Povertà, fame, salute, igiene, diritto ad una casa e ad un lavoro dignitoso, riduzione delle disuguaglianze. Chi lavora in strada ed incontra quotidianamente la fragilità opera trasversalmente in ambiti che sono diventati pilastri dell’Agenda 2030. In Trentino i Volontarinstrada si propongono di comprendere ed aiutare coloro che vivono la marginalità sulla strada, facendo i conti quotidianamente con la drammatica “inattualità” dell’Agenda 2030. Li abbiamo incontrati e ci siamo fatti raccontare un po’ della storia di questa onlus formata da volontari, nata nel 2011, dopo il rinnovamento dell’Associazione Volontari di Strada che operava dal 1999.
Di Alessandro Graziadei
Grazie della vostra disponibilità. Come nasce la vostra esperienza e perché?
VS: La nostra esperienza nasce dal desiderio di avvicinarci alla realtà della vita di strada con rispetto, ascolto e presenza. Crediamo che per comprendere davvero la marginalità sociale serva l’incontro diretto, il contatto umano. Ogni uscita è un’occasione per conoscere meglio chi vive in situazioni di forte fragilità e per sviluppare una sensibilità che nasce dall’esperienza concreta. Cerchiamo, attraverso la nostra attività, di stimolare un’assunzione di responsabilità collettiva: la povertà non è una questione individuale, ma un fatto sociale che riguarda tutta la comunità.
Qual è il vostro approccio al fenomeno dei senza dimora e quali le esigenze più pressanti e diffuse?
VS: Siamo consapevoli di non poter salvare il mondo, e nemmeno queste persone, che hanno bisogni che vanno molto al di là delle nostre risorse; il nostro obiettivo è far sentire una presenza non giudicante che può affiancarsi a loro ed essere un piccolo punto di riferimento, piccolo per quanto riguarda le possibilità di aiuto materiale, ma costante per l’attenzione che comunque cerchiamo di avere per la persona.
Portiamo del cibo e delle coperte ma soprattutto uno “stare”, specialmente quando facevamo le uscite stanziali in piazza Dante. Le persone sapevano che il giovedì sera eravamo lì e ci aspettavano, o passavano per un bicchiere di tè, un panino e due chiacchiere.
Non solo prima assistenza quindi, ma anche parole di conforto e un approccio nongiudicante. Questo metodo vi permette di costruire relazioni, e non solo di fornire assistenza…
Anche il far conoscere meglio il fenomeno dei senza dimora alla comunità trentina è uno dei vostri obiettivi. Attraverso quali esperienze?
VS: Far conoscere meglio il fenomeno delle persone senza dimora alla comunità trentina è sicuramente uno dei nostri obiettivi. Lo facciamo, prima di tutto, attraverso il passaparola tra di noi e con chi incontriamo. Abbiamo anche realizzato dei poster che abbiamo appeso nei vari luoghi della città: raccontano chi siamo, cosa facciamo e qual è il nostro approccio, cercando di stimolare curiosità e attenzione. Quando ci vengono chieste interviste, le viviamo come occasioni preziose per farci conoscere meglio e per dare voce a una realtà spesso invisibile. In futuro ci piacerebbe organizzare anche incontri pubblici di sensibilizzazione, per coinvolgere la cittadinanza in modo più diretto e profondo.
Come è cambiata la situazione dei senza dimora dal 2011 ad oggi in Trentino? E in Italia ed Europa?
VS: Dal 2011 a oggi, ci sembra che la situazione delle persone senza dimora a Trento sia cambiata in modo significativo. Piazza Dante un tempo rappresentava il punto principale di concentrazione, ma oggi le persone si distribuiscono in diverse aree della città. Proprio per questo, l’uscita non può più essere limitata a un solo luogo, è diventato necessario un approccio itinerante, capace di cogliere questa nuova realtà frammentata e raggiungere le persone là dove si trovano.
Come è cambiata secondo voi la sensibilità della popolazione e della politica locale nei confronti della povertà urbana estrema? Quali sono le risposte istituzionali al problema?
VS: Sembra esserci una tendenza a banalizzare un fenomeno complesso, riducendolo a una questione di scelte individuali o problematiche personali. È un meccanismo di difesa pensare che “se la siano cercata” o che siano radicalmente diversi da noi. Serve a proteggerci dalla paura che una condizione simile possa toccare anche noi. Questa separazione non è solo psicologica, ma anche fisica: in molti luoghi, si è scelto di rimuovere panchine, recintare spazi pubblici, allontanare le persone. Ma spostare il problema non significa risolverlo: al contrario, contribuisce a renderlo ancora più invisibile, e quindi più difficile da affrontare.
La fama di pericolosità e degrado che circonda e spesso annulla una comprensione più approfondita del problema di chi vive in strada ha secondo voi dei maggiori “responsabili”?.
VS: Sicuramente i media, spesso concentrati su episodi negativi, contribuiscono a rafforzare stereotipi e paure, alimentando la percezione che la povertà sia un problema da nascondere, più che da comprendere. Ma questa narrazione semplificata oscura le cause reali e disumanizza chi vive in strada. Anche certi discorsi politici, incentrati sul “decoro” più che sulla dignità, rafforzano questa visione. Ma parlare di degrado senza guardare alle cause profonde significa allontanandosi da una reale comprensione del problema.
Grazie per il vostro tempo e per il vostro impegno non solo assistenziale e per averci fatto conoscere un po’ meglio un mondo difficile, ma pieno di risorse come la strada.




