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Chi siamo

Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Abbiamo bisogno di tempo liberato

CHEAP è un collettivo bolognese di artistə che raccontano l’oggi con lo sguardo penetrante di foto, performance, grafiche e iĺlustrazioni che riprendono pezzi verticali di spazio urbano. Muri, colonne, bacheche, pezzi di città abbandonati o trafficatissimi e, per questo, ignorati.

 

Nel 2020 hanno lanciato la call for artist R E C L A I M: a Trento quella serie è arrivata nello spazio virgolette, grazie alla libreria due punti ma molto più per merito di un’associazione di rappresentanza e volontariato universitario, UNITiN e dello Uman Festival.

Uno di quei pannelli urlava RECLAIM YOUR TIME. Per me è un po’ un monito permanente, minaccioso e premuroso al tempo stesso: accanto a quello che racconta a me, quel manifesto ha un valore collettivo, politico e sociale insieme.

“Reclaim something that was taken from you. Forbidden. Something that’s yours.

Based on a right. Or a desire.

Today we are asking you, what do you think you’re entitled to? What do you think you

have been denied?”

Un tempo reclamato perché ci appartiene.

Due anni dopo – soprattutto dopo questi due anni, ma ci arrivo tra un secondo – rileggere quel manifesto ci dice che quel desiderio, quell’urlo, è invecchiato inascoltato. E, anche qui, non è tanto la pandemia ad aver lasciato quel desiderio in disparte quanto – piuttosto – la cronofagia di cui soffre (o, meglio, sulla quale si basa) il nostro sistema produttivo e il capitalismo più in generale. 

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Cronofagia è una parola complicata: l’ha usata, tra gli altri, Jean-Paul Galibert per descrivere una serie di principi che danno forma al capitalismo di oggi. L’ha recuperata, in Italia e tra lǝ altrǝ, Davide Mazzocco per raccontare come il lavoro stia mangiando tutti gli spazi della nostra vita. Non solo il lavoro reale sta diventando sempre più pervasivo (ne abbiamo scritto qualcosa qui, ragionando attorno all’intensità del nostro presente) ma stia germinando in altre forme. Il più emblematico riguarda gli strumenti che stiamo usando in questo momento: “il nostro tempo speso sui social network crea valore – attraverso le nostre interazioni – ed è in costante aumento” racconta Luca Picotti nella sua bella recensione di Cronofagia pubblicata sul sito di Pandora Rivista. “Nel 2012 il tempo medio trascorso sui social network era di 90 minuti, nel 2013 di 95, fino ai 135 minuti del 2017. 135 minuti, scrive Mazzocco, non remunerati, che eppure producono dati di enorme valore economico”.

L’uso dei social, l’abbattimento dei confini tra il lavoro e il tempo libero (la chiamiamo “iperconnettività”, oggi, ma potrebbe essere descritta come reperibilità permanente: anche quella passa dagli strumenti che state usando per leggere questo pezzo), l’industria del tempo libero sono strumenti che stanno erodendo tutto ciò che è improduttivo. Affetti, ozio, amore, contemplazione e, da ultimo, il sonno.

Riprendendo alcuni spunti da un ragionamento che si lega all’esperienza di Vivila in 3D, se negli anni ‘50 Marcuse osservava come l’invasione del tempo di lavoro nel tempo improduttivo generasse un ciclo continuo di mercificazione (anche qui, parola complicata che ha un significato comune e presente nelle nostre vite, che sperimentiamo giorno per giorno), in cui produciamo per consumare. Oggi questo schema è diventato molto più complesso: la mercificazione è diventata via via più pervasiva al punto che, come ha scritto Jennifer Guerra nel suo Il capitale amoroso, “le nostre vite si sono trasformate in progetti di cui siamo gli unici responsabili, sia che finiscano bene sia che falliscano” e, così, finiamo con lo sfruttare noi stessi.

Poi c’è il discorso sulla pandemia che, in parte, abbiamo già affrontando parlando di ordine, disordine e intensità: l’urgenza di oggi si somma a quelle che avevano portato a quel poster, che non sembra trovare soluzione.

Il problema del chiringuito

Reclamare tempo significa liberarlo: il dibattito di oggi riguarda il fenomeno delle grandi dimissioni (un fenomeno così ampio da avere una pagina Wikipedia dedicata) e sul quale il collettivo Slow News ha riflettuto nella serie Downshift (curata da Francesco Tabarrini) ma – come abbiamo detto – è un tema più antico. Tabarrini, nel primo episodio di quella serie, raccoglie un po’ di dati che restituiscono la portata del fenomeno: “negli ultimi mesi del 2021 negli Stati Uniti si sono dimesse quasi 5 milioni persone, la cifra più alta mai registrata dal 2000. In Italia, tra aprile e giugno 2021, si sono registrate 484mila dimissioni (292mila da parte di uomini e 191mila da parte di donne), su un totale di 2,5 milioni di contratti cessati. L’85% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. 

La Repubblica, grazie al lavoro di Flavia Cappadocia e Chiara Nardinocchi, ha realizzato un lavoro simile: “ho maturato la decisione di cambiare già parecchio tempo fa, molto prima del lockdown. Diciamo ho cominciato ad avere degli strani sentori, strane vocine che mi dicevano che c’era qualcosa che non andava” è il modo in cui Fabio Zocchi, una delle testimonianze raccolte, racconta il modo in cui è maturata la sua scelta. Scelte, a tratti impressionanti, anche a fronte dell’assenza di piani.

Mark Renton, alla fine di Trainspotting, sceglie amaramente la vita che, però, è un elenco chiuso e ripetitivo di oggetti, obblighi, costrizioni tutte immerse nel modello capitalista dove il lavoro guida la vita delle persone – e non viceversa. Quel modo costruito sull’idea per cui non ci fossero alternative praticabili che, cinquant’anni dopo le previsioni visionarie e – oggi lo sappiamo – ingenue di Keynes (una settimana lavorativa di 15 ore nel XXI secolo, con un fine settimana lungo cinque giorni: e invece), aveva sancito l’inizio della fase in cui siamo ancora immersi.

“Lavorare tanto, tantissimo” scrive Tabarrini “spremersi psicologicamente e fisicamente è diventato infatti cruciale per ottenere quella validazione esterna che consacra il nostro valore non tanto come lavoratori bensì come persone tout court”. 

Vite “trasformate in progetti di cui siamo gli unici responsabili, sia che finiscano bene sia che falliscano”, usando le parole di Jennifer Guerra: l’esito è stressante, opprimente, devastante.

“La previsione di Keynes” osserva ancora Tabarrini “avrebbe dovuto portare con sé una nuova mappa di valori in cui lo status sociale sarebbe stato misurato sulla quantità di tempo libero di una persona”. Una mappa di valori che non si riesce a sviluppare: “lavorare per vivere” non è la soluzione al problema che abbiamo davanti. Abbiamo bisogno di riconoscere questa scala di valori diversa che metta “vivere” e “lavorare” come due dimensioni che devono coesistere ma non possono più coincidere: con la dovuta cautela, lo slogan femminista “vogliamo il pane ma anche le rose” ha moltissimo a che fare con la costruzione di quella mappa di valori nuova. E il fatto che sia uno slogan vecchio di un secolo rende solo più evidente quell’urgenza.

Il problema del chiringuito, alla fine, è questo: “lascio il lavoro e apro un chiringuito in Costa Rica” è l’espressione individualista e sterile di un’urgenza più radicale, quella del pane e anche delle rose. Un’urgenza che ha bisogno di un progetto collettivo per trovare risposte.

Liberare tempo per fare altro, liberare il tempo per non fare nulla

La questione del tempo è anche quella che ci poniamo di più nel fare volontariato, nell’essere attivistǝ: “non c’è il tempo per fare tutto”; “sarebbe bello, ma mi manca tempo”; “cerchiamo di fare poche riunioni che non c’è abbastanza tempo in una settimana”. 

Un tema che siamo statǝ abituatǝ a leggere come individuale è, in verità, collettivo: per quello parlare di tempo e volontariato impone di inquadrarlo nel problema del lavoro e nell’urgenza di cambiare il modo in cui lo guardiamo. Reclamare tempo per liberare tempo: dopo di che, cosa farne di quel tempo liberato è una partita tutta diversa.

Abitare la Terra racconta da 14 anni mille modi in cui centinaia di persone hanno usato quel tempo liberato. Anzi, mi correggo: in questi 14 anni si trova anche questa trasformazione, dove molto di quel tempo liberato è diventato di lavoro. E sappiamo quante sfumature possa avere questa trasformazione: perché sì, rendere le nostre passioni o le lotte sulle quali ci impegnamo un pezzo del nostro lavoro (uso il “noi” perché mi riconosco in questa descrizione) è bellissimo ma ha, dentro di sé, un rischio cioé quello di dimenticare la distinzione, i contorni – necessari, lo abbiamo detto – tra lavoro e tempo liberato. Un rischio anche più grande nel nostro contesto sociale: basta pensare a quanti racconti sentiamo, ogni giorno, di lavoratori e lavoratrici ricattatǝ da contratti pirata, straordinari non pagati, paghe da fame…Una cosa bella e un rischio: perché solo del tempo liberato possiamo fare ciò che vogliamo. È un ragionamento vecchio ma che ad ogni transizione – verrebbe da dire a ogni rivoluzione industriale – deve essere riproposto e rilanciato: oggi, dentro la quarta rivoluzione industriale quella del tempo liberato è ancora il punto del discorso.

La crisi dell’associazionismo e del volontariato passano da una fine di Novecento e un inizio di Millennio contrassegnati dal sopravvento del neoliberismo, dalla crisi del welfare e, di conseguenza, dalla “grande sostituzione”: il volontariato “ha finito spesso per diventare risorsa subordinata alle istituzioni o loro “sostituto funzionale”, senza esercitare il ruolo di co-protagonista al livello decisionale delle politiche sociali, quale frontiera più avanzata nell’esercizio della sua funzione di advocacy e piena fruizione dei diritti di cittadinanza, per tutti”.

E quindi? Renato Frisanco, su Vita.it lo scrive in modo chiarissimo: “la sfida attuale anche sullo scenario europeo, è quella di passare da una ‘doverosità del gratuito’ di un esercito di militanti ad una ‘gratuità del doveroso’”. E anche gli Eugenio in Via di Gioia lo dicono piuttosto bene.

E con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore

Se siete arrivatǝ fin qui (e spero lo abbiate fatto) c’è ancora una cosa di cui bisogna parlare: il sonno. Dentro tutta questa invasione del tempo da parte del lavoro, l’ultima frontiera raggiunta è proprio questa: nel suo libro, Mazzocco racconta come (all’inizio del XX secolo) si dormiva mediamente per dieci ore a notte, nella seconda metà del Novecento circa otto ore mentre, oggi, uno statunitense dorme mediamente per sei ore e mezzo (e il 12,4% soffre disturbi del sonno, mentre il 30% dellǝ adultǝ ogni anno fa i conti con episodi di insonnia).

“Quando il sonno è scarso o disturbato […] emergono questioni di giustizia sociale”: lo scrive Jonhatan White, in un pezzo tradotto e che ha dato la copertina a Internazionale del 10 giugno 2022, che parla di “giustizia circadiana”, modo molto elegante per dire una cosa molto evidente. Dormire bene, per tempi, luoghi e modi, è meglio.

È un tema, quello del sonno – del riposo, se volete -, che dobbiamo affrontare con una certa radicalità. E lottare contro la nostra complicità verso questo lavoro debilitante: “potrei evitare di aprire le email alle 6 del mattino e invece no, le apro. Ecco la complicità di cui ti dicevo! Leggo e scopro che l’email contiene un’informazione di lavoro. Rimetto il telefono sul comodino e provo a riprendere sonno, ma l’informazione ormai è in viaggio, lavora, lavora e forza la mente a seguire un percorso, la costringe a svegliarsi, a dire di “Sì”, a dire di “No”, a decidere, a considerare le variabili, a porre domande, a individuare soluzioni, a cestinare, a scegliere, fino a quando, prima o poi, non ritorna il sonno e allora, con la luce dell’abat-jour accesa, finalmente mi riaddormento”. 

La voce narrante è quella di una delle persone che Ivan Carozzi ha raccontato nel suo Fine lavoro mai pubblicato nella collana BookBlock di Eris. Tra quella complicità e il bisogno di un tempo liberato: è un’urgenza che riguarda tuttǝ e che, nei contorni del mondo del volontariato, costituisce una questione di sopravvivenza e dignità, di uguaglianza e accessibilità. Un tempo liberato per poter fare, un tempo liberato per non fare nulla: c’è dignità in entrambe queste aspirazioni.

Di Emanuele Pastorino