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Chi siamo

Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Anno due

Fine anno, tempo di bilanci: è un automatismo che può avere poco senso (e forse, alla fine, ne ha effettivamente poco) ma che ci aiuta a fissare alcuni punti, tra cose fatte e altre che incombono.

Quest’anno è iniziato con un discorso di cui si è parlato per un po’: dall’altra parte del mondo, Jacinda Ardern ci ricordava che “politician are humans” e che a volte è necessario saper dire basta. A guardarlo un’anno dopo, quel discorso (e il dibattito che ne è seguito) è stato poco più che una parentesi. 

Una canoa piena di buchi

Faremo con quello che avremo” scrive Ferdinando Cotugno nell’ultima edizione di Areale dalla COP28. “Continuiamo a essere in pericolo dentro un mondo pericoloso, ma abbiamo degli strumenti politici nuovi e un orizzonte diverso. […] La sintesi migliore, come spesso è capitato in queste due settimane, l’hanno trovata i delegati delle Marshall Island: «Eravamo venuti fin qui per costruire una canoa, ne abbiamo una piena di buchi, ma dobbiamo metterla in acqua, perché non abbiamo nessun’altra opzione»”.

Quella canoa è l’accordo precario e imparziale uscito dalla COP, quella canoa riguarda le azioni che atterrano sui territori. Occorrono alleanze, occorrono subito

Ad ogni giro di boa, manchiamo un pezzo sempre più importante degli obiettivi che ci siamo datə: quelle alleanze non sono automaticamente la soluzione ma gli strumenti di cui abbiamo bisogno per fare di più, per fare meglio. Da un grande benessere deriva una grande responsabilità, ne parlavamo qualche settimana fa: il bilancio oggi è ancora di una certa irresponsabilità, un dominio dell’incuria (di cui scriveva The Care Collective tempo fa). Fortuna che gennaio arriva presto.

Che senso rimane?

Le imprese sociali sono entrate in una nuova fase storica” troviamo scritto sul Manifesto dell’impresa sociale per le nuove generazioniin cui è indispensabile ricostruire un rapporto con le nuove generazioni”. Per farlo, occorre “pensare a modelli di impresa sociale maggiormente aperti e sensibili al cambiamento generazionale, capaci di interloquire con chi entra oggi nel mondo del lavoro e con chi domani sarà chiamato a dare senso all’agire delle nuove organizzazioni. Una fotografia di settore, quella fatta da Master GIS e dalle altre realtà che sostengono questo percorso formativo, che vuole individuare principi e strumenti per affrontare i sistemi di governance e per dare spazio a voci diverse e nuove, che faticano troppo spesso a trovare spazio. 

La questione del lavoro si intreccia con la ricerca di senso di interi corpi sociali, di un’intera generazione: il CENSIS fotografa un’Italia che “sembra aver perso il suo significato più profondo, come riferimento identitario, perno centrale della vita, misura del successo personale e dell’affermazione sociale, oltre che mezzo di gratificazione economica”.

Quell’inversione di senso legata al lavoro interroga e travolge tutto: in questa tempesta, il terzo settore – tra moltissime altre forme del lavoro – vive una crisi acuta. Se ci siamo raccontatə (e abbiamo raccontato) che il terzo settore vive attraverso passioni che motivano professionistə lə più diversə ad operare, travolto il senso del lavoro si travolge un pezzo del senso della cooperazione. Cosa rimane?

Il 2020 – riferimento inevitabile nel calendario del mondo – ha evidenziato questa crisi: il lavoro non ci ha mai amato, costruisce pezzi di identità per sempre meno persone. Trovare senso è un’operazione che deve passare da altri canali: un tempo liberato per fare anche altro; la possibilità materiale di fare delle scelte e il potere politico di portarle avanti; l’amorecuore pulsante del programma che abbiamo sviluppato fino a questo punto senza il quale il resto sarebbe un ammasso senza vita” (Toni Negri ce lo aveva raccontato bene).

La bugia dello sforzo personale

La sopravvalutazione dello sforzo personale” scrive Brigitte Vassallo in Linguaggio di genere, esclusione di classe (Tamù, 2023) “nasconde il fatto che emanciparsi dalla miseria non ha a che vedere soltanto con il tuo sforzo ma con una marea di infrastrutture che lavorano instancabilmente per farti accettare la disuguaglianza come destino”.

Il racconto delle esperienze e delle soggettività che operano quotidianamente a scavalco tra imprese sociali e culturali, tra pubblica amministrazione e terzo settore, tra volontariato e attivismi, ha bisogno di fare i conti anche con questo. Quando parliamo di volontariato, di cittadinanza attiva, quando parliamo del lavoro di comunità non possiamo eludere il tema della stanchezza, della fatica soverchiante e della necessità – del bisogno – di trovare alternative a questo sistema. Il tuo sforzo non basterà. Il mio sforzo non basterà. Il nostro?

Fine anno, tempo di bilanci. Sono solo alcuni dei temi che hanno accompagnato questo lungo 2023 e che si proiettano nell’anno ormai alle porte. Cosa vogliamo farne? Joan Tronto ha scritto, in Who Cares? (Castelvecchi, 2015), che occorre agire una rivoluzione della Cura che prenda il posto di quella che, negli anni ‘80, ci ha portato a credere così ottusamente che la società non esista, che non vi siano alternative al modo in cui va il mondo. “Con tutto il rispetto per dove va il mondo/ Io oggi / Resto” canta SARAFINE, l’ultima vincitrice di X Factor: non un’ideologa, certo, ma se anche i prodotti più mainstream arrivano a questo genere di conclusione allora qualcosa possiamo farla ancora. A partire da una correzione, piccola ma di sostanza: noi oggi restiamo.