Abbiamo scelto di rilanciare questa riflessione pubblicata martedì 29 agosto su ilT – Quotidiano Autonomo del Trentino Alto Adige – Sudtirol e firmato da Lucia Virginia Ori, Stefania Loiudice e Livia Crisà, tre studentesse dell’Università di Trento, attorno alla cultura maschilista e riduzionista che ancora domina il dibattito pubblico attorno alle violenze maschili.
Abbiamo scelto di pubblicare questo contributo perché crediamo che occorra un’assunzione di responsabilità anzitutto maschile e collettiva rispetto a questi temi. Crediamo che spazi come questo debbano essere attraversati da queste riflessioni e che serva fare rete, sempre e di più.
C’è un problema che esiste e persiste, non è catalogabile ad una serie di episodi isolati e non è la sfortuna di aver fatto la strada sbagliata. È la storia. Quella che leggiamo sui giornali, che riempie i nostri social. Ma la leggiamo ormai così spesso che ci sembra quasi una prassi accettabile.
I giornali nazionali sono coperti da notizie e racconti di quanto avvenuto a Palermo, i social pullulano di polemiche contro le “sentenze shock” delle Corti di merito che vedono soccombenti le donne vittime di molestie per motivi che facciamo fatica a definire giusti. Abbiamo sentito in questi giorni di quanto è successo a Rovereto e continuiamo a sentire di giorno in giorno notizie e storie di violenza e sopraffazione.
Ci chiediamo se il problema è l’educazione o la società, se é una questione di potere, di patriarcato o se è tutto questo messo insieme. Ci chiediamo anche se, nell’ottica di ricercare le cause, non si perda la necessità di trovare collettivamente una soluzione mirata alle esigenze del territorio, di prevenire.
E a Trento?
Quest’estate, in una notte di inizio luglio, una studentessa universitaria è stata vittima di molestie da parte di un uomo tra l’autostazione e il cavalcavia San Lorenzo. L’uomo ha seguito la ragazza in auto chiamandola e cercando di bloccarla mentre cercava di scappare. La mattina dopo recandosi al comando dei carabinieri per sporgere denuncia, come da suo diritto, si è sentita svilita e vittimizzata dall’agente di servizio che le ha impedito di presentare la denuncia contro il proprio molestatore.
A giugno, un’altra studentessa è uscita in pieno pomeriggio per andare a fare la spesa, come tanti e tante di noi fanno, in centro, a Trento. La ragazza è stata molestata da una guardia di sicurezza del supermercato. Era in un luogo sorvegliato ed apparentemente sicuro.
Questi sono due episodi, ma ricalcano la trama di qualcosa che troppo spesso siamo costrette a subire, che non è un’eccezione. Sono solo esempi di molteplici episodi di molestie che avvengono a Trento ogni giorno e ogni notte. Tutto questo, in ogni zona della città, comporta il doversi guardare le spalle per tornare a casa, chiedere di essere accompagnate, sperare che la persona che ti viene incontro in una strada isolata cambi lato del marciapiede, così da poter controllare meglio la situazione e poter scappare, tenere in mano le chiavi di casa tra il pollice e l’indice chiusi a pugno, giusto nel caso dovesse succedere qualcosa.
Non riusciamo più a vedere chi non riesce a vedere. É un problema che ci riguarda tutti, nessuno escluso.
Le molestie di strada o catcalling in Italia, non sono ancora ritenute reato specifico, a meno che non rientrino in alcune casistiche dell’art.660 del Codice Penale per molestia o disturbo alle persone in luogo pubblico. E poi, a cosa servirebbe una norma specifica se quando ci presentiamo e denunciamo non veniamo credute e ascoltate? Con quale forza e fiducia possiamo farci sentire? Prima di esistere sulla carta, sarebbe il momento di legittimare il problema fattualmente e socialmente.
La cosa più grave e sconcertante di tutto questo è l’indifferenza delle istituzioni e delle autorità. Sarebbe immediato un rimando agli ultimi casi nazionali: la simmetria c’è ed è lampante. Siamo vittime non solo del nostro aggressore, ma di un sistema che fa fatica a crederci e a capire, che non ci legittima, favorendo azioni abusanti nei confronti delle donne vittime di molestie e violenza. Accade anche a Trento e dobbiamo ricordarlo.
Se tutto questo succede e continua a succedere, è necessaria una riflessione di più ampio respiro che veda coinvolta ogni tipo di realtà, pubblica e privata, per costruire una città che sia vivibile in tutti i momenti della giornata.
Come comunità universitaria da anni ci sentiamo dire che uno dei più grandi problemi della città è la “movida”. Vorremmo allora chiedere dove possiamo andare, in quale altra strada o quartiere, se quotidianamente succedono episodi di questo tipo.
É il momento di cambiare la narrativa e andare più in profondità, di ripensare al rapporto tra cittadinanza e studenti con lo scopo di mettere in atto politiche urbanistiche che permettano alla vita notturna della città di avere degli spazi propri e sicuri. La soluzione sul lungo termine non è lo steward davanti ad un noto locale trentino, ma prendere a cuore la rigenerazione della città. Sarebbe forse il momento per il Comune e per la PAT di prendere e farsi carico di un tema, che al suo interno ha molteplici sfaccettature: la riqualificazione della nostra città e del ripopolamento delle aree, per la sicurezza delle proprie cittadine e dei propri cittadini.
Da un po’ di tempo ormai, a Trento, si sono sviluppati vari progetti portati avanti da associazioni private che vedono al centro proprio queste tematiche, con focus specifici su vari aspetti, anche quello della sicurezza notturna.
“E quindi uscimmo a riveder le stelle” è il progetto più recente della Consulta degli Studenti con la collaborazione delle associazioni universitarie UNITiN, UDU e del Conservatorio Bonporti.
Il progetto si sviluppa come un percorso collettivo di riflessione e di elaborazione di azioni concrete da portare avanti per le strade di Trento. Nasce da una riflessione più che attuale: immaginiamo Trento come un cielo nero illuminato solo da qualche punto di luce, da cui tutti siamo attratti. Il progetto mira ad “illuminare la città” creando un percorso partecipativo che, si spera, possa generare una riflessione tra comunità studentesca e cittadinanza e che possa portare ad azioni concrete a livello politico.
La comunità studentesca ha un ruolo fondamentale per migliorare gli strumenti di progettazione urbanistica già esistenti e dare forma concreta a interventi mirati che siano pensati per questa tematica. Per questo, invitiamo chiunque voglia a camminare insieme in risposta a tutte quelle volte che non ci siamo sentite e sentiti sicure e sicuri.
Rimarchiamo che tutto questo non basta, se a mancare dall’altra parte è l’intervento di realtà pubbliche con il loro tentativo di dare una struttura solida e raccordare queste necessità. Ripopolare una città nelle sue aree più sensibili è anche renderla sicura.
Vogliamo che Trento sia una città aperta e viva.
Siamo tre studentesse universitarie, vogliamo gridare e farci sentire: questa è la nostra città e tra qualche anno ci saranno altre ragazze al nostro posto. Vorremmo che queste “altre” si sentissero sicure, che avessero la libertà di tornare a casa senza accelerare il passo, senza essere costrette a far finta di parlare al telefono pur di non sentirsi sole.
Lo vorremmo per loro e per noi.
Perché tutto questo viene ancora reputato da alcuni normale e, di normale, non ha nulla.
Lucia Virginia Ori
Stefania Loiudice
Livia Crisà
Invitiamo chi ci legge a segnalare altre riflessioni e altri canali. Potete scrivere a info@abitarelaterra.org oppure a @emapasto.
Questi sono alcuni canali che ci sentiamo di consigliare:


