di Marzio Fait
In Cisgiordania, l’occupazione militare, i controlli serrati, la violenza sistematica contro i civili, repressione delle libertà personali soffocano il futuro del popolo palestinese. Eppure, anche di fronte a un contesto di pulizia etnica e appropriazione culturale, l’arte può diventare uno strumento per resistere e riaffermare con forza la propria esistenza.
La mostra di incisioni e stampa There is a Voice / Fi Swat, ospitata dallo Studio d’Arte Andromeda dal 15 al 28 febbraio, ha portato a Trento il lavoro del collettivo artistico MARSAM 301, di Betlemme, che anima uno spazio aperto a chiunque voglia fare arte. Nonostante tutto.
A questo proposito, abbiamo intervistato J., membro del collettivo MARSAM 301, giunto a Trento, grazie all’impegno di Forumpace, Pace per Gerusalemme, Studio d’Arte Andromeda ed Emporio Edera, per partecipare all’inaugurazione della mostra e condividere la propria testimonianza con la cittadinanza.

Opera di MARSAM 301.
J., com’è la situazione in Cisgiordania?
La vita in Cisgiordania è sempre stata difficile. Ora, con la situazione che stiamo attraversando, lo è ancora di più. Quel poco che avevamo ci viene tolto. I trasporti non funzionano, molte persone hanno perso il lavoro, l’economia è paralizzata, spostarsi è quasi impossibile. Anche la possibilità di godersi la vita viene meno.
Le persone non sanno cosa riserva loro il futuro e questo genera paura e ansia. E così, la vita sembra perdere di significato. Ma noi, come collettivo, rifiutiamo di accettarlo. Vogliamo vivere la vita che sentiamo di meritare. E vogliamo che anche gli altri possano farlo.
Il materiale comunicativo preparato per presentare la vostra mostra sottolinea come l’arte possa essere un mezzo per esprimere i bisogni delle persone. Puoi approfondire questo aspetto?
L’arte è un mezzo per trasformare pensieri ed emozioni in qualcosa di tangibile. Ed è un processo estremamente salutare, in qualsiasi contesto. Che si tratti di arte, danza, scrittura o di qualsiasi altra forma di espressione.
Psicologicamente, è essenziale trasformare pensieri, desideri ed emozioni in qualcosa di concreto. Fare arte è un percorso che aiuta a comprendere sé stessi e a esprimere ciò che si prova in un modo che gli altri possano percepire e comprendere.
Nel concreto, per quanto possibile, proviamo a favorire questo processo, dando vita a uno spazio sicuro, accogliente, aperto alla condivisione e all’apprendimento.

Stampa di MARSAM 301, mostra “There is a Voice/Fi Swat” (foto di Marzio Fait).
A questo proposito, pensi che l’arte debba sempre veicolare un messaggio?
Non è necessario che l’arte trasmetta un messaggio preciso, ma come dicevamo poco fa, è un modo di esprimersi, e ogni forma di espressione è comunicazione, è un discorso. Anche un artista che crea un’opera destinata a restare privata sta comunque comunicando con sé stesso.
Per questo, credo sia importante dare forma concreta ai propri pensieri ed emozioni, senza trattenerli. E, in ogni caso, una volta che un’opera viene vista, il pubblico le attribuirà comunque un significato, indipendentemente dall’intenzione dell’artista.
Nel contesto palestinese, l’arte è inevitabilmente politica: dipingere un paesaggio naturale significa documentare una montagna che domani potrebbe esserci sottratta. Anche la forma dell’arte lo è: materiali, dimensioni, temi, tutto conta. Così come i simboli, che diventano strumenti per raccontare la propria storia senza essere troppo diretti.
Pensa che ai palestinesi è stato perfino vietato persino di usare la propria bandiera. Così, gli artisti hanno adottato il simbolo dell’anguria: con i suoi colori – rosso, verde, bianco e nero – è diventata un segno di resistenza.
Proprio per questa capacità di trasmettere messaggi e identità, gli artisti sono sempre stati vittime di repressione. Venivano e vengono ancora arrestati. Un tempo, per eludere i controlli, realizzavano dipinti di piccole dimensioni, facili da nascondere in una borsa, per non essere sequestrati ai checkpoint. Oppure utilizzavano la stampa, che permetteva di produrre e diffondere più copie senza rischiare di perdere tutto.
L’arte è sempre stata uno strumento di resistenza in Palestina. Per questo, faccio fatica ad immaginare un’arte completamente priva di significato. Se l’arte non ha significato, allora difficilmente ha valore.

Tra le opere esposte, oltre a quelle realizzate da MARSAM 301, anche una selezione di lavori di importanti artisti italiani e stranieri —Altan, Crepax, Igort, Magnus, Manara, Pazienza, Benni, Vincino. Opera di Elfo (foto di Marzio Fait).
Come vedi la situazione attuale? Pensi che sia possibile trovare una soluzione pacifica? Esiste una soluzione che tenga conto dei bisogni e dei desideri dei palestinesi?
Dipende da cosa intendiamo per pace. Noi non possiamo accettare una pace imposta da chi ci occupa. Deve essere una Pace giusta, che tiene conto dei nostri diritti. Certo, non è facile, dipende anche da voi. Perché la nostra lotta è anche la vostra. Noi siamo il luogo in cui la guerra accade direttamente, ma questa è anche la vostra guerra.
Finché il complesso industriale-militare continuerà a funzionare, produrrà sempre nuove armi. Continuerà a sottrarre denaro alle persone attraverso le tasse. Continuerà a testare le armi su di noi, prima di usarle, forse, anche contro di voi. Ma non solo. Finché esisterà il colonialismo, esisteranno le guerre. C’è un genocidio in Palestina, uno in Sudan, uno in Congo. Ci sono conflitti armati ovunque.
Sbagliamo se consideriamo la Palestina, il Sudan, il Congo, l’Ucraina come casi isolati. Sono tutti collegati. Anche la repressione degli studenti che protestano nelle università europee e americane è parte dello stesso conflitto. Solo che sono guerre diverse. Se lavoriamo insieme, se riconosciamo che stiamo lottando contro lo stesso sistema, allora possiamo ottenere un cambiamento.
Noi palestinesi non chiediamo la luna. Vogliamo solo poterci muovere liberamente, senza la paura di essere uccisi. Io, per esempio, vorrei andare in Libano. Vorrei andare in Siria. Ma non posso. E anche se potessi, quei luoghi non sono più gli stessi. Sono stati privati della loro cultura, della loro vita di un tempo.
Esiste una soluzione. Ma è complessa. E noi, da soli, non possiamo farcela. Il massimo che possiamo fare, oggi, è cercare di sopravvivere.


