di Marzio Fait
Ogni volta che apriamo Google Maps per trovare la strada meno trafficata per andare a fare la spesa, il GPS è lì ad aiutarci. Il Global Positioning System, o GPS, è un sistema di posizionamento satellitare che permette di individuare la posizione in tempo reale di un dispositivo. Col tempo, le sue rilevazioni sono state impiegate per stimare i tempi di percorrenza, ricalibrare i percorsi e raccogliere dati atmosferici utili per le previsioni meteo.
Eppure, in origine, il GPS era nato per scopi militari; ancora oggi le forze armate di tutto il mondo lo impiegano per monitorare aree di conflitto, coordinare operazioni e guidare missili verso obiettivi strategici.
Come altre tecnologie, dai computer ai droni, ciò che nasce per la difesa trova spesso applicazione anche nella vita di tutti i giorni.
Viviamo in un mondo dove la spesa per la difesa supera i 2400 miliardi di dollari e l’Europa, con il Fondo europeo per la difesa (Edf), finanzia con 1,1 miliardi ricerche innovative nel settore. La scienza, può produrre morte e distruzione, ma se impiegata con visione e con la giusta volontà, può diventare volano di pace, sviluppo e mutua collaborazione. Ne è un esempio il Trattato sulla proibizione degli esperimenti nucleari nell’atmosfera, nello spazio e sott’acqua, stipulato nel 1963, soprattutto grazie agli avvertimenti lanciati dalla comunità scientifica, che evidenziò i gravi rischi ambientali e sanitari legati ai test nucleari.
In occasione della Giornata internazionale della scienza per la pace e lo sviluppo del 10 novembre, abbiamo intervistato Mirco Elena, fisico e responsabile della sezione trentina dell’Unione degli scienziati per il disarmo (USPID), nonché direttore dell’ufficio locale di ISODARCO, la Scuola Internazionale sul Disarmo e la Ricerca sui Conflitti.

Disegno di Marzio Fait con elemento di Canva Pro.
Mirco Elena. La scienza ha sempre avuto una connessione profonda con il settore militare. Pensiamo al computer, ai droni o al GPS, nati come strumenti militari e poi adattati all’uso civile. Qual è il ruolo degli scienziati in questo contesto?
Dobbiamo ammettere che il settore militare ha sempre avuto un’influenza fortissima in ogni società. Basta pensare a quante poche nazioni – mi viene in mente il caso del Costa Rica – hanno scelto di rinunciare all’esercito o alle forze armate.
Spesso, quando i ricercatori immaginano una nuova tecnologia che può dare un vantaggio strategico o tecnologico in un possibile conflitto, anche solo come deterrente, i fondi per la ricerca arrivano immediatamente, al contrario di quanto accade in ambiti come quello ambientale, dove le risorse sono scarse e difficili da ottenere.
È il vecchio concetto del si vis pacem, para bellum – se vuoi la pace, prepara la guerra. E la scienza, in effetti, ha una natura ambivalente.
La chimica ci offre un caso molto interessante: durante la Prima guerra mondiale, il chimico tedesco Fritz Haber sviluppò le armi chimiche e ne promosse l’uso sul campo di battaglia, assumendosi così una grande responsabilità morale. Successivamente, a guerra terminata, venne insignito del Premio Nobel per la chimica a seguito dell’applicazione di altre sue scoperte che permisero di ottenere fertilizzanti ancora oggi fondamentali per nutrire il Pianeta, con il processo Haber-Bosch.
Questo duplice volto della scienza, anche se riconosciuto, viene spesso ignorato. Nella maggior parte dei casi, scienziati e tecnici non sono messi davanti a una scelta chiara. Non viene chiesto loro: “Vuoi lavorare alla produzione di una nuova arma?”. Nella realtà lavorano su dettagli specifici, su un piccolo tassello, senza percepire le implicazioni dirette del loro contributo. La responsabilità della visione complessiva, invece, resta nelle mani di chi dirige e finanzia la ricerca.
Pensi che questo sia un problema del sistema educativo?
Sì, il sistema educativo, almeno in Italia, offre poche, se non nessuna, occasioni di riflessione sulla responsabilità sociale di uno scienziato o di un tecnologo. Solo raramente, grazie all’iniziativa personale di qualche docente particolarmente attento, si affronta il tema dell’etica e dell’impatto che il proprio lavoro scientifico può avere sulla società. Questo vuoto formativo fa sì che i giovani scienziati, quando arriva il momento delle scelte professionali, siano impreparati a comprendere le implicazioni sociali delle loro decisioni.
E per chi deve guadagnarsi da vivere, diventa difficile rifiutare un buon impiego in un’industria che magari produce armi o sviluppa tecnologie belliche. In queste situazioni, spesso ci si ritrova a giustificare il proprio ruolo con frasi del tipo “se non lo faccio io, lo farà qualcun altro”. Questo modo di pensare contribuisce a ridurre il peso della responsabilità individuale.
È un aspetto su cui dovremmo riflettere a fondo. Non spetta solo agli scienziati o ai filosofi risolverlo: riguarda i valori sui quali vogliamo costruire la società di domani.

Mirco Elena (disegno di Marzio Fait)
Ho la sensazione che oggi ci sia una forte separazione tra il mondo umanistico e quello scientifico. Mi sembra che i ricercatori, sia umanisti che scienziati, siano iper-specializzati e poco consapevoli dell’interconnessione tra le varie aree del sapere, tra scienza, tecnologia, etica e morale…
È proprio così. I diversi settori di ricerca agiscono sempre più come compartimenti isolati e interagiscono con difficoltà. Questa separazione nasce anche da una specializzazione estrema, frutto dello straordinario livello di conoscenze che abbiamo raggiunto negli ultimi anni, che porta le persone ad ignorare gli altri ambiti.
È anche un problema specifico di un Paese come l’Italia, dove la “vera” cultura è sempre stata quella di stampo umanistico. Ci sono tantissime persone che si vantano di non capire nulla di matematica o di fisica. Ma allora come si possono affrontare problemi oggi fondamentali come la valutazione dei rischi, la probabilità di eventi gravi ma rari o ancora le conseguenze a medio-lungo termine delle attività umane sull’ambiente? Mi chiedo spesso se chi ci governa abbia gli strumenti per comprendere e affrontare i grandi problemi che ci stanno davanti.
Allo stesso tempo, è vero che molti scienziati non sono sensibili agli aspetti umanistici, quelli che toccano la responsabilità individuale, le implicazioni etiche e morali. Pensiamo al caso emblematico della bomba atomica: ben pochi scienziati abbandonarono il progetto quando emerse che i nazisti non erano più in grado di realizzarla per primi.
Il progetto, davvero una sfida difficilissima, ha raggiunto un risultato inimmaginabile in tempi estremamente rapidi.
A questo proposito, la finestra per attuare soluzioni concrete alla crisi che stiamo vivendo si sta chiudendo sempre più velocemente, eppure pochi sembrano cogliere l’urgenza di una risposta. Non è preoccupante questa mancanza di prospettiva, soprattutto considerando il percorso che ha portato alla realizzazione bomba atomica?
Direi proprio di sì. Dall’idea teorica della bomba alla sua terribile applicazione pratica, sono passati solo tre anni, grazie a una forte volontà politica e a finanziamenti quasi illimitati. Al giorno d’oggi, in tre anni, si trovano a malapena i fondi per avviare un progetto.
Dobbiamo fronteggiare problemi come la crisi climatica o la necessità di produrre energia pulita, ma non riusciamo ad agire nei tempi rapidi che sarebbero richiesti: con lo stesso impegno profuso per la ricerca militare, la lotta al cambiamento climatico sarebbe facile.
Sappiamo benissimo cosa bisogna fare e con quali tempistiche. Purtroppo, anche la recentissima elezione di un Presidente statunitense assolutamente disinteressato alle questioni ambientali e climatiche rapppresenta uno sviluppo molto negativo.
In guerra, si sa, non ci sono discussioni: se serve, i fondi si trovano, anche tagliando servizi essenziali.
Manca una sensibilità diffusa e la volontà politica per cambiare rotta; se non lo facciamo viene da dubitare che la nostra specie meriti l’appellativo di sapiens. Gli stessi politici che ora non agiscono, forse lo faranno quando la situazione sarà diventata davvero grave, ma allora potrebbe essere troppo tardi.
Negli ultimi anni c’è stata una diffusione massiccia di fake news e una polarizzazione sempre più forte, che sembrano aver aumentato il distacco e la sfiducia verso la scienza. Secondo te da cosa nasce questo fenomeno? Perché, nonostante i progressi e i benefici che la scienza ha portato nel corso dei secoli, persiste questa diffidenza?
Tendenzialmente si parla molto di scienza, ma se ne capisce davvero poco, specie in un paese dove la cultura è scarsa e prevalentemente solo umanistica.
Il cittadino medio è impreparato; la scienza ci circonda e la usiamo, ma non la comprendiamo. Diventa quindi facile lasciarsi sedurre da teorie complottiste, tipo quelle sulle scie chimiche, sui pericoli del 5G o dei vaccini. Sono idee che hanno successo perché danno l’illusione di avere un “sapere alternativo”, quasi da iniziati, che non si fanno abbindolare dalle versioni ufficiali.
Sicuramente non guasterebbe una maggiore preparazione scientifica e pratica nelle scuole. Oggi l’istruzione è troppo nozionistica e finalizzata solo a superare un esame. Molti non conoscono concetti fondamentali come il calcolo delle probabilità o il metodo scientifico: l’importanza di verificare le ipotesi, di fare previsioni e di osservarne i risultati. Se fossimo preparati adeguatamente, sarebbe più facile affrontare e risolvere molti problemi.
Consideriamo l’attualità: abbiamo una guerra alle porte dell’Unione Europea e ci viene detto che dobbiamo aumentare la spesa militare. Ma se guardiamo i dati, vediamo che l’Occidente spende già più dei suoi potenziali avversari.
Allora dovremmo spendere meglio il nostro denaro, concentrarci su sfide che hanno bisogno urgente di fondi e attenzione, come il cambiamento climatico, la sanità e la riduzione delle disuguaglianze.

Disegno di Marzio Fait
Un’ultima domanda, che riguarda il tuo impegno personale nel contesto del disarmo e della pace. Vuoi raccontarci cosa fanno USPID e ISODARCO, di cui fa parte?
Nel corso dei decenni, sull’esempio di organizzazioni straniere come la Union of Concerned Scientists, in Italia sono nate organizzazioni di scienziati e tecnici interessate ad approfondire le questioni legate alla Pace e al disarmo e a sviluppare analisi da sottoporre alla società, ai politici, ai governi.
Tra queste, possiamo citare l’Unione Scienziati per il Disarmo (USPID) e la Scuola Internazionale sul Disarmo e la Ricerca sui Conflitti (ISODARCO), che raccolgono tecnici e scienziati su base volontaria. Negli ultimi anni si è anche costituita la Rete delle Università per la Pace (RUNIPACE), che recentemente ha cominciato ad operare nell’ateneo trentino.
ISODARCO è una realtà che da sessant’anni opera nel settore dell’alta formazione ed è il principale progetto formativo della sezione italiana delle Pugwash Conferences on Science and World Affairs, organizzazione che ha ricevuto il Premio Nobel per la pace nel 1995 per il suo impegno nel disarmo nucleare. ISODARCO permette a studenti universitari, neolaureati e dottorati la possibilità di interagire con grandi esperti di relazioni internazionali, pace e disarmo, individuando possibili percorsi di studio e carriera, nel corso di incontri di durata settimanale ospitati in Trentino e in tutto il mondo.
ISODARCO cerca di accrescere la sensibilità dei futuri scienziati e politici verso alcuni dei temi più importanti per il nostro futuro; resta il fatto che il numero di persone impegnate a divulgare e offrire spunti di riflessione su questi temi è ancora molto ridotto.


