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Abitare la Terra 2030 è un servizio di informazione gratuito curato da Fondazione Fontana onlus e sostenuto dal Forum Trentino per la Pace e i Diritti Umani assieme al Non Profit Network-CSV Trentino. Fondato sui temi della promozione e sviluppo del volontariato, della cooperazione internazionale e tutela dei diritti e promozione della pace, si muove nella cornice dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.

Lì dove spianiamo

di Emanuele Pastorino

Ricordi dolorosi, le versioni di latino. Tra tutte le frasi tradotte, una mi è tornata in mente recentemente: lì dove fanno deserto, la chiamano pace. L’occasione, chiamiamola così, sono state le immagini che arrivavano dal Cervino, dove l’organizzazione della coppa del mondo di sci aveva inviato alcune escavatrici a spianare un pezzo di ghiacciaio per costruire le piste per le gare.

Cinque settimane fa, il profilo L’occhio del Gigiat si chiedeva se “una gara vale un ghiacciaio”. “Non bisogna essere glaciologi” osserva l’osservatorio spontaneo nato in Val Musino (Lombardia), “per conoscere lo stato di estrema fragilità dei ghiacciai alpini. Danneggiarli per un evento sportivo è davvero qualcosa difficile da comprendere, che va oltre qualsiasi ragionamento di fruizione della montagna. Agli occhi del vostro caprone del cuore è un sopruso, reso possibile dall’estrema avidità di chi vuole racimolare fino all’ultimo quattrino dallo sfruttamento della montagna”.

La condizione delle nostre montagne, dal Cervino alla Val Sesia, da Cortina a Bolbeno, racconta in modo particolarmente evidente quanto profondamente siano intersecate le condizioni climatiche e quelle di classe. Questa intersezione non è nuova – da Alex Langer all’Agenda 2030, dal movimento NoGlobal, a Fridays a XR, alle manifestazioni di Ultima Generazione – ma oggi trova moltissime corrispondenze in rapporti e da parte di osservatori internazionali impensabili fino a qualche anno fa.

Full Catastrophe

Oxfam ha pubblicato un rapporto – l’ennesimo – in vista della prossima COP28 che evidenzia, dentro a queste coordinate (“un radicale incremento nelle condizioni di uguaglianza è una precondizione per porre fine alla catastrofe climatica e alla povertà”), due temi in particolare.

Da una parte, fotografa e racconta l’iniqua distribuzione delle emissioni tra diversi gruppi di reddito: le responsabilità del nord globale rispetto alla crisi climatica non dovrebbe essere più oggetto di discussione. I rapporti delle Nazioni Unite – tra i molti – evidenziano in modo inequivocabile questa correlazione.

Allo stesso modo, il ruolo delle grandi industrie – a partire da quella petrolifera – non è in dubbio: questi soggetti riescono ad essere, contemporaneamente, driver (potenziali) della transizione di cui abbiamo bisogno e responsabili (reali) del mantenimento di condizioni che sono inaccettabili. 

Il rapporto, però, allarga ancora di più lo sguardo e va ad indagare – dati alla mano – il ruolo di super-ricchə e ricchə ossia (rispettivamente) dell’1% e del 10% della popolazione globale. 

Proviamo a darci delle coordinate: nel 2022, il World Inequality Report ha fotografato la situazione nel biennio 2020-2021: l’1% più ricco guadagna più di 321.000 € lordi/anno; il 10% più ricco ne guadagna 87.200 € lordi/anno. Complessivamente, possiedono il 76% dei risparmi accumulati.

Il report di Oxfam richiama alcuni studi della World Bank che evidenziano come ad una riduzione delle disuguaglianze corrisponderebbe un minor costo, in termini di emissioni, per eliminare la povertà: “una redistribuzione globale dei redditi potrebbe portare ad un livello minimo di 25 USD al giorno, con una riduzione totale del 10% delle emissioni e comunque il 10% più ricco guadagnerebbe ogni anno circa 47.000 USD. Al contrario, se gli attuali livelli di disuguaglianza dovessero rimanere invariati, per alzare il reddito medio giornaliero di tuttə a 25 USD tutti i redditi, inclusi quelli delle persone più ricche, dovrebbero aumentare di 50 volte, distruggendo il nostro pianeta”. 

Un’immagine piuttosto esplicativa di tutto questo è questo grafico che mostra – con dati del 2019 – il peso delle emissioni climalteranti in una distribuzione basata sulle diverse fasce di reddito:

Contemporaneamente, questo scenario evidenzia due aspetti. Il primo: stando fermə, le proiezioni di Oxfam mostrano come, nel 2030, “il consumo pro-capite di emissioni da parte dell’1% più ricco saranno superiori di 22 volte rispetto ai livelli compatibili con gli obiettivi per mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 1,5° […] mentre le emissioni del 50% più povero rimarrà di un quinto inferiore ai livelli per garantire il raggiungimento della soglia di 1,5°”.

Il secondo: queste stesse persone influenzano in modo determinante la definizione delle politiche. Evidentemente qui non si parla di politicə locali ma di persone che siedono nei parlamenti nazionali o in quello Europeo. 

I super-ricchi, poi, sono anche tra i principali proprietari delle industrie che cercano di influenzare di più le politiche climatiche in senso conservativo.

La catastrofe climatica è una catastrofe di classe

La correlazione tra condizioni di reddito ed esposizione alla catastrofe climatica è l’altra faccia della medaglia: non solo una transizione socialmente desiderabile ma che ha nella lotta di classe una sua formulazione più piena. E, sì: “lotta di classe” è un’espressione che può sembrare superata (i riferimenti, da questo punto di vista, sono tantissimi) ma liquidare tutta la questione così, su due piedi, mi sembra che non tenga in considerazione della portata e della vastità di questo tema. Ne ha scritto, benissimo, Ferdinando Cotugno su Rivista Studio.

Tuttavia, di redistribuzione, predistribuzione e condizioni necessarie per affrontare la crisi climatica ne parlano tanto la  Banca Mondiale quanto il Fondo Monetario Internazionale (non esattamente agglomerati leninisti). Del resto, sono diversi decenni che parliamo di “sostenibilità a 360°”: la conseguenza più naturale è che anche l’insostenibilità riguardi tutti i fronti e non soltanto il fatto di fare o non fare la raccolta differenziata.

L’IPCC – come riporta anche Oxfam nel suo report – ha fatto esplicito riferimento ad una apharteid climatica sofferta da persone che vivono in povertà, gruppi marginalizzati e – più in generale – dal cosiddetto Sud-globale. A questo primo gap si legano le disuguaglianze subite per via di altre caratteristiche personali (dal genere all’etnicità; dall’appartenenza a gruppi indigeni alla classe). Si tratta di una geografia economica della catastrofe.

Da un grande benessere deriva una grande responsabilità

Ecco, allora: le piste da sci sul Cervino. 

Le immagini degli escavatori da cui siamo partitə raccontano come quella singola azione non è stata immaginata per il 90%. Probabilmente nemmeno per quel 40% che sta nella fascia di mezzo. Un simbolo, volendo, reso ancora più potente dal fatto che quelle gare, alla fine, non si sono nemmeno svolte a causa del meteo avverso. 

Per molte ragioni, sembra di vivere un eterno ritorno, un giorno della marmotta sadico: siccità, turismo invernale di montagna come di città, dati impietosi e il ruolo dell’attivismo non sono temi nuovi. Quest’ultimo rapporto rafforza questa sensazione ma tiene anche aperti spazi di possibilità.

Da un grande benessere deriva una grande responsabilità” è una frase del report di Oxfam: questo perché possiamo fare ancora qualcosa. Il rapporto propone tre traiettorie: un radicale aumento delle uguaglianze; una veloce e giusta transizione fuori dai combustibili fossili; l’individuazione di un nuovo scopo per una nuova epoca del mondo.

Lo fa con proposte e considerazioni molto precise: “per ripristinare un ruolo positivo e proattivo dei governi è necessario restaurare una democrazia genuina e proteggere lo spazio civico”, specie in contesti dove lo sguardo della popolazione sulle scelte del governo – e il monitoraggio, e il dibattito – rappresentano strumenti necessari “per far sì che i bisogni, desideri e le idee di chi vive in povertà, delle donne e delle persone più marginalizzate vengano assunte come priorità”. 

Joan Tronto, in un librino geniale che si intitola Who Cares?, descrive in modo incredibilmente concreto questa grande responsabilità che abbiamo così per come deriva dal nostro benessere (che è privilegio, che è potere). Lo fa partendo da una considerazione amara: “da un grande potere deriva una privilegiata irresponsabilità”, osserva, portata da alcuni lasciapassare che ripetiamo ossessivamente e descrivendo i tratti di una necessaria Rivoluzione della Cura capace, come dice lei, di generare “un cambiamento nella natura della vita democratica e nella natura dei cittadini democratici”. 

Trovare l’espressione dello zio Ben sia su un rapporto Oxfam che su un mattoncino di pensiero femminista non è un caso. Gli anticorpi al regime dell’incuria in cui viviamo appartengono a politiche capaci di posizionarsi rispetto alle disuguaglianze per rimuoverle. Quelle politiche sono femministe, mettono la cura al centro e lo fatto consapevoli della necessità di agire quella cura con le persone (e non al loro posto). 

A coloro che hanno un qualsiasi potere (gruppo molto più esteso del 10% della popolazione: riguarda ogni singolo maschio, ogni singola persona cis, etero, bianca, come ogni persona in una posizione di coordinamento, insegnamento, direzione,…) il compito di mettere a disposizione non (solo) sé stessə ma la piattaforma di potere che il loro – nostro – privilegio ci garantisce.