di Marzio Fait
“È importante che ci sia una Giornata Mondiale del Cioccolato per ricordare a tutti che uno sviluppo sostenibile del commercio e del lavoro è possibile, sia dal punto di vista umano che ambientale. Non è necessario rinunciare alla cioccolata per cambiare le cose, ma riconoscerla come un prodotto di lusso, una ricompensa che possiamo concederci ogni tanto. È necessaria, invece, una redistribuzione più equa della ricchezza lungo tutta la filiera produttiva del cacao, perché l’aumento dei prezzi che vediamo ultimamente non migliora le condizioni dei lavoratori e delle comunità rurali, ma arricchisce solo intermediari e multinazionali.”
In occasione della Giornata Mondiale del Cioccolato, abbiamo intervistato Beatrice De Blasi, responsabile dell’area Educazione e Comunicazione di Mandacarù, per parlare di commercio equo-solidale, consumo consapevole e, ovviamente, cioccolato.
Beatrice, cominciamo con un po’ di contesto. Che cosa significa fare commercio equo-solidale?
Il commercio equo-solidale è un approccio alternativo al commercio tradizionale, che pone al centro le persone, le comunità e il pianeta. L’obiettivo è quello di creare valore distribuendolo equamente lungo tutta la filiera, garantendo ai coltivatori condizioni di lavoro dignitose e sicure. Per esempio, Altromercato, il nostro consorzio, quando acquista le materie prime alimentari o l’artigianato, anticipa il 50% del costo dell’intero ordine, una pratica detta prefinanziamento, che permette ai produttori in Asia, Africa o America Latina, di affrontare le esigenze di produzione senza ricorrere a prestiti con tassi d’interesse che altrimenti sarebbero troppo elevati.
Inoltre, il commercio equo presta grande attenzione alla sostenibilità ambientale: incentiviamo il ricorso a metodi di coltivazione organica, promuovendo le coltivazioni in agroforesta, che garantiscono la sicurezza alimentare delle comunità locali.
Hai menzionato Mandacarù. Come è nata la vostra organizzazione e come portate avanti l’approccio del commercio equo-solidale?
Mandacarù è nata nel 1989 grazie a un gruppo di persone che vedevano nel commercio uno strumento per promuovere una forma di giustizia economica e sociale. Il nostro obiettivo è proprio quello di promuovere un’economia solidale attraverso il commercio equo con il Sud del mondo.
Attualmente gestiamo 15 botteghe tra Trentino, Alto Adige e la provincia di Sondrio. Ci occupiamo anche di progetti di cooperazione allo sviluppo, finanza solidale e sensibilizzazione, sia per le scuole che per la cittadinanza. 36 anni fa, inoltre, siamo stati tra i fondatori di Altromercato, un consorzio di commercio equo-solidale che oggi comprende circa 90 organizzazioni.
Cosa ci puoi raccontare invece di Altromercato?
Il consorzio Altromercato è nato a Bolzano nel 1988, su iniziativa di tre studenti universitari, ispirati dall’esperienza delle prime organizzazioni di commercio equo-solidale, che si stavano sviluppando in Austria.
Altromercato gestisce direttamente le relazioni con i produttori, acquista i prodotti, in alcuni casi si occupa anche della trasformazione, e poi li commercializza.
Da qualche anno, sempre nella cornice di Altromercato, abbiamo dato vita a una fondazione, Fondazione Altromercato, che ha l’obiettivo di rafforzare i produttori di commercio equo con progetti di cooperazione allo sviluppo. In Guatemala, per esempio, ci occupiamo di rafforzare la capacità organizzativa, la formazione e la leadership delle donne indigene, favorendone l’accesso al mercato locale e al commercio equo per la loro produzione agricola. In Nicaragua, invece, ci stiamo occupando di dare nuova linfa al sistema agroforestale di oltre 400 piccoli agricoltori, introducendo specie di caffè più resistenti ai cambiamenti climatici e piantando migliaia di nuovi alberi forestali e da frutto, che contribuiranno ad aumentare la biodiversità e la sovranità alimentare di molte famiglie.

Un coltivatore tiene in mano delle cabosse di cacao (Foto di Beatrice De Blasi – Mandacarù)
Dopo questo inquadramento, vorrei parlare delle nostre scelte di consumo, qualcosa su cui, come acquirenti, abbiamo la possibilità di intervenire direttamente. Domenica 7 luglio sarà la Giornata Mondiale del Cioccolato: a che cosa dovremmo fare attenzione quando acquistiamo prodotti a base di cacao?
Sarebbe importantissimo conoscere la provenienza del cioccolato e assicurarsi che la filiera sia trasparente e attenta ai diritti dei lavoratori, ma purtroppo, spesso, non è possibile.
Diciamo che se un prodotto non ha il marchio del commercio equo-solidale, forse sarebbe meglio lasciarlo sullo scaffale: nel 2024, non possiamo essere complici dello sfruttamento di lavoro in condizioni di schiavitù, di sfruttamento del lavoro minorile o di modalità di produzione che aggravano la crisi climatica.
Ma dobbiamo stare anche molto attenti alla salute e leggere bene il contenuto delle etichette. Dovremmo acquistare solo il cioccolato prodotto con ingredienti naturali come burro di cacao e pasta di cacao. Invece, la pressione delle multinazionali sulla politica, esercitata esclusivamente a fini di profitto e non a tutela dei lavoratori e dei consumatori, ha fatto sì che sia legale produrre cioccolato con ingredienti come i grassi vegetali di varia origine, che non derivano dalla pianta del cacao e quindi non ne possiedono i sapori caratteristici. Molte tavolette industriali, quindi, necessitano di aromi artificiali per poter avere il profumo di cacao e di grandi quantità di zucchero per ingannare i nostri sensi.
Ecco, il costo del cioccolato equo-solidale può sembrare più elevato se lo compariamo con il cioccolato convenzionale che però è di qualità più bassa. Nel costo del cioccolato del commercio equo si riflette invece il rispetto dell’ambiente e il rispetto diritti umani: se il cioccolato ci sembra costoso basterà consumarne meno ma in questo modo potremo gustare un cioccolato buono per chi lo produce e buono per chi lo consuma.
A questo proposito, è giusto fare sensibilizzazione sulle persone affinché stiano attente alle proprie abitudini di consumo, ma forse non è corretto pretendere che chi fa fatica ad arrivare a fine mese o chi nella vita non ha avuto i mezzi per acquisire consapevolezza faccia gli stessi acquisti di chi è più istruito o benestante. Tu cosa ne pensi? Credi che il consumo consapevole sia una responsabilità del cittadino o dovrebbe essere lo Stato a favorire questo processo?
Non penso sia giusto addossare tutte le responsabilità al consumatore. D’altronde, se volessimo davvero fare acquisti consapevoli, dovremmo passare il tempo a studiare e ad aggiornarci continuamente.
Dovrebbe essere lo Stato, invece, a garantire il rispetto delle leggi a tutela della salute dei consumatori e dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente
Sarebbe auspicabile una responsabilità condivisa tra Stato e società civile, perché, solo attraverso uno sforzo congiunto possiamo far avanzare i Diritti e sperare di vedere un cambiamento reale e duraturo.
“L’obiettivo del commercio equo-solidale non è quello di conquistare fasce di mercato sempre più ampie, ma di spingere i grandi attori del mercato a cambiare, rispettando i diritti dei lavoratori e l’ambiente, ridistribuendo più equamente i profitti lungo le filiere di produzione per generare prosperità per tutti e non profitti per pochi.”
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In copertina: gruppo giovani responsabili del vivaio cacao di Maquita, organizzazione di produttori di commercio equo, Ecuador. Foto di Beatrice De Blasi – Mandacarù Onlus Scs


