La parità di genere non è solo un diritto umano fondamentale, ma la condizione necessaria per un mondo prospero, sostenibile e in pace. Garantire alle donne e alle ragazze parità di accesso all’istruzione, alle cure mediche, a un lavoro dignitoso, così come la rappresentanza nei processi decisionali, politici ed economici, secondo l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile promuoverà economie sostenibili, di cui potranno beneficiare le società e l’umanità intera. Iniziamo così il 2024 “ospiti” della casa di accoglienza Famiglia Materna di Rovereto e dell’omonima Fondazione che dal 1919 accogliere donne, in attesa o con figli, che hanno bisogno d’aiuto contribuendo a declinare uno dei tanti aspetti e bisogni richiamati dall’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030: Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze. Ne parliamo con Rossano Santuari responsabile dell’area accoglienza e residenzialità.
Di Alessandro Graziadei
Grazie a Maria Lenner, terziaria francescana nasce nel lontano 1919 la casa di accoglienza Famiglia Materna. Perché e con quali scopi?
RS: Maria Lenner incontra una ragazza madre disperata perché, respinta da tutti, si vede costretta ad abbandonare il suo bambino. Questo episodio tocca profondamente Maria: in controtendenza rispetto alla mentalità dell’epoca, ritiene che non possa essere quella l’unica alternativa offerta alle giovani trentine che si trovino in quella situazione. Partendo da zero, senza né sede né fondi, Maria Lenner riesce nell’impresa di aprire un luogo che, nelle parole dei fondatori, “non sarà né penitenziario né convento“, ma una Casa “che avrà luce, affetto, sorriso: le mamme coi loro piccoli non vi sentiranno né straniere né ricoverate, ma in famiglia, in un’atmosfera di bontà e speranza”. Da un’ incontro vero tra due persone, da sguardo attento e intelligente ad un bisogno che c’era, ma non era visto, è nata una storia di accoglienza che dura da più di 100 anni.
Quali sono ancora oggi i vostri valori fondanti?
RS: Sicuramente il valore della persona e della vita in tutti i suoi aspetti. A partire da questo ci si scopre attenti a rispondere, per come si può, a tutte le dimensioni che interessano la persona; soprattutto in quelle storie di fragilità e sofferenza che emergono in un certo periodo della storia di un individuo e che richiedono di essere viste, accompagnate per una nuova possibilità di promozione di sé. Per dirla con uno slogan: “desideriamo offrire un luogo di bene, di relazioni positive, per una nuova opportunità per la persona”.
Quali sono le vostre principali aree di intervento?
RS: La Fondazione, a partire dalla storica Casa di accoglienza, è cresciuta via via potendo offrire diversi servizi residenziali a varia grado di protezione e accompagnamento psico-socio-educativo, per lo più sul territorio di Rovereto e della Vallagarina. Oltre alle madri con i loro figli, accogliamo oggi anche percorsi per donne sole e nuclei familiari in situazione di disagio sociale, per un totale di quasi 150 persone all’anno ( alloggi in semiautonomia, cohousing, Foresteria sociale) . Una nota particolare va poi a tutti gli interventi diretti, di promozione sociale e di sensibilizzazione sul territorio, riguardo al contrasto della violenza di genere, che in larga percentuale interessa le donne incontrate e accolte in tutti questi anni.
Oltre a ciò sono nati e cresciuti:
–l’area educativa che offre servizi di conciliazione dei tempi della famiglia e quelli del lavoro con i nostri Centri Freeway per bambini 0-3 anni. Servizi nati dapprima per dare risposta alle madri accolte, è oggi una valida risposta a molte famiglie del territorio.
– l’area lavoro, che offre varie possibilità di percorsi personalizzati di inserimento lavorativo per donne, attraverso interventi o direttamente nelle attività di Famiglia Materna (Progetto “Ortinbosco”, Ristorante bar “Le formichine” e “La Corte” a Rovereto, Casa vacanze “Casa Santel” a Fai della Paganella) o attraverso tirocini in aziende del territorio. Tale ambito si è rivelato decisivo per tutti i percorsi delle persone accolte, poiché permette davvero quell’emancipazione e nuova opportunità per molte donne e madri, mostrando un grande valore per l’autostima e la crescita concreta di una propria autonomia e sostenibilità di vita.
–l’area istruzione: da alcuni anni la Fondazione ha anche acquisito tra i suoi servizi la scuola paritaria G.Veronesi di Rovereto, oggi diventata scuola “La Vela” (elementari e medie), con cui condividiamo un desiderio di cura anche nel valore dell’educazione e nella centralità dello studente.
Tutte aree fondamentali per emancipare le donne e le ragazze. In particolare, per l’elevato numero di femminicidi, il contrasto alla violenza di genere in Italia è diventato un’emergenza sociale e forse, speriamo, anche politica. Voi offrite il vostro sostegno a chi la violenza la subisce ma vi occupate anche della rieducazione degli uomini maltrattanti. Come e con quali esiti?
RS: Molti anni fa, con una felice intuizione, ritenemmo che si dovesse poter offrire qualche intervento per poter cambiare qualcosa, a partire da chi la violenza la esercitava, perché non si reiterasse. Sono nate così diverse azioni e progetti, fino alla strutturazione del servizio “Cambiamenti” che offre percorsi guidati di recupero per uomini autori di violenza (CUAV). E’ un opportunità che certamente andrebbe sviluppata, dati i ritorni apprezzabili che ci arrivano da chi vi prende parte.
Quanto è importante fare rete tra soggetti pubblici e privati in questo, come in altri campi del vostro intervento?
RS: La Fondazione, fin dai primi anni 2000, collabora strettamente con i servizi provinciali delle Politiche sociali, per quanto riguarda gli inserimenti dei nostri percorsi personalizzati (area accoglienza e area lavoro). Certamente quello di fare rete tra diversi soggetti è, oggi più che mai, strategico; siano essi soggetti del terzo settore, che pubblici che, come ci insegna la nostra esperienza di Impresa Sociale, le realtà del territorio, non etichettabili come sociali (imprese, enti culturali, scuole,ecc). Da un lato oggi risulta sempre più evidente un problema di sostenibilità economica per consentire quanto realtà associative e del volontariato cercano di promuovere e “mettere a terra” a favore dei bisogni delle persone e delle famiglie incontrate ( lavoro, casa, genitorialità, ambiti di aggregazione, aiuto ai minori, ecc) a fronte degli investimenti stanziati dalla pubblica amministrazione e dalla politica. Rimane fondamentale, a mio avviso, mantenere alto il dialogo tra tutti gli enti del terzo settore e tra questi ultimi e l’ente pubblico, in un rispetto vicendevole dei ruoli, per valorizzare al meglio iniziative, strumenti e prossimità sociale e relazionale sul territorio, in modo che si arrivi fino al singolo individuo (che diversamente non avrebbe voce o non sarebbe visto), esercitando così una reale sussidiarietà.
Com’è cambiata nel tempo la vostra organizzazione, l’approccio , i numeri, la provenienza e le esigenze di chi (una volta chiamate “pericolate”) alla vostra realtà si rivolge?
RS: Se si pensa che quando ho iniziato a lavorare in Famiglia Materna, 20 anni fa, eravamo circa una dozzina di persone su due servizi di accoglienza, mentre oggi siamo circa 120 persone che operano su più di una decina di ambiti. Tutto questo indica uno sviluppo che ha sempre seguito, nei fatti, i bisogni che emergevano dalle persone incontrate. Non abbiamo mai perseguito un obiettivo slegato da quanto la realtà che avevamo difronte suggeriva. E’ stato sempre un tentativo “baldanzoso”, a volte anche un po’ “ardito” di prendere sul serio il bisogno del singolo, perché potesse diventare una risposta offerta a tutti. In questa crescita esponenziale, certamente preziosa e fondamentale resta un organizzazione che sappia condurre, offrendo, a tutti coloro che vi collaborano, un senso di appartenenza e la chiarezza di una mission sempre “da lucidare”, insieme a strumenti formativi ed innovativi, che sappiano tenere il passo con le sfide attuali.
Come arrivano a voi le vostre ospiti e come è organizzata la vostra/e casa/e “in comune”?
RS: Le persone arrivano a noi, prevalentemente, su invio di un servizio sociale di territorio o in alcuni casi da parte della magistratura minorile, oppure in emergenza, se vittime di violenza o maltrattamenti. Come detto diversi sono i servizi messi in campo.
-La casa di accoglienza è una realtà comunitaria per mamme con i loro figli, che vivono insieme alle operatrici, condividendo alcuni spazi e i momenti dei pasti o ludico ricreativi e di cura per un certo periodo. In quest’ambito molta attenzione è data alla cura dell’esperienza genitoriale, spesso anche per madri giovanissime che sono accompagnate e sostenute nella quotidianità.
-Altri servizi mettono a disposizione dei miniappartamenti, in cui i nuclei familiari, possono sperimentarsi in percorsi di semiautonomia, potendo contare comunque sempre, al bisogno, sul supporto di personale socio educativo a loro dedicato.
-Infine sono offerti anche percorsi di maggior autonomia abitativa attraverso la nostra Foresteria sociale, spesso “trampolino” per ingressi in alloggi reperiti sul libero mercato o dall’edilizia agevolata.
Luoghi di incontro, accoglienza e cura che sembrano intercettare un aspetto particolarmente critico del nostro vivere contemporaneo, cioè le solitudini, sia personali che dei sistemi di welfare, particolarmente penalizzanti per le donne.
RS: Questo è un aspetto estremamente vero. Occorre credere al valore delle relazioni, pertanto l’approccio che riteniamo importante è quello di partire sempre dall’incontro con la persona e con ciò che porta, anche se a volte le differenze culturali, di lingua o di storia di vita non facilitano. Accogliere, incontrare e accompagnare, sono tre dimensioni fondamentali, insieme al rispetto per la storia dell’altro e alla pazienza del tempo. Essere insieme permette davvero di far scoprire alla persona, dopo una esperienza dolorosa o una fragilità personale, una forza e dei talenti che non credeva. Il riprendere e approfondire, nelle diverse equipe di lavoro, quanto emerge per ciascun operatore, aiuta certamente a recuperare significato anche di ciò che sembra non cambiare e ad ammirare il piccolo fiore che comincia a fiorire anche dopo molti mesi di “aridità” nella persona che abbiamo difronte. Credo che questo nostro essere e lavorare insieme favorisca il sentirsi parte di una “ comunità” anche per le persone che accogliamo; tanto è vero che uno dei servizi di accoglienza lo abbiamo chiamato tanti fa proprio “ Vivere insieme”.
Si può dire che il vostro è oggi non solo un punto di arrivo e cura, ma anche di ripartenza e crescita personale?
RS: Assolutamente sì. L’accoglienza non è un traguardo ma un punto di partenza, anzi di ri-partenza. Credo che Famiglia Materna possa essere un luogo di relazioni buone e funzionali alla scoperta o ri-scoperta delle potenzialità delle donne e mamme che accogliamo. Abbiamo visto, in tante storie, quanto sia importante che la persona, pian piano, maturi una propria responsabilità nelle azioni e scelte che intraprende, potendo contare su un punto di confronto e paragone con gli operatori, che le permetta di non ripetere di nuovo strade e relazioni non funzionali e buone per sé. Volendo chiudere con un immagine: tanto ha valore un abbraccio, quanto la necessità di camminare mano per mano per il periodo necessario, così come il lasciar andare quando è arrivato il tempo di spiccare il volo.
Grazie mille del tempo che ci avete dedicato e del lavoro che fate impegnandovi su problematiche che hanno un’importanza fondamentale sia a livello personale, che comunitario e globale.


