutto sommato, prevedibile: nonostante queste caratteristiche, 55 milioni di persone (fonte UNCCD), nel mondo, sono colpite ogni anno da questa condizione. Un numero significativo e in crescita.
Il titolo dell’approfondimento di questa settimana riprende quello di un libretto che ho letto e che è particolarmente bello: lo ha scritto Davide Orecchio, lo ha pubblicato Edizioni Industria&Letteratura. È una lettura che fa respirare. Anche perché, come scrive lui ad un certo punto: “non cerchiamo scampo ma serenità” (in cuffia).
Scende la pioggia?
La siccità rappresenta un disastro climatico “a manifestazione lenta” ma non per questo meno devastante: quello che stiamo sperimentando è il sesto anno consecutivo di siccità. Ferdinando Cotugno lo scorso mese su Domani ha raccolto un po’ di riflessioni e dati chiedendosi cosa succede se un fenomeno “temporaneo” diventa, in qualche modo, “strutturale”. Se “il piano è sperare che piova, e tanto” scrive Cotugno, oggi servirebbero 50 giorni di pioggia in pochi mesi: una prospettiva che sembra lontanissima.
Intanto, i danni da siccità ammontano a circa 6 miliardi di euro e “oltre 3600 imprese hanno rinunciato a fare agricoltura in un paese senz’acqua”. Ci sono scaffali vuoti nel Regno Unito, intere regioni che devono ripensare il proprio modello economico, aria pesante in luoghi dove il marketing turistico ha sempre detto – nonostante tutto – “respira”.
La “distorsione del ciclo dell’acqua” e i suoi estremi (siccità e alluvioni) saranno la conseguenza più evidente della crisi climatica: nello studio pubblicato da Matthew Rodell e Bailing Li su Nature Water è questa la correlazione studiata osservando alcuni indicatori per studiare 1056 eventi estremi nel decennio 2002-2021. L’intensità degli eventi estremi riceve, così, una importante correlazione con l’aumento delle temperature a livello globale e “suggeriscono che il continuo riscaldamento globale causerà siccità o alluvioni in modo più frequente, grave, prolungato e/o esteso”.
Un ruolo che è anche correlato – con le dovute attenzioni, come spiegano gli stessi autori di un altro studio sul tema, pubblicato su Environmental Research Letters – anche alla crisi che sta investendo il nord Italia.
“L’effetto cumulato della scarsità di pioggia nel tempo” ci dice l’Osservatorio Siccità del CNR “ha impatti diversi sulla società, essendo il risultato dell’interazione fra pericolosità naturale (riduzione delle precipitazioni al di sotto della media) e i fabbisogni idrici per i vari usi”. Questi impatti, in particolare “possono essere estesi nelle aree urbane” osserva l’Agenzia ONU contro la desertificazione (UNCCD) nel suo report “spesso coinvolgendo settori sociali diversi, con il rischio di aggravare la tensione sociale”.
Conversione ecologica e tenuta sociale, ancora una volta, sono due facce della stessa medaglia: nel suo report globale, ancora l’UNCCD sottolinea come “helping communities prepare for drought before it occurs is far more effective and cheaper than reacting to a drought crisis”. Più “efficace” ed “economico”: eppure eccoci qui.
Crisi climatica, colonialismo, comunità locali
Tutti gli studi pubblicati in queste settimane si collocano in una più ampia cornice ricchissima di dati: la World Metereological Organization ha pubblicato un report che analizza, dal 1970 al 2019, i dati delle morti e dei danni economici correlati al clima e, in particolare, agli eventi metereologici estremi. I numeri complessivi di questa analisi sono devastanti: “un disastro collegato a fenomeni atmosferici, clima o acqua è avvenuto in media ogni giorno negli ultimi 50 anni – uccidendo 115 persone e causando 202milioni di dollari di perdite per ciascun giorno”.
Le siccità, in questo periodo, hanno generato il maggior numero di vittime nel mondo e la prospettiva offerta dai dati raccolti evidenzia che il “normalizzarsi” degli eventi climatici estremi porterà a sempre maggiori periodi di siccità, ondate di calore e incendi boschivi, con trend del tutto simili a quelli osservati in Europa e Nord America negli ultimi anni.

I dati di queste correlazioni, per come emergono dal report, mostrano in modo plastico lo squilibrio che determinano: se il maggior numero di disastri (71%) e di morti (91%) da cambiamenti climatici avvengono in quelle che l’ONU classifica come “economie in sviluppo”, i danni economici si riverberano soprattutto nelle economie sviluppate (59%).
Numeri che richiamano moltissime testimonianze di attivistǝ per il clima, politicǝ locali, rappresentanti di popoli indigeni che hanno posto, pongono e continueranno a porre questo tema. Numeri che richiamano quel dibattito postcoloniale che non è mai stato affrontato compiutamente. Tra tutte queste voci, quella di Mia Mottley (nel 2021 e nel 2022) ha offerto lo spunto a tre ricercatrici che collaborano con l’Osservatorio sulle Economie Emergenti (OEET) di Torino (Giulia Chersoni, Silvana Dalmazzone, Elena Vallino, rispettivamente per Eurac Bolzano, l’Università di Torino e OEET) per fare il punto su quella che definiscono “a just ecological transition” – una transizione ecologica giusta. Nel loro paper, le ricercatrici ripercorrono la correlazione tra disuguaglianze economico-sociali e contributo nel determinare la crisi ecologica, osservando come “gli individui che emettono molta CO2 hanno moltissimo in comune fra loro (alto status socio-economico) in modo trasversale fra le nazioni. Se consideriamo il reddito, vediamo che la popolazione che detiene il 10% del reddito globale è responsabile di circa metà delle emissioni, mentre il 50% della popolazione con reddito più basso è responsabile del 12% del totale (Chancel et al. 2022)”.
A queste responsabilità ineguali corrispondono, insomma, conseguenze disuguali in un circolo vizioso che rende i gruppi di persone più svantaggiati “più vulnerabili perché sono più dipendenti dalle risorse naturali, sono più esposti agli eventi estremi per soluzioni abitative più precarie e in aree marginalizzate, anche nei paesi ricchi, hanno meno risorse economiche per fare fronte ai rischi (meno assicurazioni o minore accesso a sistema sanitario)”. Lo stesso circolo vizioso che, anno dopo anno, il Climate Inequality Report registra: qui trovate quello di quest’anno. Lo racconta – ancora una volta – Ferdinando Cotugno nel numero 108 di Areale.
Quello che è desiderabile
Un altro tema posto Chersoni, Dalmazzone e Vallino che rimane impresso è legato alla “spada che potremmo brandire” – usando ancora le parole della presidente Mottley – che si sostanzia in un cambiamento radicale nelle politiche di investimento pubblico per far fronte a questa crisi, nello stesso modo in cui abbiamo fatto – come comunità globale – a fronte della crisi del 2008. Se per quella situazione sono stati messi in campo 25.000 miliardi di dollari, “oggi avremmo bisogno di un finanziamento di 500 miliardi all’anno per i prossimi 20 anni, che equivalgono al 40% dei 25.000 miliardi impegnati a partire dalla crisi finanziaria del 2008. […] Non investire nella transizione ecologica porterebbe al peggioramento delle condizioni di vita di milioni di persone, aumentando le difficoltà di adattamento al cambiamento climatico, le migrazioni di massa e il risentimento sociale”.
Insomma, “la domanda decisiva appare non tanto quella su cosa si deve fare o non fare, ma come suscitare motivazioni ed impulsi che rendano possibile la svolta verso una correzione di rotta”: lo scriveva, nel 1994, Alexander Langer chiedendosi, insomma, come rendere desiderabile una società fondata su una più giusta conversione ecologica.
Questa desiderabilità è una caratteristica politica potentissima: capovolge la logica che parla di “interessi” e pure quella della “responsabilità” (verso noi stessǝ, verso le nuove generazioni, verso gli ecosistemi) e colloca il cambiamento necessario in una prospettiva emozionale e – in definitiva – emozionante. Capire come innescarla – quale sia il mix necessario di emozioni e leggi – è il nodo che rimane sempre lì, quello che ci impedisce di brandire la spada che potrebbe aiutarci a difendere gli ecosistemi dagli effetti di questa crisi se non, perfino, a fare passi verso un destino che sia davvero diverso dall’estinzione.


