Muin Masri è uno scrittore nato a Nablus in Palestina nel 1962. Dal 1985 vive e lavora in Italia dove si è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Torino. Lo scorso ottobre presso la sala della Fondazione Caritro è stato ospite del Forum trentino per la Pace e i Diritti Umani, l’Associazione Oratorio S. Antonio e Docenti Senza Frontiere per presentare il suo ultimo libro “Vendesi Croce” pubblicato da Edizione Nautilus Torino nella collana Memorie. Il libro è una raccolta di racconti concatenati che nell’insieme costituiscono un’originale biografia che accompagna il lettore in un itinerario nel cuore e nella vita di Muin, tra Italia e Cisgiordania svelando i drammi e le difficoltà di una Terra dalla quale è scomparsa la verità, la libertà e l’infanzia. Eppure questo “testimone” stanco di scrivere finali tristi, in questo libro prova a raccontare ed esorcizzare la sua Terra e il buio che l’accompagna con una umanità densa, ricca di poesia e a tratti con l’ironia delicata di chi vorrebbe almeno provare a vendere la croce portata dalla sua gente: “tutto compreso, chiodi in mano, corona di spine, vista Terra Santa e due posti ambulanza…”. Gli abbiamo chiesto di raccontarsi e raccontare il suo messaggio di pace, quello che senza ignorare il dolore e la sofferenza, ha personalmente scelto: “Tra uccidere e morire c’è una terza via, vivere”.
Di Alessandro Graziadei
Buongiorno Muin e grazie per aver accettato di condividere con noi il tuo tempo e un pezzo della tua storia. Ci racconti brevemente chi sei?
MM: Chi sono?!? Questa è la domanda più semplice a cui è impossibile trovare una risposta. Quando ti rubano la casa, gli ulivi, i campi di grano, il mare, il cielo con la luna e le stelle, il sogno, l’infanzia e tutto quello che fa di un uomo una persona libera, tu non sei altro che un orfano di ricordi. Vivi la vita come gli ubriachi, non ti ricordi dove è la strada di casa e dove appoggiarti un attimo senza cadere per terra, e con il tempo, il passato, così come il futuro diventano una terra straniera e il presente è una lotta permanente di sopravvivenza. Sono nato palestinese quindi cresciuto ai margini della storia. Ogni volta che chiedo ad alta voce il mio diritto al ritorno mi regalano una nuova carta d’identità, un nuovo lasciapassare e una nuova cittadinanza. I palestinesi, da duemila anni a questa parte, hanno la vita media ferma a 33 anni, ed io che sono vissuto abbastanza rispetto alla media, ho un lasciapassare, tre carte d’identità e tre passaporti: Palestinese, Giordano e Italiano. Ogni tanto vorrei gridare al mondo la mia rabbia, ma ho paura che mi diano un altro passaporto e una nuova carta d’identità. Allora taccio pensando alle parole di Mahmood Darwish: “Chi sono? È un problema degli altri”.
Dove e come è scomparsa la tua infanzia?
MM: La mia infanzia è scomparsa a Nablus il 9 giugno 1967. È stata rubata per sempre quella mattina davanti ad un carro armato e a un giovanissimo soldato biondo che mi offrì un pezzo di cioccolato in cambio di un’informazione; io pensavo che quel poveraccio si fosse perso e fosse in cerca di riparo, invece, mi stava fregando la cosa più preziosa per un essere umano, l’infanzia; il tutto nell’indifferenza generale del resto del mondo. Qualcuno disse che «in guerra la verità è la prima a morire»; per me no, non è così “in guerra l’infanzia è la prima vittima” e io, purtroppo, lo posso dire per esperienza diretta. Se la verità muore, con il tempo risorge sotto forma di giustizia perché ci sarà sempre qualcuno che vuole vederci chiaro. L’infanzia, invece, quando muore, muore sempre… c’è una possibilità remota di recuperarne una minima parte, sempre meglio di niente: rinascere. La rinascita io la definisco anche “trapianto d’infanzia”; io ho avuto la fortuna non solo di rinascere qui Italia, ma, grazie ai miei figli, ho capito cosa vuol dire essere bambini e crescere sani, sereni, senza quella violenza che trasforma tutto in odio.
Di questa infanzia negata dalla guerra rimangono nel tuo libro anche ricordi bellissimi “nel sorriso di tuo padre” e “nell’innocenza infantile di tua madre”, in quel tuo “lessico famigliare” dove è rimasto qualche piccolo spazio di infanzia…
MM: Noi tutti, e non importa se siamo nati in tempo di pace o in mezzo alla guerra, siamo fatti di sogni e di ricordi; questi sono il nostro rifugio soprattutto nel momento del bisogno in cui abbiamo la necessità di trovare quel filo che lega la vita alla speranza, il sogno alla vita; in quei momenti non ci resta che tornare indietro nel tempo fino al primo ricordo felice, al primo dente caduto, alla prima cotta, al primo bacio, alla prima sigaretta, alla prima bugia… ma abbiamo anche la prima poesia, la prima carezza, il primo respiro, il primo abbraccio, il primo sorso di latte, la prima ninna nanna …. La nostra prima poesia è la mamma e la mia prima poesia sapeva di pane, di amore e di lacrime, proprio come la Palestina: dolce e amara.
Potrei farti tantissime domande e ancora sarebbe difficilissimo riuscire a cogliere tutta la difficoltà di crescere e di provare a sopravvivere a Nablus, soffocato dall’occupazione militare e dalla minaccia dei coloni, ladri di terra e di acqua, ancor prima che di vite. Ti chiedo di scegliere una delle tante esperienze che racconti nel tuo libro per provare a restituirci qualcosa che mi rendo conto è spesso incomunicabile.
MM: Sono legato emotivamente a tutti i racconti di “Vendesi croce”, ma se proprio dovessi indicarne uno cui tengo molto e che rispecchia alla perfezione la nostra tragedia così evidente ma di non semplice comprensione è “La sposa nabulsi”. Non è solo la storia di Samira che con il suo abito bianco aspetta invano da trent’anni di convolare a nozze con il suo promesso sposo Munib ucciso in un giorno di tregua, è la rappresentazione della vita di tutte le donne palestinesi che sono, da una parte, le vittime per eccellenza di questo conflitto come di ogni altra guerra al mondo in quanto sono figlie, e quindi, spesso, orfane, spesso vedove e che hanno, frequentemente, perso un figlio, dall’altra sono loro i veri pilastri della società palestinese perché sovente, per un motivo o per l’altro, gli uomini della famiglia non ci sono perché sono andati altrove in cerca di lavoro o sono finiti nelle prigioni israeliane o sono morti o sono vivi, ma poco più che automi a causa delle torture o delle ferite inferte dall’occupante militare.
Se ti è capitato di vedere il film documentario del 2024 “No Other Land” ambientato a Masafer Yatta in Cisgiordania e diretto, prodotto e montato da un collettivo israelo-palestinese, ci racconti cose è cambiato (se è cabiato qualcosa) rispetto a quando hai lasciato tu Nablus e la Cisgiordania?
MM: Ho visto il film e sembra che tutto sia lo stesso anche se è cambiato. Mi spiego meglio: negli anni Ottanta gli insediamenti israeliani erano in una fase di crescita ma erano meno capillari, i confini tra le comunità erano meno definiti fisicamente da barriere pesanti. Il film mostra una nuova dinamica di violenza: coloni armati che agiscono spesso sotto la protezione dei soldati, la distinzione tra azione militare ufficiale e incursioni civili si è fatta quasi invisibile. Inoltre, anche la tecnologia del controllo é radicalmente cambiata: l’occupazione negli anni ottanta era gestita con metodi analogici, checkpoint e una sorveglianza tecnologicamente meno pervasiva per quanto già intensa. Oggigiorno, come il documentario evidenzia, c’è l’uso di droni, di telecamere ad alta definizione e sistemi costanti di monitoraggio. Tuttavia, anche la resistenza è diventata tecnologica: gli attivisti usano i cellulari per trasmettere le demolizioni in diretta mondiale, trasformando il video in uno strumento di denuncia, di difesa legale e di politica. E come ultimo, il film mostra il cambiamento intimo del legame generazionale: il padre di Basel manifestava negli anni ’80 e ’90 con la speranza di un cambiamento politico, Basel oggi documenta la distruzione fisica del proprio villaggio con un senso di urgenza e di rassegnazione più profondo, sentendo che non c’è “nessun’altra terra” dove andare.
Qual è stato il momento nel quale hai capito che avresti dovuto vivere “Lontano da là” e come poi sognando l'”America” sei arrivato in Italia?
MM: A 14 anni. Un giorno, uscendo da scuola in compagnia del mio grande amico e vicino di casa Salem, ad un certo punto, una persona si avvicinò e, con un gesto rapido, consegnò qualcosa a Salem che questo ultimo mise di fretta e furia in cartella. Per tutto il tragitto aspettavo che Salem mi dicesse qualcosa in proposito, ma niente, silenzio assoluto nonostante lui sapesse quanto io fossi curioso. Arrivati in prossimità delle nostre case ci salutammo come il solito, dicendoci “Ci vediamo dopo per la partita di calcio”. Cinque, dieci minuti dopo il mio rientro a casa, si sentì un boato tremendo provenire da fuori. In un attimo il quartiere si riempì di vigili di fuoco, di ambulanze e di gente curiosa. Salem era saltato in aria maneggiando la bomba a mano che avrebbe dovuto consegnare a qualcuno la sera stessa, ma la sua curiosità gli fu fatale. Salem, così come molti ragazzi dalla sua età, all’insaputa di tutti, faceva la staffetta e, credetemi, era un ragazzo in gamba, era il primo nella nostra classe.… in quel preciso momento, guardando quello che restava di Salem e sua madre che si strappava le vesti piangendo tutto il suo dolore, il pensiero che anche mia mamma avrebbe potuto denudarsi in pubblico disperata, mi fece vergognare da morire così decisi che sarei andato via da quell’inferno; come, dove e quando non lo sapevo ancora o forse non mi interessava nemmeno. I palestinesi non hanno il lusso di poter scegliere dove immigrare, Italia o America poco importa, l’importante è fuggire. Sentivo che una parte di me era morta con Salem e una parte cercava una via di fuga. Una settimana dopo, tutti i ragazzi del quartiere erano al cimitero a fare volare i loro aquiloni in onore del nostro amico.
“In tempo di guerra: che fatica avere gli occhi” – scrivi – “Potevo ammazzare morire o andar via”. Tu hai scelto di farti testimone. Hai scelto di raccontare e di guardare anche oltre il tuo dolore. Come è maturata questa scelta e quanto è faticoso non odiare chi ti vuole morto?
MM: Una sera, guardando una stella cadente, al posto di esprimere un desiderio mi è venuto in mente un piccolo pensiero. Ho riflettuto sul fatto che quella stella abbia impiegato miliardi di anni prima di disintegrarsi e io sono stato così fortunato ad essere l’ultimo, o uno degli ultimi, ad averla vista. È stato bellissimo. Forse noi non siamo altro che stelle cadenti ed è un peccato morire senza lasciare tracce, senza che nessuno ci veda nel nostro ultimo atto celeste per poter esprimere un desiderio. Io, quando guardo o vedo l’altro, non importa se sia amico o avversario, io vedo solamente una stella, alcuni mi trasmettono profonda emozione e altri non mi trasmettono nulla di bello perché sono già caduti in basso, molto in basso, si sono già disintegrati ma loro non sanno neppure.
Vivi da anni la giornata della memoria diviso tra imbarazzo e vergogna, leggendoti ho capito il perché. Hai voglia di spiegarlo ai nostri lettori?
MM: Sì, il 27 gennaio per me è la Giornata della Memoria Tradita o la Giornata dello Specchio Rotto e ogni anno quella data è per me di grande imbarazzo, al limite della vergogna. Da una parte vorrei ricordare i morti ammazzati nei campi di concentramento, il dolore disumano e lo spaesamento dei sopravvissuti, ma, se penso a quello che sta succedendo in Palestina, mi blocco di colpo e non riesco ad andare oltre un pianto muto. Se, invece, penso ai morti e ai vivi sepolti sotto i bombardamenti e il dolore disumano dei sopravvissuti a Gaza, ricordo con orrore quello che è successo nei kibbutz il 7 ottobre, mi blocco e non riesco ad andare oltre un pensiero muto. Confesso, sono anni che vivo la Giornata della Memoria diviso tra imbarazzo e vergogna, ultimamente con un ulteriore peso sul cuore e sulla coscienza. Non so se sia comprensibile, ma è difficile scegliere tra celebrare il proprio dolore, ricordare i propri morti e i sopravvissuti oppure la Shoah di chi ti sta procurando una sofferenza immane. È come guardarsi allo specchio e vedere nel riflesso le rughe della memoria di un altro. Tutto questo non ha senso.
Spesso noi occidentali, almeno una parte di noi, proviamo molta empatia per la vostra resistenza, ma siamo impotenti verso la vostra disperazione. Ci innamoriamo giustamente di nobili iniziative come la “Global Sumud Flottilia”, ma ci accorgiamo di essere politicamente incapaci di trovare soluzioni. Forse questa “Croce” in vendita non abbiamo mai voluto veramente comprarla?
MM: Noi palestinesi viviamo come vivono i condannati a morte, e ogni volta che manifestiamo l’amore per la nostra terra, famiglia e per la vita c’è sempre qualcuno che ci costringe, o con l’inganno o con la forza bruta, di risalire sulla croce, così da anni e sinceramente non ci aspettiamo niente dagli altri ma non possiamo non dire grazie e grazie ancora. Non so come sarà domani e non mi interessa il dopodomani, ma oggi e in questo istante sono felice perché se, forse, ancora tutto non è andato perduto è stato possibile grazie a voi, a voi che avete marciato per Gaza, a voi che siete scesi nelle piazze, a voi che avete issato la bandiera palestinese nei posti più assurdi, a voi che avete gridato “Free Palestine”, a voi che tutti i sabati avete fatto il presidio, a voi camalli che avete bloccato a mani nude il traffico illecito di morte, a voi di tutte le religioni e le età che avete dato una lezione d’umanità e di alta politica a chi deve governare e invece spaccia odio e armi, a voi che avete applaudito nonostante foste bloccati nel traffico, a voi che avete scioperato per la prima volta, a voi che avete disegnato un grande cuore sull’asfalto, a voi della Flottila, a voi che avete salutato il Giro d’Italia sventolando i miei colori, a voi che non avete dimenticato i nomi dei bambini, dei sanitari e dei giornalisti morti sotto i bombardamenti a Gaza…. A voi un grande grazie e un forte abbraccio.
“In Palestina sono nato, in Italia sono vivo” scrivi. Come ti ha accolto e qual è il tuo rapporto con “La mia Italia”, la NablusIvrea?
MM: Lo straniero, soprattutto l’immigrato per disperazione, assomiglia ad un neonato: arriva nel nuovo mondo e non sa parlare, non ha un soldo in tasca, non sa camminare senza urtare la sensibilità della gente, non sa amare, non sa esprimersi a dovere e spesso piange senza un motivo apparente. Gli esperti hanno stabilito che i primi 6 anni di vita di un bambino segnano il resto della sua vita, se sono trascorsi serenamente, il bimbo sarà felice per sempre, altrimenti da grande avrà dei complessi più o meno importanti; e così è anche per lo straniero, i primi anni di accoglienza segnano il resto della sua permanenza. Immaginate un ragazzo solo, completamente solo, lontano dal suo mondo, impaurito, confuso, spaesato, nostalgico, con pochi spiccioli in tasca e tanti dubbi per la testa. Ogni mattina si svegliava con questo pensiero: “Cosa ci faccio io qui?”. Immaginate sempre lo stesso ragazzo, quando arriva la sera, si sente un po’ meno solo, un po’ meno spaesato, un po’ meno nostalgico, ma non perché sia tornato a casa, no, ma per il semplice fatto di avere trovato per strada qualcuno che gli ha sorriso, che gli ha parlato del più o del meno, lo ha accarezzato, gli ha dato fiducia. Ogni sera andava dormire con questo pensiero: “Tutto sommato si sta bene qui!”. E così per i primi due-tre anni, ogni giorno che passava trovavo un motivo in più per sentirmi di nuovo a casa. Ogni notte che passava mi svegliavo più felice di prima finché un giorno mi sono alzato e non sapevo più quale fosse la mia casa, qui, lì o entrambi. L’unica cosa certa, è che mi sento veramente fortunato di essere nato in Palestina, dove ho imparato che il nulla può bastare e avanzare e di essere cresciuto in Italia dove ho imparato che la vita è un dono meraviglioso. E questo grazie ai ragazzi di Nablus e agli amici italiani che ho conosciuto strada facendo e che mi hanno accolto come uno di loro, un fratello.
“Meglio muto che palestinese triste” scrivi. Esiste per te e per altri palestinesi della diaspora il peso di essere riusciti a vivere il “sogno”?
MM: Nella vita o si è felici o si è liberi, ma solo a carnevale si può essere entrambi. Niente come il Carnevale di Ivrea mi mette in crisi di identità, é così da 40 anni a questa parte; vorrei festeggiare la gioia del momento, le tre giornate di pura libertà, ma poi, tra la battaglia delle arance, la sfilata dei pifferi e dei carri, la mente mi porta a casa mia, in Palestina, e mi sento come un ladro che ha appena svaligiato una banca e deve stare attento a come spendere la fortuna che ha tra le mani senza essere acchiappato dalla legge morale. Deve fare tutto di nascosto. Vorrei festeggiare la libertà del momento, le tre giornate di pura leggerezza, ma mi sento come uno sposo che si prepara per il viaggio di nozze e intanto pensa alla bellissima amante malata che da un momento all’altro andrà sotto i ferri per essere operata di nuovo, e, come sempre, sarà un’operazione “speciale”. Sicuro. Nella vita o si è felici o si è liberi. Tutti ti dicono che lo spettacolo deve andare avanti e tu sei lì in mezzo alla piazza a gridare “Viva la Mugnaia, viva la Palestina libera”.
Per usare ancora una volta le tue parole scritte: “Ci sarà un tempo”, “Prima o poi” per raccontare “La buona novella”?
MM: Io dico sempre, e ne sono fermamente convinto, che la cattiveria, la guerra vincono sempre ma l’amore non muore mai. Bisogna guardare ciò che bello, ciò che emoziona veramente, che dà un senso a questa vita che apparentemente non ne ha. L’unico modo per tornare bambini e morire innocenti.
Non è un caso quindi se, traducendo i nomi arabi dei tuoi figli, ne ricavi “Buon giorno, Vita”?
MM: Prima di incontrare i miei figli mi domandavo spesso: “Cosa ci faccio qui?”. Poi, quella mattina di tanti anni fa, guardandoli tutti insieme seduti felici a fare colazione e pronunciando i loro nomi, lì ho capito veramente perché sono finito in Italia: avevo appuntamento con loro! Questa consapevolezza fa in modo che ogni giorno io possa ringraziare la vita per essere stata generosa con me.
Grazie veramente di cuore Muin, la tua opera di “testimone”, la tua scelta di raccontare e raccontarti è qualcosa che va ben oltre il tuo vissuto personale è un messaggio universale che non può non interrogarci sul perché nessuno ha ancora comprato la tua e la vostra croce, perché giustizia, pace e luce per i Palestinesi sono ancora solo una speranza.
MM: Grazie a tutti, soprattutto ai vostri lettori, e buona vita!


