Iscriviti

Ricevi gratuitamente la newsletter settimanale che prova ad approfondire e raccontare, tra locale e globale, alcuni degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030. Informativa in merito al trattamento dei dati

Vuoi pubblicare su Abitarelaterra?

Inoltra le informazioni ad info@abitarelaterra.org. Per gli eventi da rilanciare in newsletter è necessario segnalarli entro e non oltre le 12.00 del venerdì, con un anticipo di due settimane sull'evento, indicando  numero di telefono ed e-mail di riferimento. Il servizio è GRATUITO!

Chi siamo

Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Proteggere la libertà dei media: dal Trentino, un impegno transnazionale ed europeo

di Marzio Fait

 

A Nevesinje, in Bosnia ed Erzegovina, l’unica testata di giornalismo investigativo dell’area, il portale Direkt, rischia di chiudere entro la fine dell’anno.

Fondato da due giornalisti e recentemente ampliato con una piccola redazione, Direkt si regge soprattutto grazie a finanziamenti esterni. Ora, però, la sua sopravvivenza è in bilico: come racconta Mediacentar, un centro di supporto al giornalismo indipendente bosniaco, la sospensione dei programmi di aiuto internazionale del governo statunitense, voluta da Donald Trump subito dopo il suo insediamento, ha innescato un’ondata di incertezza che ha colpito molte realtà in tutto il mondo. Se l’USAID non riprenderà i finanziamenti, la testata dovrà chiudere.

La precarietà economica e la dipendenza da fondi esterni rappresentano solo alcuni dei fattori che oggi minacciano la libertà di stampa.
A questo proposito, secondo l’organizzazione Reporters Without Borders, oltre alle violenze fisiche e verbali contro i giornalisti, la minaccia più pressante riguarda l’ingerenza della politica sul mondo dell’informazione. Una situazione che coinvolge trasversalmente molti Paesi, anche tra quelli considerati democrazie consolidate.

In questo scenario si inserisce l’impegno dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa, unità operativa del Centro per la Cooperazione Internazionale di Trento, da anni impegnata nella promozione della libertà dei media e del giornalismo indipendente in Europa, sia attraverso la sua testata online, sia in qualità di partner italiano del Media Freedom Rapid Response, un consorzio che lavora per la tutela della libertà di stampa negli Stati membri dell’UE e nei Paesi candidati all’adesione.

Alla vigilia della Giornata mondiale della libertà di stampa, che si celebra domani, 3 maggio, abbiamo incontrato Serena Epis, project officer di OBCT, per riflettere sul significato di libertà di stampa e analizzare le principali sfide che la mettono in discussione.

 

Serena. In che cosa consiste il diritto alla libertà di stampa e quali sono i principi fondamentali che lo contraddistinguono?

Io partirei dalla definizione che troviamo nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’articolo 11, dove si fa proprio riferimento al diritto alla libertà di espressione e di informazione. Qui viene ribadito che ogni cittadino europeo ha diritto a ricevere informazioni libere, imparziali e indipendenti.

Secondo me, questo dovrebbe essere il punto di partenza: un Paese democratico non può prescindere da un sistema mediatico libero e indipendente, ossia un sistema capace di garantire il diritto di ricevere informazioni di interesse pubblico senza vincoli, nemmeno geografici.

E poi non possono mancare il pluralismo, la stabilità economica (perché un sistema mediatico precario è un sistema vulnerabile), il buon funzionamento del servizio pubblico e un ambiente favorevole al lavoro dei giornalisti, che devono poter esercitare la propria professione liberi da minacce o intimidazioni.

 

Guardando all’Italia e all’Europa, quali sono le principali minacce che vedete oggi alla libertà di stampa?

Quello che stiamo vedendo è che la libertà dei media è sotto attacco quasi ovunque, sia nei Paesi membri dell’Unione che in quelli candidati.
Non possiamo più pensare che sia un problema limitato a Stati come l’Ungheria o la Polonia: oggi anche democrazie che pensavamo consolidate stanno vivendo un indebolimento della libertà dei media, e purtroppo anche l’Italia non fa eccezione.

Le principali tendenze che osserviamo si concentrano su tre grandi temi.

La prima è la media capture, o cattura dei media. In tanti Paesi l’indipendenza dell’informazione si sta indebolendo, sotto il peso di pressioni politiche ed economiche sempre più forti. In Italia, ad esempio, l’influenza della politica sul servizio pubblico, la RAI, è sempre esistita, ma negli ultimi anni la situazione è peggiorata.

Poi c’è l’aumento delle SLAPP, acronimo di Strategic Lawsuit Against Public Participation. Parliamo di azioni legali vessatorie usate per intimidire giornalisti e professionisti dell’informazione, spesso promosse da persone in una posizione di potere, politico o economico.
Sono azioni che hanno un impatto pesantissimo, sia finanziario che psicologico, soprattutto per chi lavora da freelance e non ha una redazione alle spalle che possa supportarlo.

Infine, c’è la questione della sicurezza dei giornalisti. Se da un lato gli attacchi fisici sono diminuiti, dall’altro sono aumentati quelli verbali, soprattutto sui social, con campagne d’odio, episodi di diffamazione e, in certi casi, anche minacce vere e proprie.

Accanto a tutto questo, c’è un altro problema molto importante, che riguarda la sostenibilità economica. La fragilità finanziaria di molti media li rende ancora più vulnerabili e mette seriamente a rischio la loro indipendenza.

 

In primo piano mani che reggono due microfono, mentre scrivono su taccuino.

Foto di Mihajlo Maricic da Getty Images (Canva)

Nonostante le evidenti difficoltà, negli ultimi tempi ci sono stati segnali positivi per la libertà di stampa?

Purtroppo gli sviluppi positivi non sono molti, anche se qualcosa si sta muovendo, soprattutto a livello europeo.

L’anno scorso, per esempio, sono stati adottati due strumenti legislativi importanti: da un lato l’European Media Freedom Act (EMFA) – un nuovo insieme di regole per proteggere il pluralismo e l’indipendenza dei media nell’UE – e dall’altro, la direttiva europea contro le SLAPP.
Anche se la loro efficacia è ancora tutta da dimostrare, possiamo considerarli dei passi avanti, perché significano che le istituzioni europee hanno riconosciuto che la libertà dei media è una priorità politica.

A questo risultato, insieme ad altre realtà della società civile, ha contribuito anche il consorzio di cui facciamo parte, il Media Freedom Rapid Response: abbiamo partecipato alle consultazioni con le istituzioni europee sia per la stesura di EMFA che per la direttiva anti-SLAPP, evidenziando quelle che per noi sono le questioni prioritarie da affrontare.

Sono stati successi importanti, anche se, come accade sempre con le normative europee, sono frutto di compromessi tra posizioni molto diverse: ci sono stati alcuni Paesi che si sono opposti fino all’ultimo alla loro introduzione.

Ora che le norme sono state adottate, dovranno essere recepite da tutti i governi. La sfida, per noi, sarà monitorare che vengano davvero applicate in modo corretto.

 

Serena Epis durante una conferneza, primo piano

Serena Epis, in primo piano (Foto di OBCT-CCI)

In cosa consiste il progetto Media Freedom Rapid Response e qual è il ruolo di OBCT al suo interno?

Il Media Freedom Rapid Response è un consorzio europeo che si occupa di tutelare la libertà di stampa nei Paesi dell’Unione Europea e in quelli candidati.

Le attività principali sono tre.
La prima consiste nel monitoraggio delle violenze e delle violazioni contro giornalisti e redazioni (attacchi fisici, minacce legali, abusi verbali o danni alla proprietà) attraverso la piattaforma online Mapping Media Freedom.

La seconda prevede l’assistenza diretta alle persone colpite, attraverso varie forme di supporto legale, economico e psicologico.

La terza macroarea è quella dell’advocacy: a partire dai dati raccolti, cerchiamo di portare questi temi all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica, attraverso comunicati, dichiarazioni congiunte e missioni nei Paesi dove la situazione è particolarmente critica.
Una delle più recenti è stata in Serbia, all’inizio di aprile, dove abbiamo portato una missione di solidarietà verso i giornalisti che lavorano nel contesto delle proteste per il ripristino dello Stato di diritto. In questo caso, anche la presenza fisica può essere un modo per mantenere alta l’attenzione su questi temi.

Per quanto riguarda OBCT, supportiamo le attività del consorzio attraverso la nostra expertise sui Paesi del sud-est europeo, producendo analisi, approfondimenti e contenuti giornalistici che permettono di dare contesto alle segnalazioni e ai casi di advocacy su cui lavoriamo.

Da Trento, cerchiamo di fare un po’ da cerniera tra il livello locale, italiano, e quello europeo, coordinando anche le attività a livello transnazionale.
Per noi questo aspetto è fondamentale: il monitoraggio, il supporto e l’advocacy sono molto più efficaci se fatti insieme, perché il lavoro in rete permette di esercitare una pressione più forte e visibile nei singoli Paesi.