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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Domani parto

È mercoledì. Domani mattina presto partirò per le vacanze perciò sto recuperando un po’ delle ultime energie per scrivere questo pezzo. Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, ragionavamo attorno alla parola “vacanze”, al turismo e al modo in cui lo interpretiamo.

Quest’anno, preparando la programmazione di Abitare la Terra, avevamo immaginato di raccontare un po’ di cose attorno alla parola “sabbia”. Oggi, a distanza di qualche mese, non ricordo esattamente perché però la sensazione – a scriverne – è che il senso fosse un po’ legato a due immagini.

La prima è quella che magari molti di voi hanno davanti in questo momento – beata immaginazione quella che vede chi sta leggendo queste parole davanti al mare – e che per tantǝ di noi rappresenta un orizzonte di relax, stacco, riposo.

La seconda – e perdonate la pesantezza – è quella del senso di disagio che la sabbia può generare. In casi più estremi, l’immagine della distruzione, di quella sabbia che, gettata negli ingranaggi (fisici o metaforici) fa saltare il meccanismo e rende inutilizzabile lo strumento, la macchina, la struttura chiara che unǝ si è immaginatǝ.

L’insieme delle due immagini, insomma, restituisce un’estate dove ragionare su questioni più generali è reso incredibilmente difficile dalla fatica accumulata, il senso di esaurimento – di mesi di lavoro ma anche di vitalità e forze – che personalmente sento molto forte ma che, nelle chiacchiere non statistiche con moltissimǝ attorno a me, è un tratto piuttosto comune. 

Reagire? Sottrarsi?

Qualche anno fa – era il 2018 – in un pezzo su un Internazionale che non trovo più, Christian Raimo scriveva (scusate la citazione lunga: mi aveva colpito anche all’epoca) “la mia generazione da un punto di vista politico credo che sia la peggiore che ha visto la storia repubblicana: la maggior parte – una maggioranza che ha compreso spesso i migliori di noi – hanno fatto altro invece di impegnarsi in politica […] I migliori sono andati all’estero, hanno dato vita a progetti personali, o semplicemente hanno messo su famiglia cercando di dedicare allo spazio privato le loro più radiose energie”. 

Il pezzo continuava, ma già mi risuona fortissimo rispetto alle emozioni di quest’ultimo periodo. A fronte di una complessità soverchiante, questo movimento che Raimo legge come sottrazione (nel senso di “privazione” che, prendendola un po’ un po’ alla larga, ci porta a “privato”) è una soluzione individuale per salvarsi (?), per agire una “somma” a raccogliere tutte le energie che ciascunǝ ha per concentrarle – questo sì – rispetto a altri aspetti della propria esistenza. 

A cinque anni da quel pezzo, su Domani di ieri [martedì 1 agosto, ndr], è apparso un pezzo che si colloca come su un estremo opposto e racconta un punto di caduta rispetto a una delle questioni che elencava Raimo, quella legata alla famiglia: Mattia Insolia, in un contesto che – lo sappiamo benissimo – è drammaticamente cambiato rispetto a cinque anni fa, scrive un pezzo “doloroso, e vero” (il commento di un’amica) che inquadra la sua generazione. La nostra generazione: Insolia è uno scrittore catanese, classe 1995. 

Scrive partendo dal nubifragio di Milano, dall’inferno di Catania, dai 432 eventi estremi che, nei 17 mesi da inizio 2022 a maggio 2023 si sono registrati in Italia (+135% rispetto allo stesso periodo precedente). 

Scrive partendo dall’estinzione che bussa alla nostra porta “qui e ora” – non in un futuro, non in un altrove. 

Scrive partendo da un commento social di una sua amica, una ragazza della sua – della nostra – età: “da oggi, sono in lutto per i figli che non avrò mai”. E qui non si parla – evidentemente – della frase di una persona che legittimamente sceglie di non avere figlǝ: “abbiamo poco meno di trent’anni” – scrive Insolia – “e la percezione vivida che il mondo stia morendo, finendo. Che senso ha, dunque, dare la vita ad altri esseri umani? In cosa l’infileremmo e per quale ragione – per dar loro quale esistenza? Se la situazione è destinata, e lo è, a peggiorare, quale futuro è possibile per i nostri figli? […] sono costretto ad ucciderlo, e soffocarlo, il mio sogno”. E, attenzione, perché quello che Insolia descrive in modo durissimo, secondo un linguaggio che è potabile fin ai boomers più sfrenati (su uno strumento, un giornale, che è potabile e tutto sommato accessibile), è patrimonio comune di generazioni intere.

(allǝ più criticǝ consiglio la biografia – e la discografia – di Addolorata).

Ecco: in cinque anni, due generazioni limitrofe (Raimo è del 1975: in mezzo, il confine labile tra generazione invisibile e millenials) si stanno trovando in posizioni che descriverei (usando, peraltro, un eufemismo) come radicalmente diverse. 

Un progetto – per certi versi – generazionale si è fondato sull’investire le proprie più radiose energie nella costruzione di una salvezza individuale. Un altro progetto si schianta e trasforma, oggi, in ragione di una distruzione che è soverchiate, la stessa che proprio quelle generazioni lì e quelle prima ancora (attenzione: non ogni singola persona accomunata da questa caratteristica generazionale, un gruppo medio, o generalizzato, o particolarmente risonante) , silenziano e derubricano, ignorano e deridono, riducono e minimizzano.

Intanto il mondo si infrange e con lui un pezzo – non più derubricabile – delle nostre esistenze. Ecco: la sabbia, questa minimizzazione, gettata nell’ingranaggio del presente, del futuro, di quelle generazioni future che vengono chiamate a salvare il banco.

Collettivo e impossibile

Come fare, allora, di fronte alle energie che sono ridotte al minimo, lì dove anche le alleanze che ciascunǝ ha edificato per tentare di far fronte al crollo, di prendersi cura reciprocamente, rischiano di non bastare? Brecht avrebbe risposto di non aspettare “nessuna risposta/oltre la tua”. Una poesia, A chi esita, che per un certo periodo della mia vita ho trovato particolarmente bella. Oggi posso dire serenamente che questa fascinazione ha creato in me (ma forse non solo in me) un’illusione e un’idea tossica. Quella risposta che non è altro che la tua non può che finire con lo scontrarsi con tutta una serie di prismi che la trasformano in una risposta individualista e, come tale, inefficace.

“Se ‘stare bene con se stessi’ è un valore” osserva Mattia Madonia “manca ugualmente un tassello per poter rendere la felicità un ‘bene comune’”: nel suo pezzo di The Vision affronta molti aspetti di questo tema. Tra tutti, mi concentro solo su uno: “non riusciamo a concepire la felicità come un’azione quotidiana da direzionare non solo verso noi stessi”. In questa frase mette assieme due poli di questo problema: la felicità non è uno stato ma un’azione (tanta, tantissima scrittura femminista ha ragionato su questo: penso, tra le moltissime letture utili anche per l’estate, a Il capitale amoroso di Jennifer Guerra, a tutto ciò che ha scritto bell hooks oppure a Pleasure Activism di Adrienne Marie Brown di cui, peraltro, è appena uscito il Vol.2).

Non riguarda, insomma, qualcosa che si consolida e permane (la lotta per mantenere uno status quo è irrimediabilmente problematica) quanto piuttosto una costante contrattazione con le forze dell’esistenza, un agire in cui rinascere costantemente – avrebbe detto Hannah Arendt.

Palloncini gialli con delle facce sorridenti stilizzate

E non può essere rivolta, questa azione, solo verso noi stessǝ: a che serve godersi la sabbia e il mare, quelli della prima immagine da cui siamo partitǝ, se sappiamo che saremo sempre meno a potercelo permettere? 

Lo so che sembra un discorso un po’ moralistico e non sto certo dicendo che dobbiamo sentirci in colpa: domani (che sarà ieri, nel momento in cui uscirà la newsletter) partirò anche io e cercherò, anche con una certa facilità (sarò in posti belli, con persone a cui voglio bene), di stare bene. 

La questione della felicità, però, si pone come una questione – una lotta – che non c’entra poi molto con le vacanze. Pensiamo alla nostra vita come fosse un testo scritto: le frasi principali, coordinate, subordinate che stanno nel corpo del testo sono quelle su cui poggia il senso di tutto quanto, quelle su cui concentrarsi per costruire questa felicità. Le parti tra parentesi (le vacanze), per quanto belle siano, non cambiano il senso complessivo. Lo influenzano, lo spostano, lo specificano ma non sono sicuramente in grado di dare al testo un significato radicalmente diverso.

Ecco, allora, che le due immagini – la sabbia e il mare così come quella gettata nei nostri ingranaggi – hanno bisogno di essere prese assieme perché da sole faticheremo moltissimo a gestirle.