Dai primi anni duemila, il Consorzio Associazioni con il Mozambico (CAM), un’organizzazione composta da associazioni trentine e privatɜ cittadinɜ, ha avviato una serie di progetti mirati a migliorare le condizioni di vita delle persone che vivono nella Provincia di Sofala, in Mozambico.

Caia si trova nel centro del Paese. (Fonte: sito web del CAM).
In particolare, i progetti del CAM si concentrano su tre dimensioni fondamentali: lo sviluppo economico, ambientale e umano. Le attività spaziano dalla promozione della salute comunitaria al microcredito; dalla pianificazione urbanistica-territoriale alla gestione dei rifiuti solidi urbani; fino alla promozione dell’uguaglianza di genere e all’educazione prescolare.
A tal proposito, dal 2003, il CAM ha avviato un progetto di educazione prescolare nel distretto di Caia, vicino a Beira, nel centro del Mozambico. Qui ha contribuito alla costruzione di quattro scuole materne, chiamate “Escolinhas”, che attualmente accolgono circa 325 bambini.
Ne parliamo con Giovanna Luisa ed Elisabetta Cavada, insegnanti in pensione e volontarie del CAM presso le “Escolinhas” di Caia.
Giovanna, Elisabetta. Potete raccontarci com’è la situazione a Caia? Com’è nato il progetto delle “Escolinhas”?
Giovanna: Il distretto di Caia è una zona rurale, piuttosto isolata, dove vivono circa 200.000 persone (nell’omonima città, dove opera il CAM, gli abitanti sono circa 36.000 nda). Il centro urbano più vicino è Beira, la seconda città più grande del Mozambico. Per raggiungere Caia ci vogliono circa 12 ore di viaggio in treno, oppure si può optare per un tragitto altrettanto lungo, ma più scomodo, in automobile.
Quando abbiamo iniziato il nostro lavoro a Caia, ci siamo resi conto che la comunità era afflitta da gravi problemi sociali ed economici, in particolare a causa di un’epidemia di AIDS che al tempo aveva colpito tante famiglie. Molti adulti, spesso genitori con figli da accudire, erano scomparsi a causa della malattia, lasciando i nonni, a dover affrontare da soli la gestione familiare. Questo scenario metteva a rischio soprattutto i bambini più piccoli, che rischiavano di essere trascurati o abbandonati.
Presto, abbiamo capito che la creazione di queste “Escolinhas” poteva essere un modo per alleviare il carico delle famiglie, offrendo ai bambini non solo un pasto, ma anche un’educazione adeguata, attraverso l’insegnamento di nozioni fondamentali, come la lingua portoghese e la matematica, e alcune pratiche igieniche da applicare nel quotidiano.
Attualmente, le “Escolinhas” non accolgono più solo gli orfani delle persone colpite dall’AIDS, ma anche i figli di famiglie con genitori lavoratori.
Com’è una giornata tipo in un’“Escolinha”?
Giovanna: Le nostre “Escolinhas” ospitano 325 bambini, distribuiti in 4 scuole materne diffuse su tutto il territorio di Caia. I bambini, divisi in gruppi da 25, vengono accolti su tre turni successivi, ciascuno della durata di tre ore.
Le attività iniziano alle 7 del mattino e terminano verso le 5 del pomeriggio, quando a Caia comincia a fare molto buio.
Durante la prima parte del turno, i bambini partecipano a varie attività guidate dagli insegnanti, che possono includere letture di racconti, canti e attività di avvicinamento alla lingua portoghese. Successivamente, c’è un momento dedicato al gioco libero e poi il lavaggio delle mani: si mettono in fila, uno dietro l’altro, si lavano e consumano la merenda. Poco dopo, al termine del turno, possono tornare a casa.
Che ricaduta credete ci sia stata sul territorio?
Giovanna: A novembre, abbiamo avuto l’opportunità di incontrare i leader delle quattro comunità che ospitano le nostre scuole materne, a Caia.
Durante l’incontro, hanno fatto delle affermazioni con cui ci hanno dimostrato di aver colto gli aspetti positivi di questa iniziativa, sottolineando come i bambini che frequentano le nostre strutture, in media, vadano meglio nei percorsi scolastici successivi. Ma hanno anche enfatizzato il nostro ruolo fondamentale per la salute dei bambini, attraverso la distribuzione di merende e la condivisione di buone pratiche igienico-sanitarie.
Fortunatamente le “Escolinhas” hanno una buona rete di collegamento con il servizio sanitario locale. I bambini che soffrono di malnutrizione o di altre patologie sono presi in carico dai servizi sanitari, insieme ai membri della famiglia, che, con loro, potrebbero condividere gli stessi problemi.

Un bambino di un’escolinha mostra il proprio disegno al resto della classe. (Foto di Giovanna Luisa, novembre 2023)
Abbiamo parlato degli aspetti positivi del progetto. Credete ci sia anche qualcosa su cui lavorare?
Elisabetta: Ci sono vari aspetti, che riguardano un po’tutte le dimensioni del nostro lavoro.
Innanzitutto, crediamo sia fondamentale dare sempre più supporto agli educatori locali, affinché possano comprendere fino in fondo le responsabilità e la portata del loro ruolo e magari, con il tempo, possano aiutarci a offrire una copertura più lunga dei turni.
Sarebbe davvero fantastico, poi, riuscire ad avere una figura stabile, che ogni giorno possa seguire da vicino il lavoro degli educatori, ma ovviamente ci rendiamo conto di quanto sia difficile, specialmente alla luce dei recenti tagli al settore della cooperazione internazionale.
Ci piacerebbe anche continuare a migliorare l’offerta educativa delle “Escolinhas”, adottando metodologie più vicine alle necessità dei bambini, specialmente per quanto riguarda l’insegnamento del portoghese, che è cruciale per l’accesso all’istruzione superiore.
Infine, ci sono due aspetti che riguardano la salute dei bambini. Vogliamo impegnarci per garantire un ambiente sempre più salubre ed offrire pasti il più possibile abbondanti ed equilibrati.
Cosa significa fare volontariato per voi e come vi siete avvicinate alle attività del CAM?
Giovanna: Ho cominciato a fare volontariato fin da piccolina, badando ai bambini dei miei vicini di casa, anche se forse, al tempo, non me ne rendevo conto. Devi sapere che una volta si viveva meno la dimensione chiusa della casa, anzi, si tendeva a condividere con gli altri gran parte del proprio tempo. Lo si faceva quasi per dovere sociale e morale: i miei genitori non hanno mai detto di no a una persona che aveva bisogno di aiuto.
Poi, crescendo, ho cercato di capire quale potesse essere il mio campo di interesse ed è lì, lavorando a scuola, che ho capito l’importanza fondamentale dell’istruzione: uno strumento preziosissimo che garantisce libertà e indipendenza, e che in posti come Caia manca tanto.
Ho iniziato a lavorare con il CAM fin dalla sua fondazione, portando avanti la mia passione per l’insegnamento e il desiderio di aiutare coloro che non avevano accesso a un’istruzione adeguata. Ma soprattutto trovando un’organizzazione che lavora molto bene, che non cala progetti dall’alto senza ascoltare le necessità e i bisogni della popolazione locale.
Elisabetta: Anch’io, come Giovanna, provengo da una famiglia che ha sempre avuto un occhio di riguardo per i bisogni della comunità, e fin da bambina ho partecipato alle attività della Parrocchia e a quelle del Paese.
Una volta andata in pensione, ho cominciato a fare la volontaria per il CAM, collaborando a distanza dal Trentino.
Poi due anni fa, a novembre 2022, ho partecipato a un viaggio in Mozambico, organizzato dal direttivo del CAM, per valutare lo stato dei progetti attivi. Abbiamo visitato Beira, Maputo e Caia. Un viaggio davvero intenso.
Ho visto gli asili, ho cercato di capire come funzionassero, come fossero organizzati, chi fossero tutti quei bambini.
Vedere che a Caia esistevano delle scuole costruite grazie all’operato di un’associazione trentina, ha avuto un significato davvero importante per me. Mi ha reso tanto orgogliosa, ma allo stesso tempo mi ha spinto all’azione, perché si tratta di un contesto che va sostenuto e supportato con tutte le nostre forze.
di Marzio Fait


