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Chi siamo

Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

PRIGIONIERI E ESCLUSI
Imprigionati, sfollati, affamati, uccisi. Adesso senza aiuti umanitari. E con il dissenso pacifico nel mirino di nuove legislazioni “democratiche”. Di fronte a quello che continua ad accadere a Gaza e che si intensifica in Cisgiordania, come cittadine italiane ci sentiamo responsabili di quanto il nostro governo fa e soprattutto non fa verso Israele:
 
NON opera per la «prevenzione e repressione del crimine di genocidio» in ottemperanza al diritto internazionale (interruzione della fornitura di materiale bellico, esercizio di pressioni politiche e diplomatiche);
NON sanziona Benjamin Netanyahu, ricercato per crimini contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, ma gli permette anzi di utilizzare liberamente lo spazio aereo italiano e non fa mistero di essere disponibile ad un’accoglienza amichevole;
NON si adopera affinché possano entrare a Gaza gli aiuti umanitari sempre bloccati per la maggior parte al di qua dei valichi;
NON compie alcuna azione di fronte alla pulizia etnica compiuta in corso in Cisgiordania per opera dei coloni, secondo una esplicita politica del governo con il supporto dei militari;
NON protesta contro il sostanziale embargo scattato il 1° gennaio per tenere fuori dalla Striscia le organizzazioni umanitarie indipendenti (mentre 10 governi occidentali hanno firmano contro il blocco delle ONG);
NON riconosce lo Stato di Palestina (l’Italia è tra i pochissimi Paesi a non averlo fatto).
 
Azioni di resistenza dal basso:
Liberiamo Marwan Barghouti. È in corso una mobilitazione internazionale per la liberazione del più autorevole leader palestinese, detenuto da 23 anni in condizioni inumane e a rischio di essere giustiziato da Israele. Il governo israeliano ha posto il veto all’inclusione di Barghouti nella lista dei prigionieri da liberare nell’ambito dell’accordo per il cessate il fuoco.
 
Contro l’apertura di un CPR a Trento. Il CPR risponde ad un modello di gestione del fenomeno migratorio che mira alla colpevolizzazione, delegittimazione e ghettizzazione di migranti e richiedenti asilo; costituisce un altro passo nella distruzione di politiche dell’accoglienza che vedono nella promozione di relazioni sociali e di occasioni di lavoro le basi per la costruzione di una società inclusiva. UN OLTRAGGIO, secondo il Segretario delle Nazioni Unite.
 
Il 30 dicembre 2025, Israele ha comunicato la lista delle ONG che non potranno più operare a Gaza. Nella lista, fra le 37 escluse, molte hanno in Italia la loro sede principale: Medici Senza Frontiere (assiste un parto su tre e un letto ospedaliero su cinque); ActionAid (opera con adozioni a distanza dei bambini); Oxfam (aiuta i civili con cibo, igiene, acqua e mette al centro del suo lavoro l’empowerment femminile); Caritas (offre rifugio alle famiglie); WeWorld (opera a Gaza e in Cisgiordania dal 1992 con programmi per l’acqua e l’igiene, nonché progetti educativi per alunni ed insegnanti). Il motivo ufficiale: terrorismo. Per Medici Senza Frontiere, ad esempio, l’accusa è «di impiegare due operatori legati a gruppi militanti palestinesi», senza presentare alcuna prova. Le Ong non intendono piegarsi al diktat israeliano di fornire la lunga lista dei dati sensibili dei dipendenti palestinesi, obbligatoria per poter permettere l’accesso a Gaza degli operatori ed il rinnovo delle licenze, perché questo metterebbe a rischio la sicurezza del personale in campo.Non dimenticando la strage di sanitari, giornalisti e operatori umanitari (500 solo questi ultimi) eliminati da Israele in questi due anni, le ONG hanno chiesto l’intervento delle Nazioni Unite ed una protesta massiccia della società civile, in attesa dell’esito dei ricorsi giudiziari. Le accuse riecheggiano quelle mosse in passato contro l’UNRWA, Agenzia dell’ONU che dal 1948 è attiva nei territori occupati a sostegno dei palestinesi cacciati dalle loro terre. L’UNRWA, responsabile, secondo Israele, di essere infiltrata da Hamas, è stata prosciolta da ogni accusa da un parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia, che ha stabilito che Israele «è tenuto a facilitare e sostenere l’assistenza umanitaria a Gaza, inclusa quella fornita dall’UNRWA» giudicando infondate le accuse per cui l’agenzia sarebbe complice degli attacchi del 7 ottobre. L’estensione della definizione di “terrorista” a tutti i gruppi ed i singoli che non condividono la scelta genocida di Israele, allarma per la criminalizzazione del dissenso e della tutela dei diritti in tutta Europa. A seguito dell’adozione del concetto di antisemitismo da parte dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance, vedasi volantino 17 dicembre scorso), da mesi sono in stato di reclusione preventiva attivisti del gruppo Palestine Action, arrestati a Londra perché partecipavano ad una manifestazione di solidarietà. Nel luglio 2025 Palestine Action è stata aggiunta all’elenco delle organizzazioni terroristiche. Il sostegno all’organizzazione, anche attraverso la mera esibizione di un cartello con frasi solidali, è punibile con una pena detentiva fino a sei mesi: nella seconda metà dell’anno per questo motivo sono state arrestate 2300 persone. Otto di loro, da oltre 50 giorni stanno conducendo uno sciopero della fame ad oltranza. Nel nostro stato, le inchieste che hanno portato all’arresto del presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Mohammed Hannoun, accusato di aver gestito una rete di finanziamenti diretti ad Hamas, sono frutto di un’insolita e pericolosa collaborazione tra autorità inquirente e servizi segreti israeliani, come affermato dai Pubblici Ministeri. Non è affatto chiaro, allo stato, il motivo per cui i fondi di cui disponevano gli arrestati siano stati ritenuti destinati a finalità diverse da quelle umanitarie, considerato che gli imputati sostengono di avere traccia trasparente di ogni versamento eseguito a favore delle associazioni (una ventina) che in Palestina distribuivano aiuti. Certo è che se quelle associazioni sono bandite in Israele come associazioni terroristiche, si crea un corto circuito in quanto sono le posizioni ideologiche a dimostrare la gravità delle accuse anziché i fatti e le concrete condotte individuali. Il ricorso a fonti israeliane per dichiarare l’appartenenza ad Hamas di determinate organizzazioni umanitarie non può essere ritenuto decisivo per la scarsa attendibilità di tali fonti, provenienti da uno Stato uso alla manipolazione politica della giustizia oltre che sotto accusa per genocidio da parte delle Corti Internazionali. Riteniamo necessario ribadire che la solidarietà, la libertà di manifestazione del pensiero, la libertà di associazione e l’impegno civile a tutela dei diritti fondamentali sono pilastri della nostra Carta Costituzionale.
DONNE IN NERO. Con questo nome nel 1988 alcune donne israeliane hanno cominciato a manifestare a Gerusalemme contro l’occupazione dei territori palestinesi da parte dello stato di Israele. Il Nero ed il Silenzio sono «assunti a simbolo della tragedia comune del popolo palestinese ed israeliano». Da quel momento il movimento è cresciuto fino a diventare internazionale, testimoniando l’opposizione ad ogni guerra e ad ogni violenza. «Il nostro nero, il nostro silenzio non sono rassegnazione e impotenza, ma protesta e riflessione». A Rovereto, le Donne in Nero sono state in piazza negli anni ’90 durante la guerra nei Balcani e, dal 2003, durante quella del Golfo. Aderiscono al Coordinamento nazionale “10, 100, 1000 PIAZZE – Donne per la Pace”.
 
A Rovereto stiamo manifestando dall’ottobre 2023: il primo sabato (ore 10 – 11) e il terzo mercoledì del mese (ore 17 – 18) in via Stoppani. VI ASPETTIAMO, contattateci alla mail donneinnero.rovereto@gmail.com