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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Le comunità energetiche tra Europa e Trentino

Questa settimana Abitare la Terra 2030 si è occupata dell’Obiettivo per lo sviluppo sostenibile numero 7: “Assicurare a tutti l’accesso a sistemi di energia economici, affidabili, sostenibili e moderni”. Questo Obiettivo mira, appunto, ad assicurare l’accesso universale a servizi energetici economici, affidabili, sostenibili e moderni ed è finalizzato a garantire inclusione ed equità nella fruizione delle risorse energetiche. Per farlo abbiamo incontrato l’ingegnere Sara Verones Direttrice dell’Ufficio studi e pianificazione delle risorse energetiche dell’Agenzia provinciale per le risorse idriche e l’energia (Aprie), Agenzia che svolge un ruolo importante nell’impegno della Provincia di Trento su questo obiettivo.

Di Alessandro Graziadei

Buongiorno e grazie mille per la disponibilità. Quali sono i compiti dell’Agenzia provinciale per le risorse idriche e l’energia?

SV: L’Agenzia Provinciale per le Risorse Idriche e l’Energia si occupa della pianificazione, programmazione e gestione degli usi dell’acqua e dell’energia nella provincia di Trento. Per l’acqua gestisce le concessioni e pianifica l’utilizzo delle acque pubbliche. Per l’energia si va dai controlli delle caldaie fino al rinnovo delle grandi concessioni idroelettriche passando per l’autorizzazione di grandi impianti a fonti di energia rinnovabile. Infine, come ufficio studi e pianificazione ci occupiamo di redigere e attuare il Piano Energetico Ambientale Provinciale.

La Giunta provinciale con deliberazione n. 952 dell’11 giugno 2021 ha approvato, dopo oltre due anni di approfondito lavoro da parte dell’Agenzia Provinciale per le risorse idriche e l’energia assieme ad un gruppo di lavoro del quale hanno fatto parte l’Università degli Studi di Trento, la Fondazione Bruno Kessler e la Fondazione Edmund Mach e dopo un periodo di consultazione pubblica, il Piano Energetico Ambientale Provinciale 2021-2030. In cosa consiste e quali obiettivi si è dato questo piano?

SV: Il Piano Energetico Ambientale Provinciale è la strategia provinciale in materia di energia nonché il documento che si occupa di attuare la mitigazione del cambiamento climatico a livello provinciale e quindi lavorare sulla decarbonizzazione. L’obiettivo posto nel PEAP 2021-2030 è di arrivare a fine periodo avendo ridotto del 55% le emissioni di gas climalteranti rispetto al 1990, che è lo stesso obiettivo che l’Europa ha posto a livello comunitario. Il Piano traccia la strada per raggiungerlo, che passa sostanzialmente per una consistente riduzione dei consumi, tagliando del 18% il consumo di energia primaria rispetto al 2016 e da un aumento dell’uso di energia rinnovabile del 13,4% sempre rispetto alla baseline 2016.

Per raggiungere questo ambizioso obiettivo non basta agire in un solo settore, ma è necessario porre in atto linee strategiche che vadano ad incidere in tutti gli ambiti energetici. Quali sono i principali e le principali linee strategiche?

SV: In primis va tenuto a mente che il PEAP 2021-2030 è un piano che riguarda tutto il Trentino e non solo l’ente Provincia. Ognuno, cittadini, imprese, enti pubblici, deve fare la sua piccola parte, solo così si può essere efficaci. Per quanto riguarda i consumi, l’analisi dei dati 2016 ha dimostrato che il 43% delle emissioni arriva dal settore civile, seguito dai trasporti (30%) industria (25%) e agricoltura (2%). E’ quindi fondamentale agire sulla riqualificazione del patrimonio edilizio esistente ed in particolare negli edifici realizzati dal dopoguerra fino al 2006. Dal punto di vista della produzione energetica invece, guardando al futuro si prevede una maggiore difficoltà a usare l’acqua, sia per la crisi climatica, che porterà periodi siccitosi, sia per la necessità di garantire più usi tra cui il deflusso minimo dei torrenti. Mantenere la produzione idroelettrica invariata sarà già una sfida, bisogna quindi puntare sulle altre fonti e una di quelle su cui il Trentino ha ampio margine di sviluppo è l’energia fotovoltaica.

I cambiamenti climatici in atto e l’attuale crisi energetica sono tra le principali sfide di questo secolo che i Governi di tutto il mondo si trovano a fronteggiare. Una possibile soluzione che risponde positivamente a queste sfide globali, incentivando al tempo stesso uno sviluppo basato sulla condivisione e il risparmio, sono le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER). Cosa sono e come funzionano?

SV: Il sistema energetico sta cambiando. Da grandi impianti di sola produzione che forniscono utenze di solo consumo, si va verso un sistema di generazione diffuso in cui ogni utente produce parte dell’energia che consuma, mettendo in rete quella non usata. Le Comunità di energia rinnovabile, normate a livello europeo nel 2019, recepite provvisoriamente nel 2020 e poi nel 2021, permettono a cittadini, associazioni, piccole e medie imprese, enti locali, di mettersi assieme, installare nuovi impianti a fonti rinnovabili e attraverso la condivisione dell’energia tra produttori e consumatori ubicati sotto la stessa cabina primaria (indicativamente, una valle), generare un incentivo da investire sul territorio. Attenzione però, non c’è un risparmio diretto sulle utenze: chi consuma continuerà a pagare la bolletta, chi produce continuerà a vendere l’energia, ma se chi consuma lo fa mentre l’impianto produce, alla Comunità energetica arriverà un incentivo che saranno i soci a decidere come utilizzare.

È un modello basato sulla condivisione che potrebbe rendere più accessibile il mercato dell’energia?

SV: Il mercato dell’energia è complesso e le comunità energetiche, nella configurazione italiana, non permettono la vendita diretta di energia tra i propri soci. Si attua uno scambio virtuale che genera l’incentivo ma senza che ci siano risparmi diretti in bolletta. Il modello però ha il vantaggio di permettere a chi non ha la possibilità di installare direttamente un impianto (perchè magari non ha i soldi o non è possibile farlo nell’edificio dove vive) di essere comunque protagonista della transizione energetica perché le CER presuppongono che almeno il 70% dell’energia provenga da impianti nuovi. Inoltre per generare l’incentivo bisogna consumare nella stessa ora in cui l’impianto produce e questo porta una maggiore consapevolezza e attenzione all’uso dell’energia da parte dei soci, che rappresenta sempre un fattore positivo.

Quali altri vantaggi potrebbero avere le CER per la collettività e in particolare per la comunità trentina?

SV: Dal punto di vista tecnico, il PEAP 2021-2030 dedica un capitolo intero alle Comunità di energia rinnovabile, e sul sito internet dell’Agenzia sono stati pubblicati ulteriori approfondimenti. Oltre all’aumento della produzione da fonti rinnovabili, ben si sposano con uno scenario di elettrificazione dei consumi, quindi la sostituzione dei fornelli a gas con quelli a induzione e la diffusione delle pompe di calore al posto delle caldaie per il riscaldamento. In generale poi c’è l’aspetto sociale: far nascere una CER presuppone che diversi soggetti di un territorio, che magari non dialogavano tra loro, si mettano assieme con scopi comuni. E questo ha un valore sociale qualsiasi sia l’obiettivo della comunità, sia esso destinato al sostegno delle fasce più deboli, a uno scopo collettivo per il territorio o anche alla redistribuzione dell’incentivo tra i partecipanti.

Esistono incentivi a livello europeo e italiano per favorirne lo sviluppo?

SV: Esistono vari tipi di incentivi. Il primo è quello economico che il GSE eroga per la condivisione dell’energia. Si attende poi l’uscita di un contributo PNRR del 40% a fondo perduto, destinato ad impianti che le CER realizzano in comuni con meno di 5000 abitanti. E ci sono contributi specifici che vari soggetti locali erogano per finanziare studi di fattibilità o costituire il soggetto giuridico. A livello provinciale ci siamo interrogati su quale forma di incentivazione si potrebbe fornire. La spesa principale per una CER è quella relativa all’impianto così abbiamo lavorato attraverso le contribuzioni già programmate per renderle compatibili con il mondo delle comunità energetiche. Un esempio è il bando FESR destinato alle imprese per realizzare impianti fotovoltaici: se l’impresa dichiara di dare l’energia in eccesso ad una Comunità energetica ha diritto ad un punteggio maggiore e questo può stimolare gli imprenditori (che hanno consumi importanti e grandi superfici) a condividere l’energia per esempio nei momenti in cui la produzione non avviene.

Un articolo apparso su Nature lo scorso gennaio ha censito le comunità energetiche in 29 paesi europei di cui 26 stati membri dell’Ue. Nei paesi Ue si contavano 9.252 comunità energetiche, per quanto possiamo notare grandi disparità fra i paesi membri: più della metà di queste comunità si trova in Germania, che conta ben 4.848 comunità energetiche, con gli altri stati dell’Unione che seguono fino ad arrivare a paesi come Bulgaria, Malta, Romania e Ungheria che ne hanno appena una. Dopo quasi un anno è migliorata la situazione europea?

SV: Questo tipo di analisi necessità  di essere approfondita e contestualizzata nel sistema regolatorio e legislativo italiano. A livello europeo la situazione delle Comunità energetiche nate sotto la medesima direttiva è molto variegata in funzione di regole diverse che hanno attuato gli stati. Ci sono paesi in cui le CER gestiscono parte della rete elettrica di distribuzione e vendono l’energia ai propri soci, altri dove nascono sotto cabina secondaria, altri in cui si attua uno scambio virtuale come da noi o in cui il recepimento è ancora in corso. La Germania viene da un’esperienza pregressa che ha ispirato la direttiva europea e vede le CER simili ai nostri consorzi elettrici storici, con vantaggi per i soci molto più diretti e perimetri più piccoli. Difficile mettere sullo stesso piano esperienze con regole differenti, ma sul tema a livello comunitario si parla molto e la situazione appare in crescita in tutti i paesi.

Per quanto riguarda la normativa sulle comunità energetiche a livello italiano, la regolamentazione nazionale ha recepito quella europea (Direttiva Red II) in una prima fase, attraverso l’emanazione e conversione in legge del DL 162/19 (“Decreto Milleproroghe”) e successivamente con il DLgs 199/2021 e il i DLgs 210/2021. Secondo l’associazione Rinascimento Green che ha lanciato la petizione “Chiediamo i decreti attuativi! Sì alle Comunità Energetiche!” in Italia siamo ancora in attesa dei decreti attuativi, necessari a diffonderle. A che punto siamo in Italia e quali sono i principali ostacoli, oltre alla mancanza di decreti attuativi, per il pieno sviluppo delle CER?

SV: In Italia siamo partiti con una fase transitoria che ha visto nascere una cinquantina di comunità a livello nazionale e una in trentino, a Riccomassimo di Storo, e ora manca ancora qualche pezzo per essere operativi ma anche nel nostro paese c’è fermento. Certo il ritardo di un anno e mezzo nell’uscita dei decreti rischia di far scemare l’entusiasmo nelle esperienze che stanno nascendo. Aldilà dei decreti attuativi ci sono altre incognite nel mondo delle Comunità energetiche. C’è il tema giuridico, in particolare per i Comuni che spesso vogliono far nascere esperienze ma fanno fatica ad entrarci direttamente. C’è il tema del perimetro, ognuno vorrebbe una comunità attorno al proprio territorio invece per essere sostenibili si dovrebbe tendere ad una sola Cer per ogni cabina primaria. Il perimetro delle cabine non sempre coincide con il perimetro sociale di un territorio e ci sono paesi tagliati a metà su due o tre ambiti di riferimento. Infine il tema economico. Se non c’è un investitore a monte, al netto degli incentivi e della vendita di energia, l’investimento si sostiene?

E in Trentino a che punto siamo?

SV: In Trentino ci sono molti soggetti che lavorano al tema e i territori sono particolarmente attivi. Attualmente ci sono una decina di realtà che hanno costituito il soggetto giuridico per realizzare la Comunità e in attesa dei decreti lavorano a progettare gli impianti. Una cinquantina di realtà si stanno poi muovendo concretamente per far nascere comunità energetiche un po’ in tutta la Provincia. Sulle incognite aperte, stiamo lavorando come Provincia per colmare le necessità attraverso strumenti di orientamento tecnico, finanziario e giuridico. Nel corso dell’anno abbiamo pubblicato dei rapporti specifici, simulando le migliori configurazioni delle CER e approfondendo il ruolo degli enti locali. Abbiamo valutato il potenziale di produzione di energia fotovoltaica del Trentino e messo a disposizione un tool sul webgis trasversale che permette di capire quanto si riesce a produrre da ogni superficie. Inoltre coordiniamo le azioni sul territorio, attraverso un protocollo in essere con la Federazione Trentina delle Cooperative, i consorzi BIM, l’associazione artigiani, il consorzio dei Comuni. Ora stiamo lavorando, attraverso il progetto europeo Life+ Ecoempower, per mettere a sistema tutto ciò che abbiamo, puntando a creare un One Stop Shop territoriale. Una sfida che ci vede partecipi assieme a partner di Francia, Germania, Belgio, Grecia, Repubblica Ceca oltre alla Fondazione Bruno Kessler e all’Università di Trento.

Grazie mille per le spiegazioni e per il vostro prezioso lavoro!