Qualche sera fa mi è capitato di fare zapping, in quella che forse si chiamava seconda serata. Sono finito su La7, dove stava terminando la puntata lunga di “In Onda – Estate”. Il dibattito partiva dai fatti di Palermo e ragionava sui modelli educativi. Ospiti Paolo Crepet, psicoterapeuta; Viola Ardone, insegnante e scrittrice e Christian Raimo, insegnante e scrittore.
Mi ero appena sintonizzato, quindi il contesto non mi era chiarissimo ma ad una domanda di Luca Telese, conduttore insieme a Marianna Aprile del programma, Raimo ha risposto “mi piacerebbe non si parlasse del caso di Palermo in questo modo, parlando di singole persone ma mi piacerebbe parlare della cultura dello stupro che è una cultura sistemica […] Penso sia il momento di fare cose strutturali, che sono le cose che diciamo da sempre: educazione sessuale ed educazione all’affettività. Il 1 settembre, cioè tra due giorni, partirà l’ennesimo progetto inutile, ossia “Orientamento e Tutoraggio” e in quell’ennesimo progetto inutile il ministro Valditara dice che bisognerebbe portare le vittime a parlare nelle scuole. È un’idea feroce e perfino insultante per chi fa questo mestiere”.
Il discorso è più ampio e a più voci (l’ultima ventina di minuti dell’episodio, lo trovate integrale qui) e quindi non estraggo altri stralci, in quanto rischierei di banalizzarlo. La parte che però vi invito ad ascoltare (e osservare) è legata alle reazioni di chi era in studio e in collegamento: la puntata è stata molto lunga e ho capito solo mettendo in ordine le idee per questo pezzo che, in un momento precedente, una lite ha coinvolto Raimo e le altre persone, quindi non escludo che una parte di quella reazione fosse legata a questo.
Tuttavia la sensazione che ho avuto – perdonate se uso me stesso come strumento di analisi – è stata quella di un certo fastidio per quello che Raimo stava dicendo e non per Raimo stesso. Come se indicare la cultura dello stupro e – poco dopo – la necessità di una responsabilizzazione maschile fosse in qualche modo osceno o irrispettoso (peraltro, e lo segnaliamo in coda alla pubblicazione del bel pezzo di Ori, Loiudice e Crisà che abbiamo rilanciato questa settimana, questo tema è oggi finalmente al centro del ragionamento intorno alle violenze maschili contro le donne).
Tra i molti temi che pone questo piccolo episodio (la trasformazione della tv causata dai social network; il ruolo della tv nella formazione di una morale comune; la distanza tra il messaggio televisivo e alcuni usi dei social; il modo in cui i programmi di informazione siano deviati in tutto e per tutto dalla dimensione dell’intrattenimento), uno mi ha colpito e mi ha convinto ad iniziare da qui per parlare della parola chiave che avevamo immaginato per questo mese. Quella parola è banchi.
Tra i banchi
La riflessione che pone Raimo (e, in modo diverso, Ardone) passa dal filtro dell’insegnamento, dal ruolo della scuola nella costruzione di una consapevoleza diversa. E se potrebbe, in fondo al cervello di qualcunɜ, venire “spontaneo” pensare che queste sono le soluzioni che si tirano in ballo da trent’anni, rinvio ad un’altra riflessione su temi per certi versi analoghi che ha pubblicato qualche giorno fa Vanessa Roghi sul suo blog. La trovate qui e mi sembra che possa dire meglio di come potrei fare io perché questo genere di obiezione siano autoassolutorie e vadano superate.
L’educazione all’affettività e alla sessualità costituisce il pilastro fondamentale attorno al quale costruire questa consapevolezza. Appartiene al patrimonio che il pensiero femminista dell’ultimo secolo ci ha consegnato, quello stesso patrimonio che ostinatamente i sistemi istituzionali – alcuni più di altri ma tutti in un certo modo – tendono a rifiutare. Basta pensare agli ultimi anni di dibattito costante, in Trentino come a livello nazionale, avvelenato dalla mistificazione del gender e dalle demonizzazione di percorsi che – anche nei fatti – dimostravano risultati positivi, come quelli che sono stati spazzati via, tra il 2018 e il 2019, a Trento.
Il senso e il ruolo di strumenti e pratiche come quelle è noto, così come la loro capacità di trasformare lo sguardo tanto di ragazze e ragazzi quanto dellɜ docenti che li vedono utilizzare nelle loro ore di lezione. Un tema, che rischia di diventare una giustificazione per l’inazione, è legato agli elementi di sistema: “non ci sono abbastanza ore”. Il punto, come spesso accade, sta proprio nel capire che non possiamo più permetterci di ragionare secondo lo schema attuale ma dobbiamo farlo agendo su di esso.
Nel numero 3 di menelique veniva pubblicata una meravigliosa riflessione di Salvatore Iaconesi sulla scuola nella quale quel patrimonio risuona fortissimo. Iaconesi scriveva, ad un certo punto: “ogni elemento del nostro sistema educativo ci insegna a fare proprio questo: a stare soli. Ci si iscrive come singoli, e come singoli si viene valutati. Veniamo preparati per formare dei curricula individuali, per svolgere dei lavori per cui abbiamo un contratto e delle responsabilità per una persona. C’è stato un errore. Una svolta sbagliata”.
Questa dimensione di solitudine indotta è quella con cui abbiamo a che fare quando proviamo a modificare la scala del ragionamento, quella da affrontare quando diciamo frasi tipo “eh ma serve ripartire dalla scuola”. Senza necessariamente inventare qualcosa: ri-chiamo in causa Vanessa Roghi, perché nel suo saggio Il tirocinio della democrazia (il Margine) non offre una risposta definitiva ma ripercorre una storia, quella della scuola democratica, che è attualissima e passa proprio da quella messa in discussione necessaria ad affrontare diversamente le sfide che la scuola e tuttɜ noi abbiamo di fronte.


