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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Il bisogno di un potere visionario

Partiamo con un flashback. Ad aprile scorso, mentre questo nuovo corso di “Abitare la Terra” iniziava a muoversi nel mondo, scrivevo che “felicità è potere”: parlando di prossimità, delle coordinate di base che muovono l’azione di attivatori e attivatrici di comunità, la dimensione relativa al potere viene spesso accantonata perché sembra di avere a che fare con qualcosa di naturalmente sporco o inadatto. Ecco: non è così.

Di Emanuele Pastorino

Thepowerof

Andiamo con ordine: il potere inteso come sopraffazione e sfruttamento è qualcosa di assolutamente negativo. È incuria, è controllo, è un “progetto antropologico di distruzione”, come lo descrive Marco Omizzolo. Da questo punto di vista, pagine e pagine sono state scritte nel raccontare quel potere: ce ne sono un paio di Francesco Codello che, preparando questo numero di “Abitare la Terra” mi sono tornate particolarmente alla mente. Nel lavoro collettivo di “Lezioni di Anarchia”, Codello descrive e chiarisce la contrarietà anarchica a “ogni forma di potere, autorità, dominio” con parole che credo siano molto utili a far partire un ragionamento diverso sul potere come strumento dentro a contesti di costruzione di comunità. 

Autorità e potere sono due concetti che hanno significati ambivalenti: è autorità quella data dal privilegio – e, come tale, contraria al pensiero anarchico e fonte di distorsioni dentro le comunità – ma lo è anche quella “liberamente riconosciuta, per cui se io ho bisogno di riparare un paio di scarpe vado dal ciabattino, perché gli riconosco la competenza di sapere come riparare le scarpe”. È il caso in cui all’autorità corrisponde autorevolezza.

Discorso del tutto analogo per il potere: esso può essere di fare o di far fare e il senso di queste due espressioni credo sia già sufficientemente chiaro.

E dal potere di far fare (come anche dall’autorità data dal privilegio) deriva il dominio, forma perversa di azione che però fa parte di tante relazioni umane e comunitarie.

A questa “incuria sovrana”, per usare le parole del titolo che introduce il “Manifesto della cura” di The Care Collective, corrisponde la capacità dell’azione comunitaria – che, nella sua forma più interessante è community organizing – di elaborare un metodo fatto di attrezzi meticci e in continua trasformazione e adattamento (Annibale D’Elia parla di queste azioni e dei processi partecipativi in genere come di “ricette svuota-frigo”: non puoi pensare di arrivare da fuori e imporre un metodo, una ricetta, ma ti tocca guardare dentro, vedere che cosa è rimasto in frigo e partire da lì a progettare). Ecco: nel 1946 due persone distanti nello spazio e probabilmente che ignoravano l’esistenza l’una dell’altra, pubblicano due testi molto diversi ma che – per una banalissima coincidenza – tornano utili oggi per parlare di potere. 

La prima si chiamava Saul Alinsky, capostipite di quei community organizer che negli Stati Uniti hanno trasformato molte cose, e nel suo “Radicali, all’azione! Organizzare i senza-potere” (edizioni dell’asino) ci aiuta  a ragionare su cinque questioni: non partiamo da zero ma i percorsi di attivazione e riattivazione, che sono percorsi di potere – di empowerment diremmo – devono riconoscere le radici territoriali, biografiche, antropologiche e culturali cui aggrapparsi per costruire (se volete, è il tema dello svuota-frigo che pone D’Elia). Dobbiamo riconoscere cosa è cambiato: il community organizing nasceva in un contesto di crisi – è vero – di una crisi nuova – certo – ma di una crisi in particolare. Altre, che già esistevano, dovevano ancora manifestare tutta la complessità che oggi, invece, noi viviamo: siamo nel mezzo di più  crisi intrecciate che ci pongono moltissime questioni e che impongono di trovare più di una soluzione.

Serve pensare a strumenti con cui contro-bilanciare le asimmetrie di potere: se, oggi, il mondo non vive le condizioni degli anni ‘30 è anche vero che il divario di ricchezza è devastante. In questo contesto, i senza potere vivono una condizione di grande frammentazione:  i community organizer negli USA erano dei cucitori, dei pontieri tra comunità di senza potere. “Pontieri”, parola che ne richiama un’altra: urgenza. “Il tempo stringe” scriveva Alexander Langer “tutto quello che poteva essere aggiustato ieri con una certa facilità, oggi comporta prezzi e dolori ben superiori, che domani diventeranno addirittura impagabili”: nella frammentazione dei senza potere, l’urgenza che Langer descriveva diventa costo impagabile. 

Infine, il punto di forza di questo metodo sta e stava nell’idea di costruire mobilitazioni con grandi numeri: mobilitare, ingaggiare per davvero le persone, organizzandole. Questo necessita di un tempo molto lungo e riguarda il “lavorare per ricucire”, un’azione che non può essere data per scontata. Per farlo è necessaria un’azione complicata: riconoscere un potere che non è quello brutale, che controlla e domina, ma uno spazio umano dentro al quale imparare a rispondere collettivamente a desideri e bisogni materiali e immateriali. Un potere che rende felici e che, almeno a me, ricorda il ruolo positivo di una rabbia che è cura e liberazione.

 

 

Tutto questo viaggia in una sorta di direzione ostinata e contraria rispetto al principio chiave di ogni società, ossia l’autoconservazione, quella forza che fa sì che “per restare uguale a sé stessa una società deve inventare delle strategie di protezione e delle reti di conformismo. In altre parole, fabbrica muri e organizza steccati”. Quindi? Quindi viene in parziale soccorso quell’altra persona che, sempre nel 1946, scriveva un testo in un altro punto del mondo: Stig Dagerman era un giornalista, “un militante in difesa dei diritti degli umiliati” chiedeva, con una certa ironia, se fosse “inconcepibile conciliare un’ottimistica fede nella buona volontà dell’essere umano con il pessimismo dato dal fatto che , da molto tempo, a questo stesso essere umano è negata la possibilità di manifestarla”.

Lo stesso pessimismo critico che Dagerman rivendicava contro il cieco ottimismo di generazioni precedenti la sua subito dopo la fine della seconda guerra mondiale offre gli strumenti per quella capacità visionaria cui, in un tempo e un luogo ancora una volta diverso, bell hooks rivendica. “Dobbiamo fare in modo che la nostra immaginazione si radichi nella nostra realtà concreta e al contempo immaginare possibilità che vanno al di là di questa realtà”: Feminism is for Everybody è del 2000 ed è un testo fondamentale che parla di potere, di organizzazione di comunità, di ricucitura, di cura e di reciprocità.

Il bisogno di un potere visionario è quello stesso che dà senso alla parola “comunità”: Marco Omizzolo, nella nostra chiacchierata, lo dice con parole molto più chiare di quelle che potrei usare io qui.

Non è più il tempo, per chi crede nella costruzione di comunità, di rifugiarsi dentro gli spazi che abita da sempre: ci servono strategie capaci di cambiare il destino, nostro e delle persone attorno a noi. Abbiamo bisogno di sapere che agire radicalmente, di farlo consapevoli dei vissuti e delle relazioni di prossimità che abbiamo intessuto, abitando un tempo e uno spazio e rivendicando la loro liberazione. In questo, il potere può essere visionario: nella consapevolezza di essere potere di fare insieme, che è promiscuo nel prendersi cura con chiunque. E mi tornano in mente quello che scrive Marco Omizzolo: “la ribellione […] è in sé creativa perché rompe il tempo dato dalle relazioni di dominio e nel contempo ogni costruzione sovrastrutturale funzionale all’organizzazione del capitalismo globale, generando la segregazione, l’esclusione e la subordinazione di milioni di uomini e donne nel mondo”.