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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Vite Intrecciate. A Brentonico una nuova associazione per la tutela del territorio

di Marzio Fait

 

Da qualche mese sull’altopiano di Brentonico si discute dell’acquisto da parte di un grande gruppo vitivinicolo di dieci ettari di terreno, destinati alla produzione di spumante, tra le frazioni di Polsa e San Valentino.

Sebbene alcuni giornali abbiano riportato con entusiasmo le parole della famiglia proprietaria, che descrive il progetto come “eroico, un po’ futurista: una cantina a 1.050 metri, la più alta d’Europa”, una parte della popolazione nutre forti dubbi sui risvolti di questa iniziativa.

L’associazione brentegana Vite Intrecciate, infatti, ha inviato una lettera all’amministrazione comunale, firmata da oltre 250 persone, per esprimere la propria preoccupazione, chiedere misure concrete per proteggere il territorio e sottolineare l’urgenza di individuare modelli alternativi alla monocultura intensiva.

In particolare, Vite Intrecciate segnala rischi per la biodiversità locale, per l’impatto paesaggistico (legato a sbancamenti, recinzioni e terrazzamenti) e per la salute. L’uso massiccio di fitosanitari, che attualmente su dieci ettari non rappresenta un pericolo tangibile, potrebbe diventarlo se questo modello si estendesse, incidendo sulla salute umana, sul suolo e sulle risorse idriche dell’altopiano, già oggi limitate.

Questi timori si inseriscono in un contesto più ampio, che riguarda molte comunità montane: una crisi abitativa aggravata dal turismo di massa, un’economia locale chiamata a ripensarsi di fronte alla crisi climatica e una crescente scarsità di risorse idriche, spesso destinate all’innevamento e all’agricoltura.

Da qualche tempo, quindi, l’associazione ha iniziato a organizzare iniziative di sensibilizzazione per la cittadinanza e si sta muovendo per promuovere la creazione di un tavolo di confronto che coinvolga agricoltori, esercenti, amministratori e soggetti della società civile.

Ne abbiamo parlato con Laura Malfatti e Mario Bianchi, membri dell’associazione.

Due persone su un palco in montagna. Una parla al microfono davanti a un gazebo bianco. L'altra tiene in mano un foglio.

Momento di presentazione dell’associazione al Rifugio FosCe (foto di Francesca Cardin).

 

Mario, innanzitutto un po’di contesto. Puoi raccontarci com’è evoluto il territorio di Brentonico negli ultimi decenni?

Panorama di Brentonico. Si vedono montagne, cielo azzurro e nuvole.

Riserva Bes Corna Piana ripresa da Prà Alpesina – Brentonico.

MB: Per quanto mi riguarda, posso parlarti di com’è cambiato il territorio dalla fine degli anni Sessanta in poi. All’epoca, prima dello sviluppo turistico, il paesaggio di Brentonico era quello tipico alpino, con terreni coltivati e pascoli. Poi sono arrivati i grandi impianti sciistici, che hanno trasformato l’economia e il territorio, portando sicuramente nuove opportunità e un incremento della presenza turistica.

Oggi però quel modello pone nuove sfide, perché la neve scarseggia e l’innevamento artificiale, necessario per tenere in vita gli impianti, consuma molta acqua in un territorio che non ne ha in abbondanza, rendendo urgente pensare a strade alternative o complementari più sostenibili, anche per quanto riguarda la questione abitativa.

Accanto a questo, c’è stato un altro passaggio importante, ossia la progressiva industrializzazione di Rovereto, che ha spinto molte persone ad abbandonare la terra per cercare lavoro in fabbrica. Anche l’allevamento è cambiato. Con il tempo, le stalle sono diminuite e hanno ceduto spazio a poche realtà più grandi, anche perché la Provincia ha spinto molto su quel modello.

Negli anni Novanta, sul suolo comunale c’erano una quindicina di stalle, oggi ne sono rimaste tre, molto grandi. E spesso queste strutture seguono disciplinari che consentono l’uso di mangimi o fieno acquistati da fuori. Di conseguenza, i pascoli e le malghe sono stati progressivamente abbandonati.

Questi processi hanno favorito l’avanzata del bosco su terreni un tempo coltivati o lasciati a pascolo. Ora quegli appezzamenti vengono venduti a prezzi bassi, ma appena ci pianti una vigna il loro valore cresce di colpo. Questo apre la porta a speculazioni, oltre a possibili rischi per la biodiversità e la salute umana, se certe pratiche non vengono gestite con attenzione.

 

Laura. Per provare a rispondere a queste sfide nasce proprio l’associazione Vite Intrecciate. Ci racconti la sua storia?

LM: L’associazione è nata quest’estate in maniera molto spontanea. Il tema delle nuove piantagioni di vite sorte qui sull’altopiano era molto sentito. Dall’oggi al domani abbiamo visto vaste aree disboscate per far posto a vigneti, avviati soprattutto da persone venute da fuori, che forse non condividono la stessa sensibilità della comunità locale rispetto ai probabili impatti ambientali.

In una parte della nostra comunità si è sviluppata quindi una forte preoccupazione per la possibile perdita di biodiversità, per la trasformazione del paesaggio, per l’uso di prodotti fitosanitari e per l’ingente consumo di risorse idriche. Più se ne parlava, più diventava evidente che c’era bisogno di capire meglio, di confrontarsi, di informare. E anche di comprendere il ruolo del Comune, e come siano state autorizzate certe trasformazioni.

Da lì è nata l’idea di fondare un’associazione per monitorare il fenomeno e tenere aggiornata la cittadinanza.

 

Il nome dell’associazione è molto evocativo. Vuoi parlarcene?

LM: “Vite Intrecciate” è un nome che ci è venuto quasi naturalmente. “Intrecciate” perché abbiamo visto come tutto quello che succede sul territorio ha effetti su qualcos’altro: l’ambiente, la perdita di biodiversità, la salute, l’uso delle risorse… sono tutte cose legate tra loro.

“Vite” perché riguarda le persone, le loro esistenze, e anche perché è stata proprio la pianta della vite a far nascere in noi l’urgenza di fare qualcosa.

 

Chi ne fa parte?

LM: Al momento siamo soprattutto famiglie. Mamme e papà giovani, ragazzi, gente del posto ma anche persone che si sono trasferite qui da altri luoghi. C’è chi è nato all’estero, chi è cresciuto qui e poi ha deciso di tornare a vivere sull’altopiano e chi non se n’è mai andato. Ognuno porta la sua esperienza, la sua sensibilità, e questo è un grande valore.

Possiamo dire che Vite Intrecciate è una realtà civica, volontaria e apartitica, formata da persone che tengono al territorio e vogliono fare qualcosa di concreto. Il supporto della popolazione c’è, anche se per ora la partecipazione attiva non è ancora altissima. Ma speriamo che presto le cose cambino, e che sempre più persone si affezionino a questa causa.

 

Che cosa avete organizzato e quali piani avete per il futuro?

Cartello bianco in primo piano, tenuto da due mani.

Rifugio FosCe (Foto di Francesca Cardin).

LM: Siamo partiti quest’estate con una piccola rassegna informativa di quattro incontri, rivolta alla cittadinanza. L’idea era di proporre qualcosa che non fosse allarmistico o negativo, ma che aiutasse ad allargare lo sguardo, anche oltre il problema locale dei vigneti.

Abbiamo parlato di turismo invernale e delle sue ricadute ambientali, sociali ed economiche; di biodiversità, con la testimonianza di un’azienda agricola cembrana che porta avanti pratiche sostenibili. È stato bello perché hanno partecipato anche alcuni agricoltori della zona, che hanno fatto domande e portato il loro punto di vista. Abbiamo discusso poi della trasformazione del paesaggio montano e di un’iniziativa di tutela del territorio portata avanti in Veneto.

Nei prossimi mesi, parleremo del caporalato nel Nord Italia, e di come certi meccanismi potrebbero toccare anche il nostro territorio. Affronteremo poi il tema del disboscamento e delle sue conseguenze idrogeologiche e degli impatti dei fitosanitari sulla salute e sull’ambiente.

Intanto stiamo cercando di sensibilizzare il Comune, perché apra un tavolo di confronto su questi temi e permetta una partecipazione vera della cittadinanza.

 

 

“Si parla spesso dei problemi del territorio, ma raramente la cittadinanza ha la possibilità di prendere parola e partecipare davvero alle decisioni su ciò che la riguarda. Speriamo che, attraverso il lavoro delle associazioni e una mobilitazione sul piano informativo, chi vive il territorio possa finalmente avere voce in capitolo”