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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Intrecci di Mondi

Esistono sul territorio trentino centinaia di oratori. Si tratta di strutture architettoniche ed umane normalmente destinate all’opera pastorale della Chiesa, dove animatori e volontari oltre ad educare alla fede cristiana ragazze e ragazzi, si occupano nei modi più diversi del “bene comune”. Alcune di queste realtà sono andate ben oltre questa definizione e sono diventate associazioni capaci di trasformazioni sociali, educative e culturali. Luoghi “vecchi” con ruoli “nuovi”, presidi di inclusione, condivisone e crescita che sono oggi veri e propri laboratori sociali capaci di cogliere e rispondere alla complessità dei bisogni emergenti della nostra società, come ha saputo fare a Trento l’Oratorio S.Antonio e la sua omonima Associazione. Fondata nell’ottobre del 2004 sul solco di una tradizionale attività di volontariato operante da oltre un ventennio presso la Parrocchia di S.Antonio di Trento, oggi l’Associazione è una realtà capace di promuovere i valori della persona e di una società fondata sul pluralismo, sulle pari opportunità e sulla cultura della solidarietà, rispondendo a livello locale alle tante e attuali sfide dell’Agenda 2030. Li abbiamo intervistati e da Serena Cimadom e Lilli Grigolli  ci siamo fatti raccontare un pezzo della loro storia.

Di Alessandro Graziadei

Ciao e grazie per la vostra disponibilità. Ci raccontate come e perché nel 2004 un gruppo di volontari senza un’organizzazione strutturata è diventata l’Associazione Oratorio S.Antonio?

SC: Dal 2000 al 2004 è stata effettuata la ristrutturazione dell’oratorio,  ampliando e migliorando gli spazi a disposizione della comunità. Trattandosi dunque di un immobile più ampio ed articolato si è  ritenuta necessaria una più fattiva ed organizzata collaborazione da parte dei volontari già presenti. Pertanto col parroco di allora don Vittorio Zanotelli è stata fondata l’Associazione Oratorio S.Antonio, con lo scopo di gestire gli spazi e provvedere alla manutenzione ordinaria della struttura.

Oggi in quanti volontari siete e pur sapendo che potremmo avere una risposta diversa per ogni volontario, cosa caratterizza principalmente il vostro essere volontari?

SC: Nel 2025 si contano una trentina di soci, ma ci sono altri volontari che collaborano pur non essendo “ufficialmente” soci. Il direttivo è composto da sette persone che collaborano attivamente nella gestione dell’oratorio e si occupano di aperture e chiusure ad hoc delle sale, di controllo della struttura, di riparazioni necessarie, di  segreteria quotidiana per la prenotazione delle sale per corsi, feste di compleanno, assemblee condominiali, conferenze, riunioni di preghiera ed altro, di  gestione della contabilità.

Essere volontari in oratorio significa collaborare attivamente perché questa struttura possa essere aperta all’accoglienza delle persone, le più diverse, offrendo momenti importanti di incontro affinché l’oratorio possa diventare CASA.

Con la costruzione ex novo dell’Oratorio è nato quindi uno spazio polifunzionale che andava gestito e che oggi ospita tantissime realtà e risponde ad altrettante esigenze sportive, sociali e culturali. Ci raccontate quali?

SC: Le sale sono tradizionalmente occupate da catechesi, gruppi giovanili e scout.

È attivo il punto di ascolto della Caritas il martedì mattina, che incontra ed aiuta diverse persone in difficoltà.

La palestra è occupata dalle attività dei Mercanti di Luce (Piccolo Circo), dal Tennis Tavolo Bolghera, con i relativi tornei, da altri corsi di ginnastica e orienteering; al momento anche le Scuole Nicolodi fanno da noi l’ora di ginnastica perché la palestra annessa alla piscina di Via Fogazzaro è in ristrutturazione.

La cucina è molto molto richiesta da più parti, sia per pranzi e cene di beneficenza che per compleanni o anniversari. Inoltre ospitiamo dei corsi di cucina effettuati da B.T. Group per persone straniere e italiane in cerca di lavoro, in collaborazione con la Provincia.

La sala polifunzionale ospita regolarmente momenti di preghiera e di festa dell’associazione dei Pakistani Cristiani. Abbiamo grosse comunità come quelle maliana, ivoriana, guineana che fanno lunghi pranzi  per momenti di feste speciali. Molte le feste di compleanno, corsi di ginnastica posturale e di ballo, conferenze aperte alla cittadinanza, cene di beneficenza, incontri di gruppi parrocchiali e non, i momenti settimanali di italiano per le nuove cittadinanze.

Inoltre l’Associazione Rasom, che raccoglie la comunità di Ucraini in Trentino, ha qui la sua sede da più di dieci anni, usando le sale per fare scuola ucraina ai bambini e varie feste, usando spesso la cucina.

Fa effetto constatare che spazi inizialmente riempiti e vissuti dalla comunità del rione siano adesso particolarmente vissuti da realtà diverse ed anche straniere. Un’evoluzione dovuta certo all’attenzione alla persona e ai nuovi bisogni, ma anche legata alla minor necessità dei residenti di fare comunità.

Nella presentazione ho parlato di oratori come luoghi “vecchi” talvolta capaci di interpretare ruoli “nuovi”. Presidi di inclusione, condivisione e crescita capaci di cogliere e rispondere alla complessità dei bisogni emergenti. Uno di questi nuovi bisogni riguarda le nuove cittadinanze e i migranti alla quale la vostra Associazione ha risposto non solo insegnando l’italiano…

LG: Erano i primi anni degli arrivi via mare quando abbiamo cominciato a confrontarci su come essere luogo di nuova accoglienza. Una delle azioni che abbiamo intrapreso è stata appunto quella del lunedì, dell’insegnamento dell’italiano a chi per vari motivi giunge da noi. Tante volte mi chiedo, e poi mi rispondo nello stesso modo, qual è il valore primo di tutto ciò. Certo, insegniamo italiano, un pezzettino di puzzle a fianco di pezzi di altre scuole. Ma soprattutto siamo ambiente accogliente. Tante persone vengono per sentire quel calore umano e sanno che, anche se in ritardo, ci sarà sempre un posto e il modo di mettersi ad un tavolo per la lezione o per fare due chiacchiere. Ogni tanto arriva un nuovo volontario che ci chiede di poter dare una mano. Abbiamo la presenza di qualche studente in alternanza scuola lavoro attraverso il progetto BeJetzt del CSV e ragazzi scout che scelgono di fare servizio da noi.

Non è solo fare italiano. Quando hai la possibilità di lavorare con qualche studente/studentessa in modo più continuativo si instaura una relazione particolare, si conosce qualcosa di più, c’è il fidarsi. A volte scoccano scintille speciali tra volontari e studenti.

Cerchiamo di essere attente e attenti a rilevare bisogni e a rispondere nei limiti del possibile. Paghiamo posti letto quando li troviamo, qualche affitto quando qualcuno boccheggia, qualche spesa medica, diamo una mano nei percorsi burocratici, aiutiamo economicamente in alcuni percorsi formativi.

Ognuno di noi ha creato forti legami con qualcuno o qualcuna di loro.

Spesso gli spazi dell’oratorio sono luoghi di incontro per la Rete Italiano Trento che riunisce le “scuole” attive gratuitamente durante la settimana in luoghi diversi, per momenti di confronto, di azione, di presa di posizione e di denuncia.

Siamo nel Forum trentino per la pace in un gruppo di lavoro che si chiama Nuove cittadinanze.

Ho sentito tanto parlare della vostra accoglienza e del modo con il quale rispondete alle esigenze di queste nuove cittadinanze: la tradizionale cena che conclude i corsi di italiano, il pranzo di Natale con studenti vecchi e nuovi, tutte occasioni di incontro tra culture, famiglie e bambine/i che sono diventate anche relazioni amicali…

LG: Sì, concludiamo la nostra ora e mezza di “lezione” con la cena. Ognuno si può fermare a mangiare. Anche questo fa comunità. Se c’è un compleanno è particolarmente emozionante cantare la canzoncina nelle lingue di chi è presente. A volte guardo il tavolo e penso, che bello, quanto mondo c’è qui. E ogni tanto arriva a trovarci qualcuno che non vediamo da anni.

Ultimamente ci sono stati tanti ricongiungimenti. Al pranzo di Natale quest’anno c’erano nuovi nati e famigliole. Ci troviamo tra vecchi e nuovi e siamo sempre un centinaio. Abbiamo mangiato il pasticcio e dopo è arrivato inaspettatamente il pollo di Nur, il cous cous di Afrin, la torta spettacolare di Omaima che ha fatto il corso di pasticceria.

Sta diventando tradizionale anche il calendario che facciamo con le fotografie di momenti di scuola con frasi di studenti e studentesse, quest’anno proverbi. Lo regaliamo a quel pranzo vicino a qualche pensiero per i bimbi. Quest’anno ce l’ha impaginato un nostro ragazzo del Marocco. L’altro momento entrato nella tradizione è la gita di maggio, una giornata di due passi fatti insieme, pranzo condiviso sull’erba e giochi in grande cerchio. Momenti potenti.

Un progetto importante che ha visto protagonisti i volontari della vostra Associazione è stato quello relativo alla gestione di un alloggio per immigrati, dove vi siete occupati di aspetti pratici e burocratici e umani come i rapporti tra i nuovi ospiti e i  vecchi condomini. Ci racconteresti un po’ le tappe di questo percorso?

LG: Ricordo che nel 2015 abbiamo organizzato tre serate in oratorio sul tema migrazioni. Se ne parlava ancora poco e non si conoscevano tanto le storie di chi arrivava da noi con i barconi. Sono stati momenti di testimonianze molto intensi. C’era sempre la sala piena. Alla fine del terzo incontro abbiamo lanciato un appello. All’epoca curavamo la “terza” accoglienza perché la prima e la seconda erano a carico della Provincia. Cioè volevamo dare aiuto a chi usciva dai progetti istituzionali quando avevano ricevuto una protezione, ma erano ancora traballanti per lavoro e abitazione.

Abbiamo distribuito dei fogli. Chi è disponibile a dare una mano per insegnare italiano ai “migranti”? Chi ha idee per trovare alloggi a queste persone? Chi è disponibile a versare soldi su un conto apposito? Beh, io quel momento lo ricordo come qualcosa di magico. Come una catena contagiosa.

In un attimo abbiamo trovato tanti volontari e siamo potuti partire con l’italiano, il conto corrente  ha cominciato a riempirsi in modo sistematico e in quella stessa sera Giovanni Odorizzi, l’allora direttore del Villaggio SOS, ci ha proposto un appartamento in comodato d’uso. E dopo vari momenti progettuali, anche confrontandoci con operatori Atas esperti nella gestione di alloggi per stranieri, abbiamo costituito un “gestionale” e siamo partiti con questa esperienza. Ogni anno abbiamo ospitato quattro ragazzi rifugiati, con l’idea di dare quell’aiutino in più perché potessero poi muoversi con le loro gambe.I ragazzi sono sempre usciti a fine percorso con un’alternativa abitativa e con un lavoro. Li abbiamo seguiti in tanti aspetti e c’era chi di noi andava sistematicamente a casa a trovarli. Non sempre facile, non sempre rose e fiori. Con molti dispendi energetici! Ma ha avuto un reciproco valore. Dopo tre anni, con il cambio nella direzione del Villaggio SOS, non ci è stata rinnovata l’offerta.

Devo dire che sul fronte “vecchi condomini” non abbiamo fatto tanto. Sia a inizio che a fine percorso abbiamo inviato a tutti gli appartamenti una lettera spiegando il nostro progetto. Abbiamo sempre chiesto ai ragazzi di rispettare le regole e il silenzio. Qualche lamentela di vicinato da gestire c’è stata!

Da queste esperienze sono nati due tuoi libri, quello scritto nel 2022 con Diada Coulibaly  Come un tessuto. Intrecci di mondi” e Invisibili parallelientrambi usciti per Edizioni il Faro, che ci raccontano, tra le tante cose, come l’incontro con l’altro sia sempre un’occasione e come purtroppo in decenni di migrazioni in Italia le condizioni di chi migra non siano migliorate…

LG: Per entrambi i libri la scrittura è nata da un’urgenza che ad un certo punto ho avvertito.

Nel 2014, iniziando a frequentare la residenza Brennero,  mi ero affacciata sull’Africa che arrivava da noi via mare. A quei tempi l’accoglienza nella struttura era gestita da Atas che invitava i cittadini a collaborare. E così mi si è aperto un mondo. Mi sono improvvisata nelle conversazioni in italiano con i giovani uomini e tra questi ho conosciuto Diadia, un ragazzo maliano che all’epoca aveva 19 anni. A volte ci sono alchimie strane negli incontri. Tra tutte le persone volontarie lui ha scelto me, ha scelto di fidarsi di me e fin dall’inizio sono stata depositaria della sua storia intesa come racconto di ciò che gli era successo in Africa e l’ha obbligato a lasciare il suo Mali: il rapimento da parte dei ribelli prima e la prigione da parte dell’esercito maliano poi. Un racconto  per me dono e tesoro. Percepire che una persona ancora poco conosciuta si fida di te è qualcosa di meraviglioso e genera reciprocità. In quel momento lui aveva bisogno di una figura materna e per me è via via diventato naturale sentirlo come un figlio a fianco dei miei tre. Negli anni ho capito che per lui era molto importante valorizzare la sua storia e la sua cultura, un modo anche di fare sintesi e di rielaborare. E quando ha maturato un po’ di distacco dalla sofferenza legata a tutto quello che gli era successo si è sentito pronto per momenti di intervista in cui lo registravo: momenti più o meno lunghi, momenti divertenti e momenti faticosi. Poi ho sbobinato e assemblato. E così è nato un libro che parla della sua infanzia, della sua famiglia, della sua cultura, del suo Mali, dei motivi della sua fuga, del suo viaggio tra mare e deserto, del nostro incontro, di quello che ha imparato dall’Italia e che gli ha dato uno sguardo più critico e più consapevole verso il suo paese.

La nascita del secondo libro, “Invisibili paralleli” che ho pubblicato a dicembre, ha avuto altre motivazioni. In questo parlo di un diverso tipo di migrazione. Un recente movimento di molti giovani del Marocco che ci raggiungono lungo la rotta balcanica, dove protagonisti sono i piedi e pazzeschi mezzi di trasporto. Culture, motivazioni, percorsi completamente diversi da quelli degli africani subsahariani che prima giungevano da noi ed ora per scelte politiche vanno in altre regioni italiane.

A giovani marocchini con cui, attraverso le lezioni di italiano, ero entrata in un rapporto di fiducia, ho sentito il bisogno di chiedere perché erano partiti, cosa avevano incontrato durante il viaggio e che accoglienza hanno trovato a Trento. Anche nel loro caso, un regalo il loro racconto. Nel libro parlo dei loro games, quei tenta la frontiera, avanti, conquisti punti, no, torni indietro, si riparte da zero. Racconto coraggio, paure, male ai piedi, solitudini, crudeltà ma anche solidarietà umana. Racconto le loro delusioni arrivati a Trento, ma anche le loro intraprendenze. Racconto i cambiamenti della politica trentina nella gestione dell’accoglienza che è diventata sempre più non gestione e non accoglienza. Accuso questa politica che manca di cura e produce marginalità e malessere, tra le persone giunte da noi, ma anche in forma di boomerang tra le persone che abitano Trento. Racconto le forme di accoglienza e il ruolo del volontariato.

Grazie. Infine la vostra Associazione si è occupata anche di cooperazione internazionale, in particolare in Croazia, con una serie di iniziative e progetti (come quello dei murales) che hanno ancor prima che dato delle risposte alle esigenze delle comunità con le quali siete entrati in relazione hanno creato altri e nuovi “intrecci di mondi”. Ci racconti come e perché è nata questa esperienza?

LG: Qui lascio la parola nuovamente a Serena Cimadom, la Presidente dell’associazione, che con il direttivo è molto attiva in questo progetto.

SC: Nel 2008 siamo stati contattati dai membri dell’Associazione Per Un Mondo Migliore, che opera ormai da 30 anni in Croazia, cioè dall’immediato dopoguerra. Erano attivi negli ultimi anni della guerra nei Balcani proprio sul posto. Ci hanno chiesto di venire a fare dei murales sui muri del nostro oratorio per portare un messaggio di pace e amore e per farci conoscere la loro attività. Dal 2010 in poi siamo andati diversi anni con gruppi giovanili in Croazia a fare delle settimane di volontariato, dove abbiamo potuto conoscere diverse famiglie ed istituti per anziani e bambini. Lì abbiamo fatto clown-terapia e murales, nonché portato aiuti umanitari. Per i giovani (ma anche per noi adulti) sono stati momenti di crescita e di consapevolezza profonda.

Siamo andati anche in Bosnia, a Mostar, Sarajevo ed altre città, dove abbiamo conosciuto molte persone ed appreso tante verità sulla guerra che non ci sono mai state dette dai media.

Sono cresciute delle bellissime amicizie, malgrado le difficoltà della lingua. Abbiamo compreso che non è necessario parlare la stessa lingua per capirsi e volersi bene. Qualche volta, anche se parliamo la stessa lingua, non riusciamo a capirci…

Amo dire, a chi mi chiede perché continuiamo ad andare in Croazia, che vado a ricaricare le mie pile, perché (come dicono i nostri amici dell’Associazione Per Un Mondo Migliore): se vuoi essere felice, fai felici gli altri.

Grazie ad entrambe e a tutta l’Associazione Oratorio S. Antonio per il tempo e le parole che avete condiviso con noi. La psicologia contemporanea ci dice che le persone in mobilità vivono una doppia esperienza: quella di scoprire il nuovo, ma anche di rinegoziare chi sono, attraverso l’incontro tra le proprie radici e le nuove relazioni che costruiscono. Non si tratta di abbandonare il passato, ma di farlo evolvere, arricchirlo con nuove esperienze e nuovi significati. Grazie per averci ricordato che le persone in mobilità non sono solo i migranti, ma possono essere anche volontari che attorno ad una Associazione, attraverso l’accoglienza e la cooperazione, intrecciano Mondi, come un tessuto!