di Emanuele Pastorino
“A chi tocca, quindi, se la sfida è ora, guardare in faccia questa realtà e le sue macerie?”: questa domanda – dritta, drittissima – è al centro di una riflessione a sei mani scritta da Mirella Maturo, Flaviano Zandonai e Alessandro Pirani e pubblicata qualche tempo fa su che fare. Questa stessa domanda è anche scivolosissima perché rischia di cadere in tutta una serie di retoriche – da quella dell’eroǝ in poi – che sono le stesse che ci hanno condotto, senza mai affrontarla, alla sfida “che è ora”. Ne scrivevamo, affacciandoci all’estate appena trascorsa.
Ecco, con questa cautela, la risposta che si danno lɜ autorɜ guarda “a quei soggetti – agenti che hanno il coraggio di articolare nuove interdipendenze tra supersocietà globali in fase di frammentazione e sfere locali che provano a rimettersi in gioco. Organizzazioni e persone che per competenza e disposizione sanno come funzionano le catene del valore e i rapporti di forza geopolitici ma che al tempo stesso conoscono il valore di relazione che scaturisce dal radicamento locale senza farsene avviluppare.”
C’è un libro che da alcuni giorni porto con me, cercando di leggerlo: a scriverlo è stato Giacomo D’Alessandro, un mio coetaneo e conterraneo che mi era sconosciuto fino a questa puntata di Timbuctu, che da anni coniuga due spiriti, due volontà: una nomade, l’altra attenta alla costruzione di comunità.
“Tenere insieme queste due dimensioni” – scrive – “è una questione aperta, un equilibrio continuamente ricercato, e anche una fatica; richiede motivazione, inquietudine e una fiducia di fondo. Bisogna saper stare, ma anche saper continuamente andare. Bisogna muoversi tanto, andare a trovare (a volte a stanare) le persone, aver voglia di conoscerle, annusarle per affinità intuite e poi andare di persona a vedere come vivono, dove stanno, che clima si respira, cosa le motiva”.
Questo movimento doppio è al centro di un modo di stare che riguarda – sarebbe bello discuterne con lui – il tema della cura e dell’attivismo, dell’improduttivo che genera e dell’incontro che stimola. Non solo, insomma, globale-locale, ma un modo e una postura che intreccia dimensioni diverse: culturali, sociali, politiche – certo – ma anche legate ai sentimenti, alle emozioni, alla musica, al pogo, all’ozio, al divertimento, alla cura, alla rabbia, all’errore.
Questo – mi sembra – è un modo convincente per sfuggire dal principale pericolo di chi si occupa di costruzione di comunità, di cooperazione largamente intesa, di mutualismo: il rischio di essere dipinto come eroe, e quindi come eccezione, che fa il paio con il rischio di dipingersi come eroe, e quindi incompreso.
E se la cooperazione…
Queste questioni – dalla fatica alla costruzione di percorsi di cura in grado di affrontare le sfide di oggi – tornano in iniziative concrete e diversissime: mercoledì 27 e giovedì 28 settembre, OHT ha curato una due giorni in cui al centro è finito il ragionamento attorno alle politiche culturali del futuro; sabato 7 ottobre, Consolida lancia un primo appuntamento degli Stati Generali del Welfare con al centro il tema dell’essenziale.
Venerdì 22 e sabato 23 settembre, invece, è stato il mondo della cooperazione internazionale trentina – da Fa Rete a Viracao al progetto Generazione Cooperazione – a convocare tuttɜ per ragionare attorno a questi temi e al ruolo della cooperazione internazionale, oggi.
Prima convocata è stata la politica, anche in vista delle prossime elezioni provinciali: “la richiesta” – commenta Paulo Lima, tra i coordinatori del progetto per conto di Viracao – “è quella di arrivare allo 0,70% del bilancio provinciale messo a disposizione dei progetti di cooperazione internazionale e promozione della pace”. A questo si connette anche “la necessità di favorire i progetti di educazione alla cittadinanza globale e planetaria nelle scuole, in Università e negli altri ambienti formativi e di lavoro”, come pure “il tema delle migrazioni, molto presente tra lɜ ragazzɜ e che guarda alle migrazioni in generale: sia le immigrazioni ma anche le emigrazioni, in quanto tantissimi giovani trentinɜ stanno emigrando altrove, per trovare un lavoro o un futuro diverso”.
Proprio dallɜ ragazzɜ parte il cuore di questo percorso: “lɜ ragazzɜ ascolteranno le proposte da parte deɜ candidatɜ” continua Paulo Lima “leggeranno i programmi e faranno una campagna social per chiedere di votare coloro che sostengono la cooperazione internazionale. A prescindere da chi vincerà le elezioni, manterranno attivo un percorso di monitoraggio rispetto alle politiche attive che verranno (o non verranno) messe in campo”.
Giovani, cooperazione internazionale e politica, dunque, al centro della mattinata di sabato 23: “il mio rapporto con la politica è di odio e amore” osserva Sofia, una delle giovani che animano il progetto Generazione Cooperazione. “Sono molto legata alla politica in generale ma riconosco come sia un momento particolarmente difficile, con moltissimi alti e bassi, senza una particolare continuità né capacità di rappresentarmi, proprio in quanto giovane”.
Difficoltà che sono dettate anche da un rapporto, quello tra politica e attivismi, estremamente complesso: “speriamo di riuscire ad essere coinvolti sui temi della cooperazione internazionale, dell’ambiente, della parità di genere e molto altro e che ci sia un coinvolgimento attivo di tutte le realtà dell’associazionismo”.
Un lungo periodo non semplice
Tutto questo in un contesto, quello Trentino, che sul fronte della cooperazione internazionale sta vivendo un lungo periodo non semplice: gli ultimi cinque anni, sicuramente, hanno segnato un punto particolarmente basso nelle relazione tra mondi della cooperazione e Provincia, all’esito di un percorso certamente più lungo.
Pierino Martinelli, direttore di Fondazione Fontana Onlus e coordinatore di Fa Rete Trentino lo sottolinea: “la svolta politica ha portato ad una stretta totale sul fronte dei finanziamenti come su quello delle capacità di interazione con gli uffici provinciali preposti”. Il tutto in un momento storico faticosissimo: “nell’insieme di eventi epocali di questi anni (dal Covid alla guerra che torna in Europa), questo ha generato una completa distrazione rispetto ai temi della cooperazione internazionale. Abbiamo avuto paura vicino a noi, continuiamo ad avere paura vicino a noi e i temi globali sembrano uscire dall’agenda”.
“La mancanza di fondi ha creato problemi ad alcune organizzazioni ma, in generale, questi cinque anni sono stati un’esperienza di resistenza e non di resa: molte realtà hanno continuato, come prima, a raccogliere fondi per più del 60% dei loro bilanci e hanno continuato ostinatamente a portare avanti progetti tanto nel sud del mondo quanto nelle scuole trentine, attraverso progetti di educazione alla cittadinanza globale (la stessa definita come “insignificante” da questa giunta provinciale).
Le associazioni trentine, insomma, hanno continuato ad essere presenti anche nelle scuole, accanto alle e agli insegnanti, portando il tema dell’essere globali verso ragazze e ragazzi che, comunque, globali lo sono di partenza: lo sappiamo bene, le generazioni più giovani hanno avuto la possibilità, spesso, di andare all’estero prima ancora che di camminare (cosa che non succedeva nella mia generazione). Parlare a loro di globalità è come parlare d’acqua ai pesci. Essere al loro fianco su questi temi, non è solo una necessità ma anche un piacere”.
La due giorni è stata intensa e importante: moltissime persone hanno partecipato ad entrambi gli eventi previsti – il dibattito tra candidatɜ e la serata “Che genere di cooperazione” in memoria di Giorgia Depaoli. La cooperazione internazionale c’è, insomma. L’ecosistema dentro cui si inserisce è vasto e articolato. Evitare di cadere nella trappola dell’eroǝ, tenere un approccio laico rispetto a tutto questo, è la sfida nella sfida, quella cui è bello essere chiamatɜ assieme.


